mercoledì 5 dicembre 2012

Arega pon-pon (2 di 16)

Cronache dalla fine del mondo 02: December, 3, 2012 – H 06:07 UTC 
Cagliari, rione Castello, Sardinia, Italy – H 07:07 

Placido drizzò il busto, posò i piedi sul pavimento, lentamente si alzò per inerzia da consuetudine. Il capo gli ciondolò sulla nuca, colpa dei residui di sogno che perduravano grevi come rottami di condutture di piombo, si erano affollati alla rinfusa come stracci in una cesta di panni sporchi. Il soffitto luceva senza ombre come un lembo di cielo penetrato dentro casa. Non fece un tentativo per darsene ragione, la sua mente registrava le sensazioni come quella di un neonato, gli riusciva difficile collegarle fra loro e col vissuto che da qualche parte era riposto.
Scostò le sigarette sul comodino, sfilò l’orologio dal polso, lo ripose accanto al telefono cellulare.
Indossò la vestaglia a rovescio, infilò le ciabatte, uscì.

H 07:17
La strada era invasa da gente che si moveva a piedi. Le auto nei parcheggi, ferme.
I cagliaritani, uomini e donne, si erano riversati in strada con la testa china sul petto: nessuno parlava; nessuno che fumasse; non un giornale per le mani. Eppure il Cagliari aveva giocato in trasferta, a Udine, una partita importante.
Placido constatò che fosse l’unico in città che volesse e riuscisse a mirare il cielo.
Il poeta della casa di fronte era sceso sul marciapiede, lui pure in pantofole. 
Nel modo più schivo, con malcelato pudore, spargeva pezzi di carta con su scritte due parole rimate: cura-paura, imbroglio-convoglio, pronto-sconto, …

Osservava trepidante dove finiva ciascun pezzo di carta, faceva due passi, seminava di nuovo altre rime: oro-castoro, o in alternativa concistoro. Verde-merde, … 
Merde? 
Bah!, forse stava al posto di perde, disperde... Era sempre così compìto!
Il poeta girò l’angolo, s’avviò spedito verso Piazza Palazzo.

H 07:27
I portoni dei condomini erano aperti, la gente ne usciva per non tornarvi più.
Da sottani saturi di polvere e penombre emersero figure tristi di vecchi, occhi perduti nel nulla, abiti inquietanti.
Tutti si riversarono nelle vie strette e nei vicoli, in salita o in discesa, con sguardi intenti al basalto della pavimentazione, silenziosi come processionarie che si affollano su e giù per i rami di un leccio a primavera.
Placido seguì il suo vicino che s’accodò a uno stuolo di altri poeti.
Tutti insieme gettavano foglietti con le rime: nessuno aveva accostato amore con dolore e neanche con terrore. Per rispetto forse, per prudenza, per scaramanzia.
Anzi, nessuno adoperò la parola amore o qualcuno dei sinonimi. E fu un avvenimento.
In piazza san Remy i rimatori s’arenarono, non riuscirono a procedere, tanto folta era la schiera in salita. Dirottarono i passi sul Bastione, dove il traffico era meno disorganizzato, da un lato delle scale si saliva, dall’altro si scendeva, benché qualcuno, a metà del cammino, decidesse di tornare sui suoi passi, verso su o verso giù, cedendo a pensieri fumosi, a molesti presagi.
Un gorgo di uomini, di donne, di bambini, compatti in muta preghiera, impedì lo sfogo verso via Garibaldi.
Ovvia la scappatoia nella discesa per via Regina Margherita, lo stuolo dei poeti vi puntò ondeggiando, impaziente come una serpe in un mattino di brina, s’infranse contro un’orda di pescatori scalzi che, ansimando, saliva di corsa. Gli artisti furono dirottati a forza in via Torino e da lì scesero, quasi rotolando, per via Porcile.

H 07:47
Giunsero in via Roma e stettero, pur continuando a gettare le rime per strada, muti e indefettibili.
– È un segno – Placido riuscì finalmente ad abbozzare un facsimile di pensiero – che in un momento come questo il popolo si riversi negli spazi della politica, occupando le icone del potere come mai ha fatto negli ultimi anni... o decenni...

Cercò di calcolare, approssimando, quante centinaia di anni il popolo sardo abbia evitato di confrontarsi col potere politico, virando per sentieri estetici, come tante volte egli stesso aveva detto e scritto.
Gli tornò in mente l’occasione più memorabile e misconosciuta, l’ultima volta in ordine di tempo che il popolo aveva cambiato padrone a sua insaputa, allorché l’Impero austro-ungarico “cedette” al Regno Unito l’Isola, affinché la “girasse” ai Savoiardi, non per meriti acquisiti ma per la loro debolezza intrinseca, preferita alla potenza della Francia e della Spagna: le carte furono firmate in Castello da un ammiraglio britannico e da un cugino portaborse dell’indispettito conte di Savoia, che avrebbe preferito la Sicilia e che mai avrebbe messo piede nell’Isola, non ostante il solo fatto di possederla l’avesse innalzato al rango di re.
Solidificò questi concetti lentamente, mentre scendeva i gradini attigui alla sede del Consiglio Regionale, osservando gli uomini e le donne che vi convenivano, transitando in salita e in discesa, senza ordine o meta precisi.
– Parrebbe che si ritrovino casualmente insieme, senza avere sentimenti, progetti o una qualsiasi affinità in comune – convenne con se stesso, piegando l’angolo della bocca nel sorriso più amaro della sua vita.

H 08:18
Nell’atrio del palazzo di vetro, uno di loro, un uomo piccolo e grasso, con cravatta scura e monocolo, un livido vistoso sullo zigomo destro, si issò sul piedistallo d’una scultura di Nivola, estrasse un foglio dalla tasca sinistra della giacca, aggiustò l’occhiale, lisciò la carta, lesse infine con voce stridula, ispirata:
– Ciascuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole…
“Ed è subito…” - avrebbe voluto, forse anche dovuto, continuare in coro lo stuolo dei poeti.
Non lo fece.
Furono le prime parole pronunciate in città.
Potevano essere le ultime.

Castello è il quartiere di Cagliari, fortificato con mura e torri dai Pisani. Le foto, dall’alto: piazza Palazzo, con la residenza dei Vicerè e la cattedrale; portoni dei sottani in Castello; una via in Castello; la scalinata di destra (per chi sale) del Bastione di s. Remy; via Porcile;  scultura di Nivola nell’androne del Palazzo del Consiglio Regionale in via Roma.

Francu Pilloni (continua)