lunedì 29 ottobre 2012

Cartagine a ridosso del supposto trattato del 509 a.C.

di Mikkelj Tzoroddu

Il nostro terzo libro, dal titolo “Cartaginesi sempre sconfitti”, con sottotitolo “almeno dal 550 al 339 a.C.”, dovendo entrare nel merito delle motivazioni che portarono ai primi due trattati romano-cartaginesi, che il testo arrivatoci da Polibio dice essere collocabili nel 509 e nel 348 a.C., fornisce nel suo primo capitolo una descrizione contestuale degli attori secondari di tali accordi, Sardegna e Libia, ma anche di Cartagine, perché trattasi di particolarità che mai abbiamo visto portata in luce dalla critica passata e recente. Diamo appresso la descrizione su Cartagine, avendone soppresso le numerose note onde rendere più breve il contributo. 
Relativamente a questa entità politica, la storiografia ufficiale accetta una data di fondazione della città che risale all’ 814 a.C., anche se prove archeologiche poste in luce nel sito ove si presume fosse il più antico insediamento, non riescano ad andare più indietro della seconda metà dell’VIII secolo. Ed infatti, chi come il Lancel (1995), ha scavato Cartagine e dintorni per trent’anni, dichiara: «al presente, quasi un secolo separa la tradizionale data dell’814 dalle sepolture datate in modo convincente come le più antiche». Pur tuttavia, in linea generale, non siamo affatto inclini a svalutare la storia tràdita, che indica certo una traccia da seguire; riteniamo inoltre, per esperienza riflessa, i dati di scavo non sempre facilmente interpretabili. 
Bene, relativamente alla grandezza militare di Cartagine, mai abbiamo trovato prove che la possano seriamente documentare. Le fonti, al contrario, narrano di come sia stata inetta alla guerra, l’entità cartaginese, fino almeno a ridosso dell’ultimo quarto del IV secolo a.C.: dobbiamo rimarcare come ciò sia  naturale conseguenza della sua esclusiva attitudine al commercio, nella parte della sua storia presa in esame.  A conferma di quanto appena evidenziato, diciamo per ora, ma vedremo meglio in seguito, semplicemente che: 
- i Cartaginesi - e qui esprimiamo la prima serendipità - avevano talmente ben radicata “la vera filosofia della mercantile loro società” che, al contrario delle popolazioni che scelsero un certo sito quale loro definitiva dimora, non furono in grado di conquistarsi il diritto di godere e disporre appieno del territorio, per il quale invece pagavano un comodo affitto ai Nordafricani, ancora nel terzo quarto del VI secolo, quindi a distanza di ben tre secoli dalla supposta data di fondazione. E, quando gli arroganti Cartaginesi ritennero di non volerlo più pagare, alle continue richieste dei legittimi proprietari risposero muovendo loro una guerra. Essi, decisi ad uscire da questa disonorevole condizione (per la quale amiamo credere, fossero irrisi da tutte le popolazioni del  Mediterraneo), avendo delle risorse finanziarie ingenti, costituirono ben due eserciti, mettendoli sotto il comando di due condottieri, Asdrubale e Amilcare i quali, da tutti gli studiosi sempre decantati come fra i più grandi generali cartaginesi, furono bastonati con grave ignominia dai Nordafricani, ad essi evidentemente superiori, di gran lunga, nell’arte militare. Infatti, come trasmette l’epitomatore Giustino: «la fortuna favorì la giustizia della causa africana, e la guerra con loro si finì non coll’armi, ma col pagamento del tributo».
Ma, il presuntuoso sapere - talvolta frutto non portato a maturazione da specifica ignoranza - dei più osannati studiosi d’area, può negare la verità storica circa l’affitto pagato dai Puni. Al punto che nessuno, nelle ultime due decadi, ha osato contestare una delle grandi bugie del Moscati che, trattando (in modo partigiano, ovvero con animo poco propenso a rilevare elementi contrari al proprio pregiudizio) della ricerca operata dai futuri Cartaginesi d’un luogo ove stabilirsi, afferma: «quella mancanza d’impegno nella conquista territoriale che caratterizza […] gli insediamenti in Sicilia e in Iberia non trova corrispondenza a Cartagine, dove la situazione si presenta diversa. Qui c’è una vera e propria conquista, in luogo dell’insediamento». Sic!  
Ma, non potendoci qui dilungare nella dimostrazione delle immature capacità dei Cartaginesi nel condurre una guerra, riteniamo più consono, allo spirito profondo del presente lavoro, il riepilogo schematico riportato
di seguito (in relazione soltanto alle prime cinque occasioni di scontro, che si posizionano proprio a cavallo della supposta data del primo trattato), ricordando come le fonti diano i Cartaginesi sconfitti nelle seguenti circostanze da: 


     avversari        condottiero punico           periodo (a.C.)
                                         
1    Sicani           Mazeus           dopo il 538  ma molto vicino 
2    Sardiani         Mazeus                      verso il 531 
3    Nordafricani     Asdrubale/Amilcare          verso il 515     
4    Sardiani         Asdrubale/Amilcare          verso il 508     
5    Sicelioti        Amilcare                    verso il 480 


Quelle enumerate sopra sono guerre avvenute sulla terraferma di cui daremo ampio conto in un capitolo successivo, ma abbiamo testimonianze sfavorevoli per i Cartaginesi anche nei loro scontri navali. Tucidide ci tramanda: «E i Focesi colonizzando Marsiglia vinsero i Cartaginesi in battaglia navale»; Pompeo Trogo ci dice per bocca di Giustino: «i Marsigliesi […] spesso sbaragliarono anche gli eserciti dei Cartaginesi […] a causa della cattura di navi pescherecce, e dopo averli vinti concessero loro la pace»; anche  Pausania scrive: «quel gruppo di Focei […] con le loro navi acquisirono la supremazia navale sui Cartaginesi»; infine Erodoto, per la battaglia del Mare Sardo, afferma che i Focesi di Alalia, con una flotta di sole 60 navi, vinsero Cartaginesi ed Etruschi, aventi una flotta di 120 navi, pur se conseguirono una vittoria cadmea. In questa ultima vicenda si vede lo stato di inferiorità dei Cartaginesi, anche nei confronti dei loro alleati Agillei, in fatto di perizia nelle operazioni di guerra nel mare: infatti, poiché è scontato che il bottino di ciascuna battaglia venga suddiviso secondo i meriti, Erodoto ci testimonia che il merito della quasi vittoria, fu in gran parte dovuto ai Ceriti, perché: «gli equipaggi delle navi distrutte, i Cartaginesi e i Tirreni […] se li divisero. Gli Agillei ebbero il maggior numero di uomini». Ci piace qui adire un microscopico excursus, soltanto dicendo che mal si confà la sistemazione di “Cartaginesi” a fianco di Etruschi, in quel torno di anni in cui i Cartaginesi avevano nessun potere sul Tirreno centrale: sarà doveroso, per noi, per tutti, affrontare questo tema in sede appropriata. Ma, il fatto storico più eclatante, che pone in luce la loro imbelle capacità sul mare, viene fornita dalla sconfitta subita a Milazzo nel 260 a.C., e siamo ben oltre i cinque secoli della loro vicenda storica. Ebbene, i Romani che non avevano nessuna dimestichezza con il mare, senza nemmeno sapere come costruire una nave, in poco tempo allestirono una flotta di 120 navi e senza aver mai avuto un equipaggio pratico del governo di un natante, senza aver mai avuto un ammiraglio pratico di rotte, venti, correnti e derive, venuti allo scontro, sconfissero i Cartaginesi in modo che questi ne ebbero grave ignominia. Del resto, circa le attitudini militari sul mare dei Punici, furono proprio i loro più grandi conoscitori, i Romani, a nutrire seri dubbi. Dubbi e perplessità che, suffragati da un mero calcolo aritmetico, li convinsero fosse davvero facile, acquisire il dominio del Mediterraneo occidentale, cavalcando la pochezza dei Cartaginesi. Infatti, a metà del III secolo a.C., la tradizione, come afferma il Tarn, rendeva edotti circa il fatto che, il massimo sforzo dei Punici poteva produrre una flotta non più grande di 200 navi: «ciò era noto ai Romani; ed i Romani, nel loro tentativo di assurgere a potenza marinara, non stavano invadendo il campo dei miracoli, ma stavano agendo sulla base di un ragionevole, freddo calcolo. Essi stimarono che, con le proprie superiori risorse, avrebbero potuto mettere in campo una flotta di 20-40 navi sopra le 200, il che significa, superiore a qualsiasi numero di navi di cui potesse disporre Cartagine; e che se avessero fatto ciò, essi avrebbero vinto. Ed essi effettivamente vinsero. […] La loro vittoria fu, ciò non di meno, un risultato eroico, perché fondata su una ben ragionata politica e perché (reputarono che, ndr) la potenza navale dei Cartaginesi fu forse non così grande come siamo abituati a credere».
Se, di Cartagine, si può dire che fu un potente stato mediterraneo, pensiamo sia esclusivamente dovuto alla sua straordinaria capacità imprenditoriale in campo mercantile, che la mise in grado di accumulare una ricchezza inestimabile. La  presenza così diffusa, nel Mediterraneo occidentale, della sua flotta da trasporto, ne fece un interlocutore privilegiato per quegli stati rivieraschi privi di esperienza marinara. Mentre alcuni soggetti non ebbero bisogno dei suoi servigi, altri erano in competizione con essa e, con altri ancora, poteva esservi uno scambio di competenze e di beni.  È, quindi, certo che essi, nella prima parte della loro esistenza (ben lungi dall’avere maturato delle apprezzabili capacità militari) avessero sviluppato una grande maestria nel relazionarsi con l’esterno, intrattenendo rapporti d’affari e addivenendo a vantaggiosi accordi commerciali con vari soggetti, facendo valere il peso della esperienza diplomatica e della potenza economica acquisite. A coloro i quali abbiano poca dimestichezza nel visitare i fatti della Cartagine di questo periodo, parrà perfino che la nostra esposizione dei fatti storici ad essa pertinenti, possa essere eccessivamente severa. Ma, esservi nulla di autenticamente meritevole da raccontare, se non induzioni partorite ab antiquo e ripetute sino alla noia, dimostra una nota presentata dal tunisino Fantar (Carthage au temps de la bataille de la Mer Sardonienne); ebbene, in relazione al tema trattato, l’autore destina un terzo del suo intervento, alla traduzione degli autori classici che trattano il tema della Cartagine del VI secolo. Siamo anche pienamente convinti, in ossequio alla loro intelligenza lato sensu, che i Puni non abbiano mai definito sé stessi dei grandi militari. Esso, non rappresentò mai un loro obiettivo, essendo le armi, uno qualsiasi dei tanti mezzi posto in essere in varie occasioni, per raggiungere l’unico, vero, portante obiettivo del loro modo di porsi verso sé stessi ed il mondo esterno: sopravanzare tutti gli altri nell’arte del commercio, aprendo sempre nuovi mercati allo scopo di arricchire sconsideratamente le loro finanze. E, quì, vorremmo mettere a nudo una vergine considerazione, atta a suggellare, per specifica testimonianza della fonte, in modo definitivo il concetto appena espresso. Possiamo riconoscere la spia di questa loro basilare filosofia commerciale, nell’esorbitante numero di imbarcazioni da trasporto al seguito di loro grandi spedizioni “militari”, le quali in buona parte dovettero essere navi di proprietà di mercanti, cariche di ogni genere di mercanzia destinata alla vendita. Abbiamo eclatante prova scritta, di quanto appena affermato, leggendo Diodoro, XIV,73-74 in cui si narra (per l’anno attico 396-95, ovvero Livio 399) di come i soldati Siracusani attaccarono la flotta degli assedianti cartaginesi, che erano arrivati al Porto Grande di Siracusa portandosi dietro anche seicento navi da carico: «essi (soldati siracusani, ndr) avendo trovato quaranta pentecontori tirate a secco, e di seguito, ancorate vicino, navi da trasporto e alcune triremi, appiccarono il fuoco […] le navi bruciavano e nessuno dei mercanti e dei proprietari poteva accorrere in aiuto per l’ampiezza dell’incendio». Ecco qui espressa la dimostrazione che le navi da carico trasportavano beni di privati e mercanti; mentre appresso viene chiarito il contenuto, ovvero la composizione del carico, saccheggiato da “ragazzi ed anziani siracusani”, proprio perché composto da mercanzie utili per il vestirsi, l’arredamento, la pulizia personale, composto anche di utensileria per l’artigianato, oggetti preziosi, ceramiche ecc., ecc., tipiche del grande bazar, di cui essi avevano necessità nel quotidiano vivere: il carico non era composto di armi o attrezzature belliche. È questa, appunto, la testimonianza più ragguardevole, fra quelle trasmesseci dalle fonti, circa il primario obiettivo dei Cartaginesi in quel torno di secoli: insediare nuovi punti di vendita ove sistemare i loro grandi imprenditori, dalla vendita delle cui mercanzie lo stato traeva parte del profitto destinandolo alle proprie finanze, delle quali destinava una quota, per sostenere le spese di quei grandi eserciti, il cui scopo non era costruire un impero su cui estendere il proprio comando, ma garanzia della proliferazione dei mercati e protezione degli interessi dei mercanti. E, si badi bene (forniamo qui una conferma precisa ed ancora documentata dalla fonte, della realtà appena descritta) che i mercati sui quali i cartaginesi estendevano la loro maestria commerciale, prendevano sì avvio dalle basi filopuniche di Sicilia (nel caso citato), ma erano estesi nel senso più ampio dell’offerta commerciale a tutta l’isola, perché perfino Siracusa era sede di smercio delle loro mercanzie. Infatti, la nostra fonte primaria registra, per l’anno 398-97, che: «non pochi Cartaginesi abitavano a Siracusa e possedevano beni in quantità; molti mercanti avevano nel porto le navi ricolme di merci che, tutte, i Siracusani depredarono», dopo un’infuocata assemblea in cui Dionisio dichiarò l’intenzione di portar guerra ai Puni, Diodoro, XIV,46.
Ecco perché, caro lettore, non nascondiamo la pretesa di credere che, d’ora in poi si debba guardare alla lettura dei trattati romano-cartaginesi con un’ottica davvero più coerente al reale contesto storico degli accadimenti ed alla valutazione dei sogni e delle ansie che condizionavano le parti in causa.
Grazie, Mikkelj.