mercoledì 26 dicembre 2012

Arega pon-pon (11 di 16)

Cronache dalla fine del mondo 11: December, 3, 2012 – H 06:13 UTC
Brisbane, Australia – H 16:13

“A Brisbane”  continuava, anzi continuò il diario dell’automobilista a piedi nudi, “il traffico s’ingorgò e si disingorgò a ritroso, senza lasciare che nessuno superasse il fatidico semaforo di Barbusa Street” contro cui lanciò l’agenda l’automobilista cronista, nell’ultima performance che le fu consentita.
Fu a metà pomeriggio (ma chi poteva dirlo?) che il cielo si fece scuro per un’ombra compatta, grigia come l’ovatta delle imbottiture delle spalline delle giacche maschili degli anni Sessanta del vecchio secolo.
Istintivamente ciascuno degli uomini e delle donne imbottigliati nell’ingorgo a ritroso, sollevò lo sguardo per osservare il cielo fattosi nuvoloso all’improvviso, ma tutti riconobbero ciò che il loro subconscio aveva tentato di far emergere solamente negli incubi.
Tutto quel grigio era pelo di canguro.
Il pelo di tutti i canguri massacrati nei secoli, messo insieme per l’occasione. E dentro quella lana abitava un unico canguro gigantesco, grosso quanto tutti i canguri ammazzati per farne scatolette di cibo per chihuahua e per soriani, per rottweiler e per i gatti randagi del Colosseo e di tutte le altre città metropolitane o di provincia.
Mancavano all’appello solamente quelle consumate dai turisti, nei ragù esclusivi dei ristoranti famosi.
Non ha senso chiedersi la ragione.
Un unico enorme canguro, dunque, con una sacca marsupiale aperta che risucchiava e buttava fuori, alternativamente, tutte le automobili di Brisbane, giusto di fronte all’incrocio semaforico di Barbusa Street,  dove la cronista scrisse un diario al tempo remoto.
Gli occhi non compresero l’apparizione con un’unica rapida occhiata e vagarono dall’alto in basso, da destra a sinistra, componendo panoramiche in cui non si riusciva a vedere il principio o la fine, ma solo un grigiore terrificante e lanoso, tale che faceva tossire, sputacchiare e balbettare insieme. Quel grigio, quel pelo che a ben guardarlo virava anche sull’ocra, un terra bruciata sbiadita che affliggeva ancor di più lo spirito, entrava e usciva da tutte le parti.
La signora del diario vide il suo amico A. Pinker (beh, amico non ancora, conoscente e collega, anche se di grado più elevato), uscire dal finestrino destro dell’auto, cercare di trattenersi perché aveva lasciato indietro il cappello e poi sparire in mezzo a quel bigio che odorava di muffa e di bestia.
La signora, la scrittrice di diari al passato remoto, cercò d’infilarsi le scarpe, giusto perché sentiva una forza che la spingeva, la sollevava, la proiettava fuori dall’auto, passando per il tettuccio apribile che aveva pensato di azionare per avere una visuale più completa di quanto accadeva.
Sentì, la signora, i peli ammuffiti e rancidi per l’odore di bestia che le entrarono nel naso e nelle orecchie, nella bocca che non riusciva a tenere chiusa, finché il suo corpo fu gonfio come un cuscino imbottito di piume d’oca alla prima notte di matrimonio.
Non riuscì neppure ad aver paura, perché il ribrezzo non lasciava spazio ad altre sensazioni.
Ma riusciva a pensare, lucidamente a pensare, ciò che tutti non poterono fare a meno di avvertire: il mondo, stranamente, finiva in silenzio.
Contrariamente a tutte le fantasie esposte in migliaia di film sull’argomento, il mondo finiva senza botti, senza crolli e senza urla (e anche senza fiamme, a quanto si appurò), ma nel silenzio più singolare. Un silenzio che si poteva ascoltare, se l’idea non fosse idiota, ma certamente percepire.
La diarista, l’ultima di una generazione che aveva scritto, visto, parlato, urlato, cantato, letto, ascoltato il meglio e il peggio indifferentemente, ebbe la sensazione di avere Mr. A. Pinker (o era A. Pinker j.?) a portata di mano, anzi di pelo. Di pelo grigio, s’intende.
Allargò se stessa, poiché ciò le era consentito in quella specie di sospensione in cui era immersa, agitò le braccia e le gambe (scompostamente come mai le era capitato negli ultimi trenta anni), aspettandosi di toccare qualcosa di più solido di una peluche infinitamente morbida e insinuante.
Antony Pinker!, gridò col pensiero, sperando che quella A punto Pinker stesse per Antony Pinker.
Andrew Pinker!, riprovò a pensare gridando, o a gridare pensando, che dovrebbe essere all’incirca la stessa identica cosa. Cioè un nulla.
Alex Pinker! Alan Pinker! Aaron Pinker! Arthur Pinker! Alfred …
Praticamente ci provò visitando tutte le probabilità che poteva implicare quella A punto Pinker, ma non ci andò neanche vicina, dato che Mister Pinker aveva avuto una nonna di Rieti che gli impose il nome di suo zio Amulio, pace all’anima sua!, giusto per distinguerlo da tutti gli altri Pinker del regno unito di sua maestà britannica (in altri tempi, in altri luoghi sarebbero servite lettere maiuscole, ma l’emergenza della fine del mondo non ebbe regole grammaticali) e di qualunque altro Pinker (e perfino Pinkerton, Pintcher, Panker, Panzer o Poker che fosse), perché solo tre furono gli individui col nome di Amulio e due di essi, per grazia di Dio, erano morti da tempo.
A. Pinker non udì il richiamo; se lo sentì, non rispose.
O, se rispose, la diarista che si scalmanava non aveva percepito la risposta.
Il mondo finisce senza legami, senza simpatie, senza richiami. Finisce e basta, lasciando a ciascuno se stesso, con le peculiari complicazioni. Fra le quali spunta immancabilmente e si fa strada, quella del lato oscuro dell’individuo, quello che con accanimento fu ricacciato nel profondo, misconosciuto, rinnegato, biasimato e ripudiato. Ora pareva una bandiera, l’unica bandiera che significasse qualcosa, uno stendardo al sole (si fa per dire, in quella bruma di pelo bigio-ocra, stantio e rancido), di cui bisognava farsi carico, se non proprio andare fieri. Ma chi lo ha detto che la mia bandiera è peggiore della tua?
Fu quello il segnale che, anche fra i morti, s’era accesa una lugubre rivalità dialettica.
Alla luce (si fa per dire, ancora e sempre) dell’ultima constatazione, anche la fine del mondo fu una occasione mancata. Se non una tragedia, certamente un disastro, nel senso di smacco.
Quasi una buffonata, per chi avesse coltivato il gusto del trasgressivo.

Francu Pilloni (continua)