martedì 25 dicembre 2012

Arega pon-pon (10 di 16)

Cronache dalla fine del mondo 10: December, 3, 2012 – H 09:33 UTC
Cagliari, rione Marina - Sardinia, Italy – H 10:33

Placido assorbì con tutto l’essere le vibrazioni sottili che parevano emesse da una sola corda d’un violino tzigano. La nota sembrava che ballasse nell’aria immobile, confondendo i poeti.
Alcuni di essi si fermarono interdetti: provarono a infilare i bigliettini rimasti nelle tasche rovesciate, vuote come le loro menti.
La fine del mondo non fu qualcosa per cui fare le rime.
Gli uomini in giacca e cravatta che procedevano chinati per la via Roma batterono il pugno destro contro il petto, provocando un rumore sordo, percepito solamente dai medesimi, che invase loro la mente come un incubo in cui non si riesce a gridare, come succede ai pastori quando scorgono la volpe.
Garzoni e carrettieri, indistinti sotto le palme, andavano venivano sostavano, sempre a bocca aperta, cercando con gli occhi la fonte di quella nota vibrante.
A ziu Nanneddu parve  il canto di una cicala d’agosto, quand’essa s’aggrappa al tronco del cisto e sogna di un amore lontano. Inutile pensare di trovarla, perché il canto balla da un orecchio all’altro, confondendoti.
Ziu Nanneddu era arrivato a Cagliari perché sofferente alla prostata, ma si era fermato in via Roma. 
Su un piedistallo di una statua di Nivola, sotto il portico del palazzo di cristallo, sostava un uomo basso e grasso e pallido, con un cravattino a farfalla e una caramella all’occhio destro il cui zigomo era arrossato con toni violacei. Trasse di tasca un foglio di carta piegato, lo lisciò e, con voce tremante, azzardò:
“Ciascuno sta solo sul far della sera …”.
“Ed è subito a terra!” – avrebbero dovuto chiudere gli astanti, che vi si trovavano per caso, fra essi ziu Nanneddu.
Nessuno ci fece caso.
Allora l’ometto diventò paonazzo per la rabbia o per qualche altra emozione che gli riusciva difficile manifestare diversamente.
L’ammaccatura sullo zigomo restò bluastra, infischiandosene delle emozioni della voce:
“Ciascuno sta solo sul cuor della sera!” – urlò l’omuncolo, ma la sua voce non giunse neppure a far l’eco sulle pareti vetrate del palazzo regionale, dietro le quali s’intravedevano delle figure ritte, rigide e mute, come un esercito di terracotta dell’antica dinastia cinese o un presepe affollato della migliore tradizione campana.
L’uomo basso grasso e pallido scese in silenzio dal suo piedistallo, attento a non calpestare la sua ombra, che però non si scorgeva nei paraggi. S’affannò a piegare il foglietto e a riporre la caramella nel taschino, con gesti misurati e consueti come quelli di un prete che pulisce, piega e ripone i sacri arnesi dopo la comunione dei fedeli.
Attraversò la strada, si pose di fronte ai garzoni-carrettieri che sostavano, andavano o venivano sotto le palme, sempre a bocca aperta, sempre in cerca dell’origine di una nota vibrante.
L’omuncolo provò con essi a suscitare emozioni, ancora inutilmente. Poi arrivò sulla banchina del porto, posò il foglio a terra tenendolo fermo col monocolo e rifece quanto già fatto poc’anzi. Senza spruzzi di alcun significato.
Placido attese solo pochi istanti i suoi emuli suicidi, che si presentarono in silenzio, spalle all’acqua verdastra del porto. Disegnarono cinque archetti nel cielo pallido, entrarono in acqua simulando i gloriosi cerchi olimpionici.
“Il tempo s’è fermato” – pensò Placido – “ed io qui sono l’unico ancora vivo. A tutti è concesso di vivere e rivivere le stesse azioni, ripetendole all’infinito, come in un libro ormai stampato su cui puoi rileggere a piacere la pagina preferita, ma non cambiarla”.
Placido si congratulò con se stesso, per aver mantenuto una lucidità di pensiero che gli parve carente in tutti gli altri.
Fu allora che vide la donna: alta, mora, sui trenta.
Camminava scalza a passi contenuti e lenti. Pareva immersa in un film al rallentatore, quando si mostrano gli “attimi fatali” istante per istante. Era curioso vedere esattamente come un piede umano poggia progressivamente sui quadroni di granito della via e poi  si solleva dolcemente, spingendo in avanti tutto il corpo.
Ormai la donna era a dieci metri da Placido e le sarebbe passata vicino quasi a sfiorarlo.
Il seno della donna si alzava prepotente dentro la camicia aperta sul collo e si abbassava lentamente, vincendo ogni logica di gravità terrestre.
Ricordò ziu Eugeniu Tuveri, il fisarmocista cieco che una volta sentenziò su un seno di donna che descrisse come sul punto di mettersi a cantare una canzone: unu giogu de tittas chi scappant a cantai, aveva detto precisamente. Placido osservò e convenne, ma la vista non gli suscitò emozioni o desiderio.
Su cunnu doxi!” – mormorò a fior di labbra – “Sono morto anch’io!”.
Era la prova provata della sua transazione nel mondo dei più.
Ormai ne era più che certo, poiché conosceva troppo bene se stesso: niente desiderio, niente vita!
La donna lo sfiorò e passò oltre. Poi si fermò. Restò pensosa forse tre minuti, che per l’eternità sono comunque poca cosa. Si girò e gli rivolse la parola:
“Ciao!” – gli mormorò.
Così parve.
Placido lo intuì leggendole solamente il movimento delle labbra. La fissò negli occhi: erano spalancati, belli, scuri e stupiti. Pareva che avesse rivisto un amico, un compagno di scuola, dopo tanto tempo. No, forse un fratello; forse qualcuno con cui stava e col quale si erano persi di vista.
“Dove andiamo?” – le chiese Placido, senza meravigliarsi di parlare senza voce, ma con tono semplice, caldo, complice come un bambino stanco della routine di paese, quando è pronto a un’avventura o a una sfida, in un eterno pomeriggio d’estate, allorché il caldo aggredisce la mente e la noia affatica la fantasia.
“Vieni!” – lesse sulle labbra di lei.
Insieme attraversarono la strada, camminarono sul marciapiede, girarono l’angolo, oltre lo spigolo di una casa, in uno degli incroci delle tante strade del quartiere della Marina che sono tutti diversi, ma  che a molti, anche da vivi, erano sembrati tutti uguali.
La donna continuò a camminare lentamente e Placido si accorse che anche lui camminava lentissimamente, senza provare impazienza, o fretta, o qualsiasi altra emozione o fremito dello spirito.
Il seno della donna continuava il suo gioco come a voler intonare canzoni: Placido l’osservava senza piacere, come a costatare una realtà di cui era consapevole da sempre.
Può dare emozione sapere che sei per sei fa trentasei?
Placido non sentì il profumo della pelle della compagna di viaggio.  Eppure doveva aver un profumo quella pelle liscia e vellutata, pulita sotto la camicia sottile e aperta abbondantemente sul collo.
Se questa poteva essere la situazione per un morto, Placido scelse di optare per la vita, nel caso in cui …
Egli stesso e la bellissima donna camminarono affiancati in una apparente comunione d’intenti e invece erano come due molecole d’acqua in un cristallo di ghiaccio: simili quanto si può, ma rigide ciascuna nella propria posizione, senza possibilità, né voglia di interferire l’una con l’altra.
Camminarono insieme, verso l’unica destinazione, senza che nessuno dei due si sentisse costretto, ma erano soli, semplicemente affiancati, distanti, maledettamente ognuno per proprio conto.
Loro due, Placido e la donna, erano anche tristi.
“Tutti sono tristi stamattina!” – pensò l’uomo con un sussulto di lucidità – “Siamo tristi perché siamo morti o siamo morti perché siamo tristi? Morte e tristezza … sono le due facce della nuova realtà”.
Arrivarono alla fine di un vicolo dove s’apriva la porta bassa di un sottano che era murata da secoli.
Scesero nella penombra e verso buio, sempre fianco a fianco, scambiandosi solamente lunghe occhiate, non di tenerezza come spesso lo furono fra un uomo e una donna, ma solo perché tutto era fortemente dilatato nel tempo, poiché nessuna emozione più influiva sul battito dei cuori.
Penetrarono nel buio e si tennero per mano, anzi per dito, visto che solo un dito della mano di lei ed un solo dito della mano di lui tennero il contatto nel buio.
“Buio, sino a che le pupille s’abituano” pensò Placido, che non riusciva proprio a perdere il vizio.
Invece il buio era totale.
Continuarono ad avanzare con passo rallentato, in direzione rettilinea. Almeno così pensò l’uomo. Invece s’accorse che girava intorno alla sua sconosciuta compagna, perché lei s’era quasi fermata, vinta da una subitanea intuizione. Comprese la donna che dentro quel buio non erano soli, ma altre presenze vagavano come loro, altrettanto decisi verso la meta del nulla.
“Ora” - ragionò la donna che al buio non poté comunicare a fior di labbra al suo compagno di viaggio - “se continuiamo a camminare in qualsiasi direzione, ci scontreremo di sicuro con altri. Al buio non saprò più chi sarà il mio compagno di viaggio”.
Ecco l’ansia, l’angoscia di sbagliare, di perdersi nel buio, di separarsi da quel pur sconosciuto compagno, casualmente affiancatosi nell’ultimo tratto di strada.
L’ansia di comunicare col proprio compagno, l’angoscia di inventarsi un modo nuovo per comunicare nel buio: era tale l’orizzonte attuale della sua esistenza.
Allora la donna strinse più forte il dito del suo compagno, al solo scopo di partecipargli un poco della propria ansia.
Non era angoscia, forse neppure ansia, ma sicuramente un lieve disagio quanto provò Placido sentendosi stringere il dito.
La sua mano era fredda, come la mano di lei: parevano, erano mani senza sangue, mani senza calore.
Placido provò a inventarsi gli occhi stupiti di lei: forse al momento guardava proprio dalla sua parte in un’altra delle sue lunghissime occhiate. Forse lei stava mormorando parole sulle labbra che non erano rosse ma …
Allora anche Placido strinse forte il dito della sua compagna di viaggio per significarle il disagio, l’amarezza, la contrarietà, la solitudine, … ecco, la solitudine che lo aveva assalito in mezzo a quell’antro di cui non concepiva i confini, buio come una bocca tenuta  chiusa.
Fu allora che Placido si fermò.
Si fermò per pensare, quasi senza accorgersi, senz’altro senza volerlo.
E fu allora che la donna alta, bruna, che camminava a piedi nudi, con un seno che voleva cantare canzoni anche al buio,… fu allora che la sua compagna di viaggio cominciò a girare intorno a lui con esasperata lentezza. Una lentezza così grande che una tartaruga, al confronto, poteva fregiarsi dell’appellativo di sprinter, una lentezza che a fare un solo giro, ci si poteva prendere le ferie e tornare.
è difficile vivere, quando ti senti già morto!” - s’affaticò a pensare Placido.
“È difficile anche pensare, quando si è rallentati” - continuò a pensare l’uomo, che ancora non aveva perso del tutto quel vizio, usando a piacere del tempo eterno, quando in giorni normali si sarebbero consumate cento generazioni di corvi.
Voleva, doveva, aveva l’istinto … insomma si pensi ad un verbo che s’adatti alla situazione, perché voglia o volontà, dovere o piacere sono significati che mal si attagliano alla situazione attuale dei due compagni di viaggio.
Il problema, giusto per comprendere, stava tutto nel trovare un modo, un espediente che permettesse di comunicare i propri lenti pensieri l’uno con l’altra.
Sarebbero stati più fortunati se in vita fossero stati lombrichi di terra, ritenendo probabile una qualche invenzione di questi per comunicare in silenzio nel buio, senza suscitare emozioni.
–      Beati i lombrichi di terra, quando agli ultimi seguiranno i primi! 

Francu Pilloni (continua)