domenica 30 dicembre 2012

Arega pon-pon (12 di 16)

Cronache dalla fine del mondo 12: December, 3, 2012 – H 16:23 UTC
Hawaii (USA) – H 06:23

Sulla spiaggia, si è detto, tutto era pronto e in ordine.
Sei telecamere disposte ai tre lati, tre ad altezza d’uomo, altrettante a quindici metri d’altezza, fermate ai pennoni telescopici e manovrate con telecomandi da altrettanti operatori posti sul caravan della regia, al secondo lato della scena, quello opposto al lato lasciato libero per non inquinare le riprese.
Un’ulteriore telecamera, la settima, da un pennone altissimo e ricurvo doveva provvedere alle riprese dall’alto.
L’aria era immobile. Pareva che tutta l’isola avesse trattenuto il respiro.
Era il momento esatto per iniziare le riprese per la pubblicità di un accessorio color rosso rubino, realizzato in una lega al tungsteno, da una ditta che sino ad allora li aveva realizzati quasi esclusivamente in pvc.
Dalla plastica al metallo più resistente al calore: il passo non era breve, né logico.
Forse che la parte del cervello che spinge la gente a spendere è quella più razionale?
O non è proprio alla parte emozionale dell’io che non si è abituati a dire di no?
Non si saprebbe neanche come fare…
Cavua Adda’ri guardò ancora una volta verso il cielo e sorrise.
Gli era parso che il sogno più grande, quello sognato cento volte nel sonno e mille volte a occhi aperti, stesse per realizzarsi. Forse era un incubo, ma quella luce limpida, color champagne grandi marche, d’un opalino chiaro, trasparente, pervasivo …
Sì, era la luminosità che sognava!
La luce che il nuovo giorno aveva predisposto solo per lui.
Bien, pensò alla francese per un attimo, forse avrebbe sfalsato un attimo i colori che aveva meditato di rendere, ma in fase di lavorazione, in fase di postproduzione, l’avrebbe certamente ridotta ai suoi desideri.
Suonò due volte il clacson del furgone di regia e dopo trenta secondi gridò nel microfono: action!
Il suono s’allargò lemme lemme nella spiaggia, aderì come una pioggia fina di miele alla pelle degli addetti e del folto pubblico che s’era sdraiato in silenzio per curiosare, dietro e al fianco del furgone, quindi, slavato e smussato, s’allontanò senza fretta e senza echi risalendo il costone fortemente forestato ed umido, insinuandosi nella vegetazione come un serpentello verde. Quando arrivò al Waimea canyon, nessuno più l’avrebbe chiamato suono, ma solo un sospiro del tempo che rimbalzò senza energia tra le pareti scure e profonde dove si confuse e si perse nella nebbia.
Le due sillabe del comando ac-tion! rimbalzarono come palline di caucciù legate insieme sulla pedana del caravan, scivolarono sulla sabbia, risalirono l’enorme calice facendo fremere l’acqua colorata in cui le bollicine si facevano strada risalendo a fatica.
Kalaiana Roa gettò all’indietro la collana di fiori con gesto lento, quasi rituale. Baciò in un soffio l’interno dei polsi accostati e scivolò nella coppa, piegando leggermente la gamba destra al ginocchio, le braccia distese in alto con palme aperte, imploranti, a dar maggior risalto al seno piccolo e arrogante. La chioma dei suoi capelli disegnò nel liquido una grande vu, una piramide rovesciata un poco più stretta di quanto era stato previsto. Il colore del suo corpo virò al verde, come quello dei bronzi di Riace appena ripescati, ma con riflessi abbaglianti di smeraldo. Affondò per sette metri e là cessò l’abbrivo.
Restò immobile come una lucertola immersa nella formaldeide.
Il fotomodello formato Di Caprio guardò l’orologio e s’immerse a testa in giù, senza sollevare uno spruzzo. Quasi raggiunse la sua Lei della finzione che continuava a guardarlo, senza che l’espressione degli occhi mostrasse affetto, desiderio, paura o indifferenza.
Occhi spalancati che non leggevano il mondo, che non parlavano al mondo.
L’intuizione non riuscì a provocargli alcuna reazione cutanea o d’espressione, prima che anche i suoi occhi si perdessero nel nulla, come quelli di qualcuno che guarda nel buio assoluto.
Ora le lucertole sotto spirito erano due: una di smeraldo, l’altra con riflessi di topazio.
Le mani protese una verso l’altra non si sarebbero congiunte in eterno.
Le bollicine erano cessate, non riuscendo la pressione delle bombole ad erogare più aria in quel liquido diventato una gelatina sempre più densa, fino a cristallizzare incorporando le bolle che più che d’aria parevano di luce.
Le telecamere ripresero la scena con le angolazioni predisposte, quale con primi piani, quale in campo lungo. Esaurirono il nastro e lo riavvolsero, continuando a far scorrere sui monitor della regia le immagini che ormai erano immobili agli occhi di nessuno.
Non ci fu chi gridasse uno “stop” nel megafono.
Nessuno si mosse a stappare le bottiglie di spumante, quello vero, che la produzione solea offrire a riprese ultimate.
Solamente i molti curiosi, stesi sulla sabbia dietro e ai lati del caravan della regia, avevano reclinato il capo all’ingiù, non per la noia, ma per l’eternità.
Anche l’oceano era assorto in pensieri da niente.
Francu Pilloni (continua)