domenica 25 novembre 2012

Un coccio (mai) lanciato nello stagno di Prama

di DedaloNur

Disegno di Enzo Marciante per Leonardo Melis
Talvolta gli archeologi sembrano restii a voler coronare le loro fatiche con gli allori meritati. Forse esiste un sasso in grado di smuovere la palude di Prama e con essa la storia sarda. Si dice abbia foggia, colori, impasto di tipo punico  (io non ricordo di averlo mai visto, però mi fido), e a trovarlo sotto cumuli di statue spezzate furono proprio gli archeologi nella palude di Prama. Considerando anche questo, bramerei ancor di più che a maneggiarlo e a lanciarlo, fossero sempre loro:   i competenti. Mentre tutti, in una chiassosa distrazione di massa,  si scannano come tigri dai denti a sciabola sulla data di creazione delle Statue, sulla esistenza di templi in stile ateniese con tanto di telamoni, su valore e significato delle statue più qualche altra amenità come quella dei pugili-corridori, niente o quasi vien detto sul rapporto tra codesti cocci punici ed il momento nel quale  i Giganti furono abbattuti. Ma non è forse questo, un tema altrettanto importante quanto la data della loro creazione? E non è, al contrario di quest'ultimo problema, più efficacemente documentato dal punto di vista archeologico, da dei bei e noti cocci in stratigrafia,  tutti sigillati e preservati da un grosso cumulo di detriti?
Ad esempio, ed a tal  proposito, un archeologo da me molto stimato come Rendeli (lo dico senza il minimo di ironia e con il massimo della sincerità), quando si pone ben 4875 interrogativi sulle statue, giunto al momento di parlare della distruzione, cosa si chiede? Questo: Mi chiedo se chi ha distrutto il complesso monumentale avesse la percezione di trovarsi di fronte alla dualità del monumento-sacrario e dell’area funeraria ad esso connessa.”. A  me l'immagine di soldataglie intente a porsi sì alti quesiti appare assai ottimista considerando il livello intellettuale medio delle soldataglie o della plebe (che è lo stesso..). Potrebbe apparire oziosa come il chiedersi se i balestrieri francesi si fecero chissà quali problemi nel distruggere il cavallo di quel Leonardo da Vinci, che già ai tempi della calata di Carlo V, era già il geniale e leggendario Leonardo da Vinci in tutta Europa.  
Ma perché non porsi  una semplice domanda e concedersi almeno un ipotesi, su chi  distrusse i Giganti?  Sempre Rendeli poco più sopra, annota:  “La distruzione potrebbe essere avvenuta in  una fase anteriore, o coincidente con la metà del IV secolo a.C. in base ai frammenti  ceramici più recenti rinvenuti nello strato di obliterazione che conteneva i frammenti di statue.” (pag 60). Si tratta di una frase importante, ma incompleta. Anche qui: perché non indicare il tipo di coccio e l'ipotetica mano del responsabile? Quanto anteriore ed in base a cosa?
Dei cocci parla più “diffusamente” Tronchetti, ed a più riprese. In La statuaria di Monte Prama nel contesto delle relazioni tra sardi e fenici; dopo aver ribadito i suoi convincimenti sul rapporto indissolubile tra statue e necropoli, afferma: “statue e tombe erano dunque originariamente in connessione, non si vede il motivo per cui una tale mole di frammenti dovrebbe esser stata spostata da un sito più lontano e distante per essere collocata esattamente lì. La discarica è avvenuta nel corso dell'avanzatissimo IV secolo a.C. se non ai primi decenni del III sec. a.C. come indica la ceramica più tarda trovata all'interno del cumulo dei pezzi di statue anche con frammenti di grandi dimensioni trovati nella parte più bassa del giacimento. Un ampio frammento di orlo di anfora Punica rinvenuto al di sotto di un torso ne è precisa testimonianza.”.
Questo passaggio mi confonde: se statue e necropoli furono da sempre un tutt'uno, se i frammenti mai furono smossi, il momento in cui si formò la discarica deve coincidere appieno con quello della distruzione, quindi il riferimento di Rendeli al fatto che la distruzione possa essere anteriore alla discarica, perderebbe di senso. L'idea è semplice: io prendo  a martellate le statue e queste cadono in mille frammenti sopra le tombe: fine della storia. Tra l'altro, se la distruzione per qualche ipotesi dovesse esser avvenuta molto o poco prima,  i cocci punici alla base della discarica starebbero lì a segnalarci che furono sempre i punici (senza motivo apparente come giustamente sottolinea Tronchetti) a smuovere e traslare l'ammasso di frammenti: quindi anche in questo caso dovremmo assumere l'idea che la cronologia della distruzione dei Giganti sia tutta ricompresa all'epoca nella quale Cartagine prese di mira la Sardegna. Purtroppo però Tronchetti parla solo di discarica e non  di distruzione dei Giganti per mano dei cartaginesi, come se, a questo punto, la discarica si fosse creata magicamente da sé e prosegue a polemizzare su altro: “Anche considerando che questa discarica possa essere avvenuta con l'esigenza di liberare i campi per le coltivazioni...”. 
Impegnandosi nella polemica riguardante il tempio a telamoni accantona l'argomento saliente: quando le statue furono distrutte e per mano di chi?  La conclusione obbligata di tutto il suo ragionamento sembra una sola e per giungerci, da noi,  riprendiamo le fila del suo discorso dall'articolo Le Tombe e gli eroi:

ñ  gli archeologi ci dicono che la discarica avvenne non prima del IV secolo a.C. Il fatto che ceramica cartaginese di quel secolo si trovi al di sotto di un torso ed al livello più basso del giacimento, esclude due obiezioni:
ñ  che ceramica così recente si sia infiltrata nel giacimento in modo accidentale, giungendo sino alla base della discarica, in un periodo posteriore a quello della effettiva distruzione: lo strato, per dirla con Rendeli e Tronchetti, oblitera il tutto.
ñ  Solo i frammenti Punici, e non altri frammenti più recenti, costituiscono il momento ante quem non della formazione dell'accumulo.
ñ  È Tronchetti a rimandare all'idea che il momento di formazione dell'accumulo e della distruzione coincidano: “Si è utilizzato il termine “gettati” perché è stato rinvenuto un torso di arciere che si è rotto in tre pezzi, rinvenuti in situ, quando è stato discaricato sopra un lastrone tombale” (Le tombe e gli Eroi)
ñ  Poiché statue e necropoli formavano un tutt'uno da sempre, il momento nel quale l'accumulo fu gettato sopra i lastroni delle tombe, coincide necessariamente con quello della loro distruzione,  se tra il momento della distruzione  e della formazione della discarica non v'è iato temporale
ñ  Se anche tale iato ci fosse andrebbe ricompreso in epoca Punica. Infatti non si vede chi altri mai avrebbe smosso le macerie se non quei “Punici” che lasciarono  alla base della discarica i loro cocci, poiché nell'accumulo manca completamente la ceramica fenicia di epoche anteriori al IV sec. a.C.
ñ  Allora tanto la distruzione quanto l'eventuale movimentazione delle macerie avvenne  per mano di Cartagine

E comunque  se a dirlo è una pochezza come il sottoscritto, certo la palude non sarà mai smossa.  Ma l'archeologia ufficiale sembra allergica a gettare sul piatto questo semplice discorso.  Perché?  
Sarebbe sufficiente, e di questo mi accontenterei, che lo facessero presentando la cosa come una ipotesi di lavoro e studio: ma non accade. Certo non andrebbe a loro disdoro: ne son passate,  sotto i ponti,  di ipotesi ben più bislacche!?! Questa, se non altro, ha la eleganza della semplicità  unita alla forza delle fonti storiche: non solo archeologiche. Perché in quel periodo i Punici rompevano le scatole un poco a tutti nel Mediterraneo, ed è noto che tra gli sfortunati ci fu pure la Sardegna. Per di più pare che i punici non vedessero di buon occhio le necropoli nuragiche: anche ad Antas, dove si venerava il Babbai delle genti nuragiche, dove v'erano tombe della medesima tipologia di quelle di Prama, ricoprirono codeste tombe con il basamento del loro tempio a Sid. Non può trattarsi di una coincidenza.
Io comunque un motivo per il quale codeste conclusioni e ipotesi paiono quasi tabu...un motivo per il quale le mani si ritraggono e si rattrappiscono quando c'è da lanciare cocci nella palude di Prama, forse, l'avrei individuato nelle parole che M. Torelli pronunciò nel lontano 1984, e così come furono scritte, ve le riporto:
“Dirimente [per la cronologia delle statue di Monte Prama] appare la ricostruzione-ad oggi neppure tentata- delle vicende alla  base della formazione urbana di Tharros: le statue di Monte Prama non possono infatti essere che il volto alternativo di quell’insediamento, poiché il loro statuto eroico presuppone un controllo indigeno sull’emporion fenicio, così come la violenta  distruzione della necropoli sembra il sigillo alla trasformazione di quell’emporion in polis e perciò stesso del rovesciamento dei  rapporti di forza tra elemento fenicio ed elemento nuragico, fino a quel momento forza capace di amministrare i processi dello  scambio, di effettuare i prelievi per così dire pietrificati nelle bellissime statue-kolossoi.

Torelli, presumo,   nulla mai seppe della ceramica punica. Caso mai ne avesse udito parlare   avrebbe almeno accennato alla storia di quel volto alternativo, della Tharros nuragica,  fin qui mai raccontata da alcuno.  Lilliu, anche secondo Zucca (dal cui articolo: Da Tárrai póliw al portus sancti Marci: storia e archeologia di un porto dall’antichità al medioevo , riporto le parole di Torelli) aveva il medesimo pensiero del Torelli; non a caso scriveva che la statuaria  fosse l'indicatore di una civiltà tutt'altro che decadente, ma dinamica e quasi urbana, mai subalterna. Il quasi urbana è sibillino, il mai subalterna è esplicito. Perché al tempo di Lilliu come tuttora, i primi vagiti dell'urbanesimo in Sardegna sarebbero quelli fenici e le colonie prova di subalternità, idem.
Ma allora: se diamo per buone le parole di Torelli, più quelle di Tronchetti et alii sul momento della distruzione, forse diventa arduo parlare ancora di colonie fenice, di città fenice. Forse, quelle tombe di Tharros con corredi nuragici, non indicano i membri della aristocrazia nuragica accolta nella città fenicia, come Zucca rileva a partire da ben 43 manufatti nuragici trovati nella sola  necropoli di Tharros, più tanti altri trovati a Bitia,  Othoca ed altrove:

Se da un lato teoricamente non possiamo del tutto escludere la pertinenza di una serie  di questi bronzi al corredo di tombe individuali (?) nuragiche in funzione dell’insediamento nuragico di Tharros della Prima età del Ferro e delle prime fasi dell’Orientalizzante, come ipotizzato da Vincenzo Santoni, appare, d’altro canto, assicurato dai dati di rinvenimento tharrensi ottocenteschi la pertinenza di bronzi  nuragici a contesti funerari dell’ Orientalizzante tardo, che preferiremmo continuare  ad ascrivere ad aristoi sardi accolti, insieme alle loro clientele, nell’ambito della  compagine cittadina di Tharros. Questa proposta ricostruttiva individua nella  deposizione funeraria di tali oggetti degli heirlooms, atti simbolici che esaltavano il  passato glorioso ed eroico dei Sardi. I contesti delle necropoli di Bitia e Othoca e  dell’insediamento nuragico-fenicio del nuraghe Sirai, con materiali in bronzo  nuragici, assicurano la legittimità di una cronologia entro l’ ultimo terzo del VII sec.  a.C. per l’ associazione di tali bronzi in ambiti fenici.  Le comunità nuragiche del golfo di Oristano furono aperte all’ apporto culturale dei  Phoinikes sin dallo scorcio del II millennio a.C.”

Se le statue erano ancora in piedi nel IV secolo, gli esponenti Nuragici più che essere accolti nella città fenicia, magari accoglievano da padroni, coloro che attraccavano nel porto nuragico di Tharros. Sempre se, al liminale del IV sec. a.C. le statue si reggevano ancora sui loro piedistalli, il passato glorioso dei sardi non era mica ancora, passato, quando i fenici misero su il loro emporion, pure se, come rileva Zucca medesimo: “Il luogo della strutturazione dell’ emporìa dei Phoinikes in area indigena tharrense  sfugge, allo stato delle ricerche, ad ogni valutazione”.

Tuttavia è questo invisibile  emporion fenicio ad esser promotore:
 “della diffusione nel «cantone» nuragico del Campidano di San Marco de Sinis del prestigioso scaraboide della  tomba XXV di Monte Prama , uno dei pochi aigyptiakà attestati in centri indigeni  sardi, e soprattutto della ideologia della statuaria monumentale accolta in seno alla  bottega responsabile delle scultura di Monte Prama, forse anche grazie ad un artifex  levantino.”

Insomma, a furia di non voler lanciare i cocci nella palude di Prama, si parte dagli intrecci fenicio/nuragici per arrivare a dire che, la distruzione dei giganti di Monte Prama avvenne in concomitanza alla distruzione di Su Cungiau e' Funtana nel VII sec. a.C. (data che per alcuni non si discosta molto da quella della creazione delle statue), per opera di Tharros e dunque anche per opera  di quei medesimi nuragici  che vi furono “accolti” con le loro clientele:

La distruzione di Monte Prama potrebbe riferirsi ad un momento di espansione del  ‘popolo armato’ di Tharros, destinato in tale modo ad affrancarsi dagli esosi  ‘prelievi’ sardi sulle merci veicolate nel porto e a strutturare un territorio cittadino  che poté ripetere (e superare) il grande ed esteso ‘cantone’ nuragico di S’ Uraki-Monte Prama.  e da soldati con la lancia e con i puntali da lancio, poté essere quello sardo-fenicio in  conflitto con l’ esercito di quel principato sardo che aveva eretto lungo l’ unica via  il collegamento tra il porto e le fertile piane del Campidano settentrionale e le  miniere del Montiferru i kolossoi di Monte Prama.  Forse non casualmente l’ insediamento nuragico di Su Cungiau ‘e Funtana di  Nuraxinieddu cade intorno alla seconda metà del VII sec. a.C..
Per carità è plausibile che dei nuragici imbevuti di cultura straniera con parentele straniere in seguito a matrimoni misti, rivolgano le loro armi contro coloro che pur rappresentavano le loro più remote origini, la loro antica cultura: non c'è mai stata penuria di figli di buona mamma nella storia  dell'uomo.
Ne sarebbe irrealistico che un centro meglio organizzato da un punto di vista militare, insieme  a degli alleati,  prevalga  su un isola allora ancora abitata - si suppone prevalentemente - da genti di estrazione nuragica.  È noto il grande numero di armi in ferro rinvenuto presso Tharros, Bithia, Othoca, ma ad onore della sua obiettività, l'Autore, non nasconde neppure quale fosse l'armamentario di cui disponevano i nuragici  di quel periodo:
Si osservi che  l’armamento nuragico comprendeva insieme alle armi in bronzo quelle in ferro, come documentato  in maniera limpida dal rinvenimento nel 1892  a Bona Fraule-Siniscola di due spade in ferro, un pugnale in ferro, una o due  navicelle in bronzo sei coppe enee, olla fittile con ritagli informi di bronzo. ” Oppure, sempre in ambiti nuragici “La cuspide di freccia in ferro dall’area funeraria di Antas  e  le ben più numerose punte di freccia in bronzo rinvenute in Sardegna nel santuario nuragico di Abini-Teti , a Ittireddu-Monte Zuighe, a Santu Antine-
Torralba”
Quella nuragica è una panoplia del tutto simile a quella fenicia. Non manca nulla alla sintesi  sul lato militare: tutto viene citato. Tranne i cocci punici della necropoli di Prama.
Viene allora da chiedersi: tutta questa ricostruzione non urta contro i cocci del IV secolo di tipo punico? L'ipotesi di una emancipazione fenicia tarrense nel VII secolo a.C. e la conseguente, immediata, distruzione dei giganti non viene contraddetta da quelle prove archeologiche che datano la creazione della discarica al IV secolo a.C.? Sono almeno 300 gli anni di differenza che separano l'ipotesi di Zucca dalla datazione del coccio punico. Tronchetti potrebbe alzare il dito e chiedere conto a Zucca sul dove si sarebbero i frammenti per 300 anni, e perché e come mai, qualcuno li avrebbe smossi per porre  al di sotto di tutte le macerie cocci del IV sec. a.C.! Sembra che per mantenere ancora in vita l'idea di una città fenicia in grado di sbaragliare i nuragici si ometta di citare il coccio del IV secolo a.C.  Il quale sposta molto più lontano l'abbattimento dei Giganti e con esso, il definitivo tracollo nuragico. Tra l'altro, nel sito di Monte Prama mi risulta sia assente qualsiasi testimonianza fenicia che indizi la mano tarrense quale autrice  degli incendi e del vandalismo perpetratosi a Prama.
Anche la volontà del Zucca pare infrangersi contro quello che Bernardini, definisce essere il baluardo invalicabile del VIII sec. a.C. “Per quanto non manchino proposte di quadri di sviluppo della cultura indigena fino all’età dell’arcaismo, peraltro molto discutibili in alcuni passaggi e  connessioni, la bella “avventura” della civiltà nuragica nell’Età del Ferro si infrange, dopo aver finalmente superato il robusto ostacolo del Bronzo Finale, su  un altro fiero baluardo: la fine dell’VIII secolo a.C., data che segnerebbe la fine  irrevocabile di questa esperienza culturale
Bernardini è quello che più tra tutti critica la teoria della fine della cultura nuragica nell'VIII sec. a.C. :
“Molti siti, in realtà, come la ricerca ha modo di documentare in modo sempre più ampio attraverso le attività di prospezione territoriale, continuano la loro vita e i nuraghi, che vengano o meno costruiti, restaurati o modificati nel loro  uso, persistono nel segnare con forza il paesaggio e la percezione di esso come  collante culturale e ideologico del territorio. Non si tratta, beninteso, delle isolate e romantiche torri che segnano il nostro presente e, purtroppo, anche e troppo spesso la nostra rappresentazione del passato, ma di architetture ben inserite  in un tessuto di popolamento vivo e pulsante tra il Bronzo e il Ferro. Eppure,  in una sorta di recupero moderno di vecchi miti, l’isola che si affaccia alla nuova  Età del Ferro somiglia sempre di più a quella terra arida e spopolata abitata da  grandi uccelli che Aristeo dovrà recuperare alla fertilità e alla produttività umane”  Addirittura sempre Bernardini afferma: “Gli indigeni (ovvero i nuragici ndr) fantasmi che popolerebbero la Sardegna dell’Età del Ferro sono il frutto dell’ideologia moderna; la bella età dei nuraghi dell’Età del Bronzo fu davvero bella, anzi bellissima, ma anche destinata a
 vivere e a trasformarsi nella nuova dimensione degli anni del Ferro, a comporsi in nuovi fenomeni di cultura e di costume nella cornice di quel mare dinamico  e in perenne movimento, strada di incontri, che è il Mediterraneo antico”.
L'obiettivo polemico di Bernardini è sconfessare da un lato  gli studi che propongono di rialzare la cronologia di certe produzioni nuragiche e dall'altro quegli altri studi che propongono la fine del nuragico durante l'età del ferro, che anzi  “con la creazione della rete mercantile fenicia in cui le comunità dell’isola – che a quanto pare non percepivano  se stesse come post-nuragiche – assumono ruoli di spicco” .
La frase sulla partecipazione nuragica ai commerci fenici ricalca quello dello Zucca sulle comunità nuragiche accolte in quel di Tharros. Pure in questo caso una mano invisibile sembra frenare l'autore. Le sue stesse tesi trarrebbero più forza se solo almeno menzionasse l'ipotesi che i Giganti furono abbattuti solo in età punica e che pertanto i nuragici dominavano ancora il Sinis ben oltre il limite aprioristico dell'VIII sec a.C. come egli stesso lo definisce, in relazione a vari indizi archeologici: “la presenza del tipo nelle sequenze stratigrafiche cartaginesi, con concentrazione a Cartagine, picco di attestazioni tra il 760 e il 675  e proseguimento “a calare” tra il 675 e il 600 a.C., Eppure, e in modo incomprensibile se non proprio a causa di un limite definito aprioristicamente, le anfore tipo Sant’Imbenia nei due siti citati dell’Oristanese si fermano all’VIII secolo a.C., mentre un ragionamento  “logico” dovrebbe contemplare lo sviluppo della cultura materiale indigena in  stretto collegamento con questi materiali entro il secolo successivo”.
Chiedo scusa al Lettore se dovessi averlo tediato a morte con troppe citazioni. Una piccola rassegna mi sembrava necessaria. L'intento è dimostrare la presenza di un fantasma tra gli scritti che si occupano dell'età del Ferro in Sardegna ed in particolare di quelli che esaminano il complesso di Monte Prama.  Un fantasma che con le sue mani invisibili impedisce d'usare quello che a mio modesto avviso è l'argomento principe, la prova, che i nuragici eventualmente persero la loro sovranità territoriale, politica, culturale, solo in seguito alle guerre contro i punici, e non già per opera delle colonie fenice. È la prova della completa desuetudine del termine “colonia fenicia” la quale, o tramite il popolo armato di Tharros o tramite il “meticciato” è ancora per alcuni l'autrice della fine della civiltà nuragica. D'altronde ciò non comporterebbe la purezza razziale e culturale dei nuragici: ovvero, con ciò non si escluderebbe (mi sembra ovvio) che nuragici e fenici possano esser convolati a nozze, formato Joint venture per commerciare il vino, che i nuragici si sian fatti culturalmente contaminare dai più raffinati levantini, etruschi ecc. Insomma così facendo non si ripropone l'idea di una civiltà nuragica chiusa e ripiegata in se stessa. Si propone semplicemente l'idea che la sovranità territoriale e politica sino all'età delle guerre contro Cartagine ancora appartenesse a quei sardi che pensavano se stessi nelle fattezze dei nuragici di Monte Prama. Che magari inviarono la statua del loro Dio a Delfi, che magari stipularono patti di amicizia con Sibari, solcando i mari con o senza fenici: tutti atti che necessitano indipendenza e sovranità politica. Per dirla con Torelli,  è l'idea di “colonia fenicia”, quel fantasma che impedisce di riconoscere i “volti alternativi” della storia di Tharros e della storia sarda.