martedì 18 dicembre 2012

Arega pon-pon (9 di 16)

Cronache dalla fine del mondo 09: December, 3, 2012 – H 07:21 UTC
Cagliari, via Roma, Sardinia, Italy – H 08:21

– Ciascuno sta solo sul cuor della terra! – gridò allora l’uomo del monocolo, che si era issato sul piedistallo della scultura di Nivola, nel portico del palazzo del potere. Era diventato rosso in faccia, a parte lo zigomo destro che divenne più blu – Trafitto da un raggio di sole…
Non c’era poesia nella sua voce. Imperio sì, esaltazione anche.
Lo stuolo dei poeti tenne lo sguardo per terra e si dissolse, lanciando biglietti con rime baciate per tutta via Roma. Si confuse con i pescatori che tornavano giù per via Napoli, con i panettieri in grembiule bianco che sostavano sotto le palme, con i carrettieri che avevano dimenticato il carretto a casa e il cavallo in stalla, coi tassisti e gli extracomunitari in sciarpa e berretto sgargiante.
L’uomo piccolo e grasso rimase immobile sul piedistallo, col vuoto intorno.
Tolse il monocolo, lo pulì leggermente col fazzoletto da tasca, lo lasciò pendere dalla catena d’oro. Discese con un balzo, facendo fatica a fermare l’abbrivio.
Quando vi riuscì, stette immobile in una posa plastica, come una statua di Prassitele.
Nessuno avrebbe negato che s’era fermato a pensare. Qualcosa gli era sfuggito?
Attraversò la metà della via, fermandosi davanti alla palma sotto cui sostavano tre garzoni di bottega e una zingara grassa. Sistemò il monocolo, trasse il foglio da tasca e lesse con voce intonata, quasi sussurrando:
– Ciascuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole…
Chiuse la bocca, strinse le labbra fino a farle sparire e aspettò. A nessuno degli astanti tornò in mente e di fatto poco importò che quelle impeccabili parole, nell’ordine esatto in cui l’ometto del monocolo le aveva pronunciate, avevano fruttato un premio prestigioso ad un insegnante schivo e alla sua patria ingrata.
I garzoni guardarono oltre e sopra le spalle di quel piccolo uomo con lo zigomo blu a una processione di persone ben vestite, che procedevano chinate a raccogliere ciò che trovavano per terra.
L’omino grasso non si scompose.
Con voce paziente, atona, quasi rassegnata, ripeté:
– Ciascuno sta solo sul…
I garzoni s’erano piazzati in bilico sul ciglio di granito del marciapiede per esaminare dappresso la processione dei chinati che aveva preso le mosse da piazza Repubblica,* perché erano i padroni della dottrina.
La zingara tese la mano.
Davanti a tutti procedeva un signore robusto, distinto, con una fascia tricolore: faceva incetta dei fogli lanciati dai poeti. Ai due lati gli altri individui, tutti in grisaglie, s’allargarono a ventaglio a destra e a sinistra, si spintonarono e cercavano di accaparrarsi i foglietti con le rime, per ritrovare le parole perdute.
A Placido venne in mente la mandria dei porci del paese, quando Benito, il porcaro, li conduceva per ghiande. Gli si illuminarono gli occhi, perché un’idea è un’idea.  Anche se non hai con chi condividerla. Almeno sul momento.
Sorrise e si voltò a cercare l’omino dal monocolo: aveva già attraversato la mezzavia lato mare, a testa china.
“Proverà coi facchini”, pensò Placido, con lucidità e logica, mettendoglisi appresso con la solita curiosità per le cose fuori dagli schemi.
L’omino arrivò dritto davanti alla banchina del porto. Levò il foglietto di tasca, l’adagiò con cura sul granito, slegò il monocolo e lo posò sul foglio come fermacarte. Si voltò verso il palazzo di vetro, trasse un ultimo lunghissimo sospiro.
Con voce flebile, alzando il braccio destro al cielo con la palma verso l’alto e lasciandolo venir giù a corpo morto dopo tre secondi, recitò in un soffio:
E fu subito vespro!
Si voltò a dritta per un attimo, poi a manca, visibilmente per sincerarsi che l’ombra fosse al suo posto, ché non gli fosse d’intralcio in quanto stava per fare.
Senza trasporto, si tuffò all’indietro ed entrò senza spruzzi nell’acqua molle e verdastra del porto, che stagnante era e immota rimase, nonostante il pregnante gesto sacrificale.
L’ombra dell’uomo rimase spiaccicata sulla banchina, netta e scura come la frenata di un TIR che ha bloccato le ruote.
Placido tornò indietro e appoggiò la ciabatta su una panchina del porto per grattarsi il tarso: era importante cogliere il significato del gesto di quell’uomo, scoprire le motivazioni profonde della protesta, capire quale meccanismo psicologico inceppato avesse prodotto una volontà autodistruttiva così enorme e repentina, che aveva imbavagliato l’istinto di sopravvivenza che in tutti i viventi è il più forte. O lo era?
Alcuni, poeti, carrettieri o garzoni, di quelli che sostavano o che passavano sotto le palme, avevano notato il gesto inconsulto dell’omino che si era autoinabissato nelle catramose acque del porto per una privata e tardiva protesta contro la specie umana.
In cinque attraversarono la strada e si diressero alla banchina, ciascuno per proprio conto, senza badare al vicino di suicidio.
Alzarono in ordine sparso il braccio destro al cielo, lo rilassarono e si tuffarono all’indietro, senza dar peso alla posizione delle loro ombre. Fecero come se non le avessero mai avute. E fecero bene, o almeno così parve, in quanto le acque del porto non fecero una grinza. E neppure uno schizzo.
Cinque cerchi concentrici s’allargarono e s’intrecciarono fra loro. Ad essere ottimisti, ma ottimisti marci, si sarebbe potuto pensare a nuove Olimpiadi.
– Invece è la fine del mondo! – pensò Placido.
Fu contento di averlo intuito. Ma solo per un attimo.
Il ricordo dei tuffatori senza spruzzi lo gelò:
Cuddu cunnu! La gente segue le mode anche da morta! 

Francu Pilloni (continua)