giovedì 8 novembre 2012

La maga del Sinis

di Graziella Pinna Arconte

-“Oh, che guaio Pepigheddu! Come siamo poveri … Abbiamo perso tutto!! Maledetta sia questa carestia … Altro che se è nota a tutti i contadini e ai pescatori del nostro paese, adesso! Dai … fammi il piacere … Prova di nuovo quel lievito, magari riusciamo a ricavarci un pezzetto di pane per questa nostra creatura!”.

Comare Arega, la moglie di Pepigheddu, non si dava pace. Lei, Pepi e il loro figlioletto, si stavano spaccando in due per la fame nera. Non era rimasto loro nulla: il pezzo di terra in Sinis si era seccato completamente … E le misere provviste che avevano in casa gliele avevano rubate altri più poveri di loro.
In paese si era abbattuta una brutta calamità: da sei mesi non pioveva e molte persone si erano ammalate di malaria perniciosa. Tutti i giorni molti morivano anche a causa della forte debolezza.
Pepigheddu era disperato.

Badòri su Lillu gli aveva detto che in un luogo lontano nel Sinis c’era un nuraghe dove abitava una maga che avrebbe potuto aiutarlo.
-“Salute, compare! Che novità? Certo non sarei rimasto qui se fossi stato te! Ma perché non vai a cercare la fata buona? Vedrai che lei potrà aiutarti! E dai … parti!!!”.
Finché, un giorno, di primo mattino, l’uomo, zitto, zitto, per non svegliare la moglie e il figlioletto che dormivano nella camera da letto cha dava alla strada, issa la sua bisaccia sulla spalla, oltrepassa l’uscio di casa e prende la strada in cerca della maga.
Camminò per giorni e giorni: di giorno … di notte … sotto la pioggia … sotto il vento … sotto il sole cocente fino al tramonto.
Quando pioveva al poverino si inzuppavano le vesti; se il sole era cocente si cuoceva il cervello; solo se c’era il vento gli era più lieve camminare. Egli portava in sorte la vita con la morte, scappando come un leprotto dalla sciagura che si era abbattuta in paese.
Ogni notte cercava un angolo protetto per fermarsi e accendeva un fuocherello per non essere visto da lontano da qualche nemico. Solo allora mangiava un boccone dalle provviste che aveva messo in bisaccia. Poi, con poca acqua, ingoiava la medicina che gli aveva dato il farmacista della farmacia di Oristano per guarire dalle febbri malariche, quindi si addormentava.
Pepi non aveva nemmeno più il ricordo da quando stava camminando. Stava perdendo la pazienza e la fede.
-“Mi sembra che  torno indietro!
Secondo me Badori mi ha preso in giro e mi ha raccontato un sacco di bugie!”.

Quasi, quasi stava per tornare indietro quando, dietro una piccola collina, vede la torretta di un grande nuraghe.
Dovevano essere almeno venti giorni che metteva piede dopo piede, il giorno che arrivò vicino a un grande nuraghe. Mont’e Prama l’aveva lasciato indietro da tre giorni.
Come lo vide pensò subito che proprio quello doveva essere quello di cui gli aveva parlato Badori.
-“Vuoi vedere che questo è proprio il castello della maga? Ora mi avvicino! Vedremo se è davvero la sua abitazione.”.

Piano, piano, per non essere visto da lontano, Pepi va verso il nuraghe maggiore, sperando che fosse davvero quella la casa della maga.
Avvicinandosi al nuraghe … la vide.
Di sicuro era lei! Com’era bella! Bianca e rossa come una rosa … il vestito colore dell’oro e i capelli neri lunghi fino ai piedi. 
Era un incanto il guardarla.
Non si poteva levarle gli occhi di dosso! Pepigheddu era rimasto senza
parole … fermo come un tronco la guardava come se fosse uscita da un sogno.
Per svegliarsi, Pepi, si era dovuto perfino pizzicare con la sua stessa mano. Facendosi coraggio continuò ad
avvicinarsi. Non sapeva che ella l’aveva già visto. Poco dopo, infatti, sente …
-“Che stai a pensare Pepigheddu? Coraggio, vieni avanti …  tanto so che sei lì!”.
Pepigheddu era impietrito.
Come faceva la maga a sapere il suo nome? Evidentemente Badori aveva ragione: questa era una fata di valore!
Senza pensarci due volte riprende il cammino in salita verso il nuraghe.
Ma straordinariamente la maga si leva in volo e in un baleno gli si presenta davanti.
-“Che novità Pepi? Perché mi stai cercando?”.
-“Ti chiedo perdono per il disturbo Grande Madre! Se mi sono permesso è perché sono disperato … Tu che sai tutto, allora sai di sicuro che la carestia e i ladri mi hanno rovinato! Il grano si è completamente seccato; le provviste rubate … e da quando è morta la mucca non posso nemmeno più dare un poco di latte al mio figlioletto Efisceddu. Qualche tempo fa riuscivamo a guadagnare qualche cosa dal pane e dal formaggio fatti in casa da Arega … ma quei tempi adesso sono finiti maga!
Per l’amore della Madre, che ha un occhio di riguardo per tutti i figli, aiutami! Non c’è rimasto più niente!”.
Pepigheddu teneva sempre la testa china e non si azzardava a sollevarla per la grande vergogna che aveva perché lui non era uomo avvezzo a chiedere.
La brava jana lo guardava amorevole e compassionevole.
-“Solleva il capo Pepi, che a chiedere non è vergogna! Io conosco te e tua moglie e so che siete persone educate e oneste … Fatti coraggio che voglio aiutarti!
E non aveva nemmeno finito di parlare quando Pepi la vede infilare una mano in un sacchetto di seta, poi estrarla chiusa in un pugno pieno di semi di grano. Svelta apre la mano lasciando cadere i semi per terra. Il falò propiziatorio levava al cielo alte fiamme. I semi, quando cadevano a terra nella cenere, in tempo di fare una croce, si trasformavano in tante mucche nere come la pece.
Pepigheddu era perfino spaventato.

-“Per l’amore della Madre sia! Che magia è questa? Mamma mia che roba! Non posso credere ai miei occhi!” Senza nemmeno accorgersi dalla  gola di Pepigheddu viene fuori un urlo acuto che nemmeno i corvi!
-“Guarda, Pepi! Tutte queste mucche sono tue. Oggi finisce la povertà della tua famiglia. Svelto, prendi il bestiame e torna in paese da tua moglie … chissà quanto sarà contenta!”.
-“Io non so nemmeno cosa dire maga! Sono rimasto con la gola secca, senza poter proferire una sola parola!”.
-“Non devi dire nulla. Solo devi continuare a essere l’uomo onesto che sei! Presto muoviti che il tempo sta passando velocemente e la strada che devi fare al ritorno è lunga!”.
E così Pepi riprende il cammino per tornare a Cabras, contento come una folaga. Le bestie erano molte, ma lui di notte non poteva vederle.
Né poteva assolutamente immagina- re cosa stesse succedendo in coda alla mandria. Il Demonio, maledetto, non poteva sopportare che la maga avesse rimediato alle sue cattive opere. Per dispetto e perché le vacche sono sempre utili all’inferno, prese le vacche una per una dalle ultime, senza che Pepi s’accorgesse. Egli, davanti, preso dalla felicità e dal sonno, non vedeva l’ora d’essere a casa. A momenti non moriva d’infarto quando, albeggiando, potette vedere che dietro a lui non c’era più una sola mucca. -“Che scherzo brutto è questo? Ohi, mamma, che grande disgrazia! Dove sono sparite le mie mucche? Da una mandria non ne è rimasta nemmeno una! Questa è opera del demonio … che tragedia! Cosa dico a mia moglie? Per non parlare della maga! Cosa direbbe se sapesse che non mi sono rimaste né vacche né tori!?”.
Pepi non si dava pace.
Inoltre era terrorizzato temendo il diavolo … aveva paura che tornasse a tormentarlo.
Ma ancor di più, forse, temeva la scenata di Arega quando fosse tornato a casa a mani vuote e senza nulla.
La vedeva lì davanti ai suoi occhi … triste e afflitta e, dopo, furiosa, gridare: “Il mio sangue sparso in terra, Pepi … cosa facciamo adesso?”.
E non era una bella visione!
Immediatamente tornò indietro.
Aveva lo sguardo truce ed era furioso con se stesso per non essersi accorto di nulla. Non poteva sopportare d’aver perso quel tesoro. Dalla rabbia camminava veloce come il lampo e parlava in continuazione. Non si era fermato mai, né per mangiare, né per dormire.

In un battibaleno i giorni erano volati.
Era l’alba del quarto giorno di cammino quando comparve la torretta apparendo in lontananza. La fata, in alto, l’aveva già visto arrivare.
Egli sapeva che la donna valorosa l’aveva già visto.
Infatti gli giunse la voce di lei che risuonava preoccupata e cristallina come l’acqua, benché ancora lontana.
-“Quali brutte notizie porti?
Dove sono le vacche? Le hai lasciate in paese?”.
Pepi, nell’arrivare, urlava forte raccontandole ciò che aveva fatto il demonio maligno.
-“Cosa mi dici! Maledetto sia quel Diavolo! Dovevo immaginare che avrebbe rubato le mucche per dispetto! Non essere triste Pepi … non è colpa tua! Povera Arega … cosa starà pensando adesso, non avendoti ancora visto tornare a casa? Poveretta … è già così spaventata!! Adesso risolvo il problema, stai tranquillo!”.
Immediatamente, la Signora, senza parlare oltre, infila di nuovo la mano in quel sacchetto; prende un altro pugno di grano; apre il palmo della mano per farlo velocemente cadere tutto per terra, nella cenere del falò … e, in un baleno, dal grano escono di nuovo molte mucche e tori, più di prima.
Veloce la fata prende ogni bestia per le corna segnandole in mezzo alla fronte cun polvere bianca mista a latte. Il bianco marchio frontale era a forma di corna di toro e si poteva vedere la lontano con la luce della luna.
-“Vai in buon’ora Pepi! Vedrai che adesso quella Bestia non ruba più niente. Vai dritto al paese senza fermarti mai. Mastica queste foglie che ti toglieranno il sonno e mangia solo questo per non perdere le forze!”.
Così dicendo la maga da a Pepi una bisaccia piccola, piena del necessario per tornare a Cabras: foglie medicamentose con tronchetti sottili, da succhiare quando gli fosse venuta fame, e un frustino per condurre la mandria.
La luna era alta nel cielo. La luce del grande falò illuminava grandi spazi fino a parecchio lontano, quasi fino a Mont’e Prama. Da li Cabras non era molto distante.
Le mucche e i tori si distinguevano uno per uno. Doveva farsi coraggio.
Detto e fatto.
Pepi da un colpo sul di dietro della prima bestia affinché conducesse la mandria. Poi, con gli occhi bene aperti, imbocca la strada del ritorno in paese.
Masticando quelle foglie, succhiando i tronchetti, guardando tutti i capi e contandoli continuamente … manco s’era accorto che, lesto come il lampo, era arrivato alle prime case del paese. Non gli sembrava vero! Quanto aveva fatto in fretta! Roba da non credere!!! Ihhhhhh … che felicità! Pepi era troppo impaziente!
Entra a Cabras ridendo e gridando!
Sembrava matto da legare!!!
-“Aregaaaaaa … Aregaaaaa … esci fuoriiiii!!! Eccolo tornato tuo marito … padrone di mandria e ricco sfondato!!”. 

Arega era già in piedi e stava in cortile, cercando di raccattare qualche ramoscello per accendere il fuoco quando si fosse svegliato il bambino.
D’improvviso sente le forti grida del marito e scaraventa lontano tutto il legname che aveva in mano.

-“Sentite! Pepigheddu mio è tornato! Per l’amore della Madre sia … che felicità! … Pepiiiii, Pepiiiiii, Pepiiiiiiii … sono qui! Eccola tua moglie! Porti buone nuove?”.
Pepi, prima l’aveva sentita urlare poi lei era giunta saltando per la grande contentezza che il marito era finalmente tornato a casa.

Lui era rimasto sul battente della porta di casa con le braccia spalancate.

-“Guarda, Arega cosa ti ho portato! La maga ci ha donato una mandria. Mi ha detto che le faceva molto piacere regalarcela perché siamo gente felice e dignitosa anche se siamo poveri.
Tieniti forte Arega del mio cuore …
Da oggi siamo ricchi!”.
Arega non sapeva più che dire!
Più guardava le vacche e più non poteva credere ai suoi occhi.
Lacrime scendevano come cascata in dirupo montano, sulla faccia di Arega. I suoi occhi erano diventati ampi come pozze di acqua piovana.

-“Felice è la Madre degli alti cieli! Benedetta sia quella maga buona! E maledetto sia quel demonio cattivo …Avevo ragione quando sostenevo che quello era nascosto dietro il canneto e ci malediceva tutti i giorni! Per colpa di quella Bestia stavamo per morire tutti di fame … noi e il nostro figliolo. Che peccato … ha perso! Che sia crepato per sempre … La maga lo ha vinto … che peccato! Hahahahahahahahah!!! Che resti morto per sempre nella bocca dell’inferno!!!”.

Dopo i baci e gli abbracci, Pepi con Arega conducono tutti i capi di bestiame al recinto che, immediatamente, si riempie di nuovo. Essi sembravano cicale, saltando agili mentre chiudevano il cancello dello steccato.
  
-“Domani mattina mi alzo presto per fare qualche forma di ricotta e di formaggio  per darlo ai poveretti. Da oggi non voglio più vedere gente soffrire la fame. Riusciremo a riavviare l’azienda e vedrai che, se la Madre ci assiste, tornerà la ricchezza in paese!”.

Detto e fatto!

Grazie alla fata del Sinis da allora il paese di Cabras è sempre rimasto ricco e libero dai diavoli.

PERA COTTA E PERA CRUDA …
OGNUNO A CASA SUA … QUESTO RACCONTO ARRIVATO DA LONTANO … ANCHE SE NON CI CREDI E’ TUTTO VERO!!!

(traduzione dell' autrice di " Sa mraiàrxa ‘e su Sinis" , dal Sardo Crabarissu )