lunedì 17 dicembre 2012

Arega pon-pon (7 e 8 di 16)

Cronache dalla fine del mondo 07: December, 3, 2012 – H 16:03 UTC
Caribbe – H 12:03

Nel Caribbe la luce venne dal mare.
La gente dei villaggi s’avviò sulla spiaggia.
I pescatori, tornati a riva a braccia dimentichi di barche e di reti, si misero in processione mischiandosi ai vecchi e alle bambine.
Camminarono in silenzio sulla rena, calpestando miliardi di granchi rossi mollicci che non si scansarono per difendersi, ma incrociarono le chele rassegnati.
La gente non si accorse di nulla, perché si trovò a guardare verso l’alto per capire da dove provenisse quel fruscio, che parve ai più il sibilo delle ali piegate di un angelo del Signore che si scaldava in picchiata, messaggero di buone nuove verso la gente del mare. Ai meno invece, specialmente ai vecchi sdentati che continuavano a masticare foglie, parve sì l’annuncio di eventi fatali, non importa se buoni o cattivi, perché lasciano tutti la loro cicatrice sulla pelle esposta degli uomini del mare.
E poteva essere l’avviso temuto e sperato con cui veniva notificata l’imminente fine del mondo.
L’interpretazione dei segni celesti, da sempre a quelle latitudini, ha prodotto roventi contrasti.
Ma non questa volta, perché il mondo, anzi, purché il mondo finisse uguale per tutti.

Cronache dalla fine del mondo 08: December, 3, 2012 – H 06:03 UTC
Kirstch-bakkrina (Siberia) – H 00:03

(In effetti sarebbe dovuto essere il n. 01, ma per ovvie difficoltà di comunicazione è pervenuto con notevole ritardo. NdR)
Sperduto in Siberia, in un punto mai segnato sulle carte, nel raggio di cento chilometri dal luogo geografico identificabile con 82 gradi di longitudine est e 70 di latitudine nord, esiste un villaggio che vero villaggio non è, trattandosi di un semicerchio di capanne di pelli con lato aperto verso la foresta a sudest, il lato opposto verso la foresta a nordovest, e quelli intermedi in conseguenza, sempre verso la foresta.
Il villaggio si chiama Kirstch-bakkrina. Si chiama nell’accezione più propria del termine, in quanto i Kirstch-bakkrinesi si chiamano così fra di essi, ma nessun altro al mondo li chiama così o in qualsiasi altro modo e per una qualunque ragione.
I Kirstch-bakkrinesi questo lo sanno e lo ignorano nello stesso tempo: ciò permette che neanche la parvenza dell’ansia di essere o di apparire si affacci al loro orizzonte spirituale.
In quel periodo dell’anno, con la temperatura che raggela il fiato non ancora emesso, l’unico rumore percepibile era lo stridere dei passi sulla neve, diventata una lastra di ghiaccio, e il gemito degli alberi raggrinziti sotto la sferza del vento di borea.
Quel giorno però non c’era il vento, né le nuvole che ne indicassero eventualmente la forza e il verso. Senza contare che dire “quel giorno” è pari a dire “quella volta”, il famoso in illo tempore evangelico, perché in quel luogo e nella mente di quella gente, giorno e notte hanno significati sensibilmente differenti da quelli che noi rendiamo con queste parole.
In compenso è certo che tutti i Kirstch-bakkrinesi erano ancora accucciati dentro le tende a sonnecchiare, quando un rumore che parve da prima il passo felpato della tigre, poi quello caracollato dell’orso, infine la  corsa sfrenata di una mandria di rsuth, come chiamano il bos motus ginniensis, quel bovide lanoso altrove conosciuto come yak.
Diceva la leggenda, le cui radici si erano perse nel buio dei secoli della loro storia orale, che una mandria sterminata di enormi rsuth, con le corna ricurve e i lombi adiposi, sarebbe ritornata nelle foreste dei Kirstch-bakkrinesi per riempire i loro occhi con lacrime di gioia e le loro pance di fegato caldo saturo di sangue.
Quel giorno, concludeva la leggenda, avrebbe segnato la fine dei Kirstch-bakkrinesi poveri, punto.
La disputa plurisecolare era tutta nell’interpretazione del finale del racconto, dato che la maggioranza dei saggi e la totalità degli stolti vi intravedeva la fine della povertà per la tribù dei Kirstch-bakkrinesi, mentre alcune voci irritanti e sporadiche si erigevano come contrappunto al coro della maggioranza strepitante per spiegare che “quel giorno” per il popolo kirstch-bakkrinese avrebbe segnato la fine e punto.
Punto come basta, punto come stop, poiché nell’oralità non esiste altro punto se non quello alla fine della storia.
A fronte di quel rumore che s’era fatto assordante, le donne alzarono l’indice della mano destra imponendo il silenzio a chi già stava muto in ascolto, i vecchi rovesciarono il pollice indirizzandolo verso un punto della tenda per additare la provenienza della mandria, mentre i giovani maschi si limitarono ad inalberare il medio, in segno di sfida e di eccitazione.
I bambini inarcarono il mignolo, pregustando il sapore dolce del fegato caldo che sarebbe stato estratto dalle bestie ancora agonizzanti. Le bambine invece, non sapendo che fare, si succhiarono gli anulari, a turno, a volte l’un l’altra, non avendo alcuno potere per farlo, o un significato codificato per quel gesto.
Uscirono tutti insieme, con le dita protese, succhiate o inarcate, i centosessantasette Kirstch-bakkrinesi dalle tiepide capanne di pelli e s’incamminarono sognanti verso la fonte di quel frastuono che rimbombava dentro la testa.
Ognuno dei centosessantasette Kirstch-bakkrinesi prese una direzione differente, proprio verso la fonte del trambusto che li aveva svegliati.
Se fossero stati tredici in più, cioè centottanta, con un rapido calcolo si sarebbe potuto sapere di quanti gradi la direzione presa dall’uno differiva da quella del vicino prossimo o di quello più in là.
Ma tant’è: i Kirstch-bakkrinesi erano esattamente centosessantasette. Senza sconti per nessuno.
Fu il semplice accidente a far incontrare un unico albero della foresta a ognuno dei centosessantasette Kirstch-bakkrinesi: a ciascuno un albero diverso, più distante o più vicino al semicerchio delle tende, secondo le leggi della casualità.
Al proprio albero s’abbracciò ciascuno dei centosessantasette Kirstch-bakkrinesi, spingendo forte con i piedi sul giaccio, come se volesse spostarlo almeno di un centimetro oltre le radici, e ad esso si tenne stretto per una piccola eternità. Il tempo al pari dello spazio, l’eternità come l’immensità, sono concetti relativi, differenti in eguale misura come gli orizzonti di chi sta dentro un pozzo e chi siede su una collina: le parole restituiscono l’esperienza.
Il disgelo li afflosciò tutti, i centosessantasette Kirstch-bakkrinesi, ai piedi dei loro abeti prenatalizi, preservando le dita tese, inarcate o succhiate.
La notizia, se tale può essere considerata, non fece il giro del modo, neppure fra gli addetti ai lavori, né diede l’input per una ulteriore leggenda popolare da raccontare accosciati accanto ad un fuoco e da tramandare oralmente da una generazione all’altra, neanche fra i convenienti ai ciclici nostalgici raduni sulle colline di Ginocchio Ferito.
Il popolo dei centosessantasette Kirstch-bakkrinesi, o meglio la tribù dei centosessantasette Kirstch-bakkrinesi, si esaurì in una spinta collettiva contro centosessantasette alberi d’alto fusto casualmente incrociati, dai rami dei quali non riuscì a scuotere un grammo di neve ghiacciata.
Una tribù che, pur essendo di numero notevolmente inferiore, si distese a ventaglio per trecentosessanta gradi, come una seria indagine giudiziaria in un caso difficile da decifrare, così come enigmatico fu il frastuono rimbombante dentro la testa dei centosessantasette Kirstch-bakkrinesi.
Scomparvero nel silenzio, come nel silenzio avevano vissuto, i centosessantasette Kirstch-bakkrinesi, differenziati dall’unico dettaglio di un dito alzato, ciucciato o inarcato, che restituiva la categoria di ciascun cumulo, per il disgelo diventato morbido sotto l’albero, e la sua funzione nel gruppo.
Una indicazione trattata con scarsa ponderazione dai lupi sopravvenuti i quali, mancando le iene, si adattarono a ripulire la foresta dai resti dei centosessantasette Kirstch-bakkrinesi, e le loro teste dal frastuono immane dei rsuth e da ambigue leggende.
  
A questo punto, presumo che qualche lettore senta la tentazione di rientrare in se stesso e nelle proprie esperienze, per individuare i comportamenti immaginabili per la sua gente, allorché si fosse diffuso un qualche persistente suono nell’aria, nei pressi del suo vicinato o del  quartiere, se mai ha la ventura di vivere in città.
È giusto che ciascuno si prenda il suo tempo,  sciolga la fantasia,  eserciti il dono del vaticinio, se di questo l’ha provveduto la natura.
D’altra parte, ciò che è scritto resta scritto e può essere letto anche domani.
Mio dovere, e mi scuso se lo vivo come tale, rimane il riferire di alcune vicende lasciate a metà, qua e là per il mondo, e brevemente raccontare delle circostanze, queste sì impensabili, accadute nel mio villaggio che, nel tempo della storia, s’era chiamato inopinatamente Pompu.

Francu Pilloni (continua)