domenica 16 dicembre 2012

Monte Prama, occultamento? non occorre: basta guardare da un'altra parte

di Atropa Belladonna 
dedicato a Graziella Pinna Arconte 

Da Lilliu, 1975
[..] In the above narrative, I have concentrated on recent discoveries and publications that have advanced current thinking on Sardinia's position in the Mediterranean world as a whole. I hope that this policy has not given the impression that purely Nuragic affairs are either static or parochial. They are not: and indeed, during the period under review, the Nuragic scene has been enlivened by one of the most remarkable discoveries made anywhere on Italian soil in the present century [..]. D. Ridgway, Archaeology in Sardinia and Etruria, 1974-1979, Archaeological Reports, 26 (1979 - 1980), pp. 54-70 *

Così scriveva David Ridgway alla fine degli anni '70, cinque anni dopo il casuale ritrovamento dei primi frammenti di statue durante alcuni lavori agricoli (spero vivamente che qualcuno ci racconti i dettagli, su queste pagine).
Queste entusiastiche parole assieme a quelle di Lilliu del 1975, facevano presagire un futuro roseo per l'eccezionale ritrovamento del Sinis: "[..] L'importanza straordinaria dei reperti statuari, stimola a superare l' imbarazzo di presentarli agli studiosi, prima di possederli nel totale del loro numero all' origine e di averli ricomposti integralmente dai frammenti conosciuti e da quelli ancora da recuperare [..] G. Lilliu, Dal “betilo” aniconico alla statuaria nuragica, StSard 1975-77, pp. 73-44 (leggibile qui, è l'ultimo capitolo).
Inutile dire che futuro roseo non vi fu, almeno non nei tempi desiderabili, se Roberto Nardi, direttore del  Centro di Conservazione Archeologica (CCA) di Roma  che ebbe l' incarico di restaurare i pezzi, non riesce ancora oggi a nascondere il suo sbigottimento: "[..] The fragments were found during an archaeological excavation in the early 1970s, focusing on a sacred area in a Nuragic zone. Straight after the excitement over the discovery, the fragments (except for three pieces displayed at the Archaeological Museum of Cagliari) were deposited in a basement store. What could have been a dramatic discovery, capable of throwing light on the origins of the Nuragic civilization (and notwithstanding the fact that the fragments were the only stone sculptural representations ever found on the island), incredibly, the find was temporarily forgotten. More than 30 years later, some journalistic indiscretions dusted off the news of the discovery and fed a series of blogs on the web, which soon became a powerful, grass-roots movement capable of activating the machinery of public administration. Soon, a recovery program was begun and entrusted to the CCA in November 2007. The objectives defined in the title were: documentation, restoration, conservation and museum display [..] (Nardi R. “Conservation for presentation: a key for protecting monuments”, in proceedings of the IIC Conference “Conservation & Access” the International Institute of Conservation, London 2008, atti pubblicati nel 2012.).**

E se non ce la fa a capire Nardi, che conosce perfettamente i tempi ed i modi dell' archeologia, come possiamo noi capire e giustificare un simile ritardo? Quando tutti siamo consapevoli che, dal punto di vista del ritrovamento, i celeberrimi bronzi di Riace sono coetanei delle statue, ma hanno avuto ed ancora ricevono un'attenzione mediatica e specialistica neppure lontanamente paragonabile  a quella delle sculture del Sinis?
Fate una semplice prova, alla portata di tutti, anzi fatene due:
1. chiedete ad amici e famigliari se conoscono le statue di Monte Prama e i Bronzi di Riace. Io l' ho fatto con i miei conterranei vicini: il 100% ha sentito parlare dei Bronzi di Riace (perfino mia nonna 92enne),  lo 0% di Monti Prama; inclusi amici che ogni anno vanno in vacanza in Sardegna. Voi potete fare la stessa cosa in Sardegna e verificare personalmente se è vero quello che dice Tronchetti: che tutti, ma proprio tutti  in Sardegna conoscono le statue
2. per le pubblicazioni specialistiche saltate su google.scholar: cercate (con le virgolette) "Monte Prama", togliendo la spunta alla voce "include citations" sulla sinistra; poi cercate "Monti Prama", "Bronzi di Riace" e"Bronzes of Riace".  Infine contate quante pagine google vengono fuori per queste quattro voci: stanno su due mani per la somma delle prime; non si riescono a contare, per quante sono, per la terza e la quarta.

Al  termine di queste semplici operazioni, si capirà come non solo la scoperta non sia stata diffusa tra il grande pubblico, ma  come  neppure abbia avuto grande rilevanza in area specialistica.
Tanto che le statue di Monte Prama sono state inserite nel GeoCurrent Events Map, un progetto che si occupa di mappare novità altamente rilevanti a livello mondiale, ma sottorappresentate.

La giustificazione di coloro che, nel caso di Monte Prama, hanno operato la sottorapresentazione, è in genere una frase del tipo: "Non c'erano i soldi, per il restauro, non ci sono le strutture per l' esposizione, non c'erano finanziamenti per altri scavi ecc.". Ma se in questa affermazione c'è un'ombra di verità, perchè allora non cercare di rendere nota la scoperta, il più possibile anche attraverso i media, per sensibilizzare chi i finanziamenti poteva metterli? E, concretamente, quanti soldi ci volevano per il restauro, davvero una cifra così esorbitante? Quanto in rapporto, ad esempio, ai finanziamenti dedicati al pomposo “Phoinix- Parco archeologico del golfo dei fenici”? A proposito, possibile che a nessuno sia venuto in mente, se davvero la scoperta fu valorizzata ed apprezzata come meritava, di dedicarlo invece alle statue del Sinis? E cosa impediva, comunque, di rendere nota la scoperta ai media nazionali ed internazionali, anche in assenza di finanziamenti immediati per il restauro? Infine perchè c'è stato un attacco di panico collettivo quando qualcuno propose di esporre le statue a Pechino, anzichè discuterne concretamente?

DedaloNur ha scritto da poco, in una discussione su un forum, parole accorate, da semplice appassionato: "[..] mi basta poter dire che l'occultamento di fatto c'è stato e c'è ancora. Se sia stato anche mirato non lo so, perché non ho prove. La speranza è che non sia stato mirato. Ma la ragione constatemente mi sottolinea il dislivello di attenzione che per 30 anni è stato riservato a questo importante complesso rispetto a quel che meritava: e so che lo sgomento a tal riguardo non mi abbandonerà mai. [..]in effetti c'è qualcosa che mi lascia più sgomento del trattamento riservato a queste statue: sono le scuse accampate per "giustificare" quel trattamento.[..]  ".

Non ha, ovviamente, ricevuto risposte a questo suo sgomento. Ma l'immancabile difensore d'ufficio si è erto in tutta la sua statura a difesa dei bistrattati operatori dell' archeologia:
"[..] Continuare con questa storiella dell'occultamento è imbarazzante. Danneggia l'immagine degli archeologi che si sono interessati alle statue, danneggia l'immagine degli studiosi che hanno consumato la loro vita per raccogliere i pezzi, ricomporli, studiarli e interpretarli. Quelle statue meritano una valorizzazione, non una discussione sul perché solo dopo 30 anni riusciamo ad apprezzarne la grandiosità."

Non commento, perchè altrimenti dovrei farlo per ogni parola di questo paragrafo, umiliante perfino- anzi soprattutto- per coloro che vuole difendere.

Caro Dedalo, no, non serve occultare per operare de facto un occultamento archeologico: basta guardare da un'altra parte. Anzichè allo splendore della civiltà Sarda a Monte Prama, testimoniata da oltre 5000 pezzi -a volte miseri e a volte di una bellezza devastante- basta guardare verso le scarse ed incerte vestigia di un popolo straniero, dai contorni mitizzati. Basta girare la testa e far finta di niente. Poichè i reperti archeologici non hanno l' abitudine di andare in giro da soli, la passività equivale di fatto all' occultamento.

Ecco perchè abbiamo chiamato il blog Monte Prama, adesso l' ho capito, dopo quasi due mesi; ed ecco perchè è dedicato a Gianfranco Pintore. Perchè Monte Prama è un segno, un simbolo di diversi aspetti, anche molto contrastanti tra di loro. 

Di seguito riporto integralmente un articolo che uscì sul Venerdì di Repubblica nel luglio 2007. Non lo apprezzo del tutto, perchè ha un taglio un pò troppo sensazionalistico: per esempio interpreta arbitrariamente "l' imbarazzo" di cui parlava Lilliu nel 1975; ma ha il merito di tracciare la storia di una vicenda per molti versi inconcepibile e di dar voce anche allo sgomento ed allo stupore di alcuni archeologi di fronte ad essa. Più sotto trovate le traduzioni (*, **) dei due pezzi in inglese riportati all' inizio.


Venerdì di Repubblica, 27 Luglio 2007
L'armata sarda dei giganti di pietra
di Alice Andreoli

Un esercito nuragico in pietra, il più antico e ricco complesso statuario del Mediterraneo. Portato alla luce da un aratro vicino a Cabras, (l'area di scavo a Cabras si trova poco distante da Oristano, la località è nota per le sue lagune popolate da fenicotteri rosa) nella Sardegna degli anni Settanta, e poi finito in una soffitta, dimenticato. E l'incredibile storia dell'armata di Monti Prama, dal nome della località in cui le statue sono state rinvenute: arcieri, pugilatori e lottatori fino a due metri e sessanta di altezza, trenta guerrieri in arenaria di ottima lavorazione a scalpello. Occhi a cerchi concentrici, bocche appena accennate, elmi e trecce, busti con abiti scollati, braccia decorate con bracciali e motivi geometrici, che scagliano frecce, che brandiscono spade e impugnano scudi. I giganti dai volti fissi, custodi di un'area sacra millenaria, sono i guerrieri di un esercito seppellito due volte. La prima, nel più fitto mistero, trenta secoli fa, quando le statue sono state misteriosamente distrutte. La seconda, tre decenni fa, quando i quasi quattromila frammenti rinvenuti sono stati sigillati in duecento casse e nascosti negli scantinati del museo archeologico di Cagliari.
Oggi, pur con imbarazzante ritardo, è partita l'opera di ricomponimento e restauro dei guerrieri sardi che anticiperebbero la statuaria greca di ben tre secoli. «Siamo propensi a credere che risalgano all'XI-X secolo avanti Cristo, cioè al Bronzo finale - dice Antonietta Boninu, responsabile del restauro al centro di Li Punti a Sassari - anche se la datazione è ancora incerta. Finora non c'è stato nessuno che abbia messo insieme tutti gli elementi e c'è anche chi ritiene che risalgano a un periodo successivo, al VIII-VII secolo. L'incertezza deriva dal fatto che sono stati rinvenuti in un luogo diverso da quello in cui si trovavano in origine». I giganti sono stati distrutti e gettati in una sorta di antica discarica insieme a resti fenici, nelle immediate vicinanze del sito in cui si ergevano a guardia di un'area funeraria costiera. Non se ne conosce il motivo, ma è possibile che all'epoca della distruzione si trattasse già di rovine in abbandono. Fatto sta che la datazione divide gli esperti. A cominciare dai primi archeologi che hanno scavato a Monti Prama. Era il 1970 quando dei contadini, intenti ad arare un campo della confraternita dello Spirito Santo di Cabras, su una collina dell'oristanese, si fermarono in silenzio. La terra sputava fuori un braccio che impugnava un arco. Vennero alla luce anche un busto e una testa. I braccianti avvertirono la sovrintendenza. Gli scavi partiranno solo quattro anni più tardi (proprio mentre in Cina veniva alla luce un altro esercito, i guerrieri di Xian) quando anche l'aratro di Sisinnio Poddi si fermerà: «Quel corpo gigante che vidi quasi mi ruppe il carrello, un arciere grande come un uomo, con le braccia mozzate». Intanto, a Monti Prama, partono le campagne di scavo che si concludono nel '79 per restituire al mondo un patrimonio inestimabile. Ma i giganti, forse troppo ingombranti, vengono nuovamente seppelliti, in un magazzino.
Che fossero un ritrovamento di enorme rilievo lo ha sostenuto anche il decano degli archeologi sordi Giovanni Lilliu, tra i primi a scavare nell'area dei Sinis. Già all'epoca Lilliu scriveva: «L'importanza straordinaria dei reperti stimola a superare l'imbarazzo di presentarli agli studiosi». Un imbarazzo a oggi inspiegabile, forse dettato dalla necessità di gettare al macero anni di studi sulla civiltà nuragica, ritenuta «minore». L'invito cade nel vuoto, sommerso dai veleni tra sovrintendenze e accademia. Si torna a parlare delle statue solo nel 2005. Grazie anche alla battaglia condotta dal sindaco di Cabras, Efisio Trincas, i guerrieri arrivano al centro di restauro. Intanto l'ex sovrintendente di Sassari e Nuoro, Francesco Nicosia, ne parla come di «una delle più importanti scoperte del Novecento, paragonabile a quella dei bronzi di Riace». Sono in molti a puntare il dito contro di lui, ma anche contro Vincenzo Santoni, sovrintendente a Cagliari. «Alcuni pezzi sono sempre stati esposti - si difende Santoni - per gli altri mancavano spazi e soldi. Eppoi le statue dovevano essere inquadrate nel giusto contesto cronologico». Santoni, che nel 2005 aveva parlato di un «entusiasmo non motivato» ammette oggi «di aver avuto forse il torto di non aver valorizzato il settore della produzione scultorea». Ma le stesse campagne di scavo, dice Antonietta Boninu «non hanno mai visto alcun vero coordinamento». Per non parlare delle pubblicazioni scientifiche, che non arrivano a un centinaio di pagine. «Un ritrovamento eccezionale che pone la civiltà nuragica in grandissimo rilievo», è anche l'opinione di Pietro Bartoloni, ordinario di archeologia fenicio-punica a Sassari, che pur non concordando sulla datazione più antica, denuncia: «Si tratta di una scoperta mai portata avanti con vigore». Specie per una civiltà da sempre ritenuta abile al massimo nell'arte del bronzetto, e tanto sconosciuta - quanto misteriosa perché priva, a oggi, di testimonianze scritte. «Questi eroi sono ignoti perché a loro è mancato un Omero», dirà Nicosia, senza muovere un dito per le statue e impedendo al sindaco di Cabras di visionarle. Rimpalli di responsabilità, invidie e incuria. Perché nel frattempo la terra sputa fuori altri pezzi. L'ultimo, il braccio di un arciere lo ha consegnato Mena Manca Cossu, che al Giornale di Sardegna ha detto: «Per paura, in tanti hanno buttato pezzi di statua nello stagno, ma nessuno lo ammette». «Ora siamo nella fase preparatoria del restauro - dice Antonietta Boninu - abbiamo completato l'elenco dei pezzi». Non c'era nemmeno quello. E l'esposizione dei reperti è aperta al pubblico, basta prenotarsi.
Per ora l'esercito si vede in pezzi. «I giganti, che hanno dormito troppo a lungo, torneranno presto tutti in piedi», assicura l'archeologa, riuscita a far arrivare un milione e duecento mila euro di finanziamenti. Fondi che serviranno per il risveglio degli antichi guerrieri. E per chiarire, una volta per tutte, l'archeo-giallo di un esercito che ha marciato, sinora, nell'oblio. 

*: [..] In quello raccontato sopra, ho concentrato l' attenzione su scoperte recenti e su pubblicazioni che hanno fatto progredire l' idea presente sulla posizione della Sardegna nel mondo mediterraneo globale. Spero che questo modo di procedere non abbia dato l' impressione che il mondo nuragico fosse statico o provinciale. Non lo era: infatti, proprio nel periodo di cui tratto qui, lo scenario nuragico è stato illuminato da una delle scoperte più sensazionali mai fatte sul suolo italiano durante questo secolo (XX, n.d.r.)  [..]. D. Ridgway, Archaeology in Sardinia and Etruria, 1974-1979, Archaeological Reports, 26 (1979 - 1980), pp. 54-70

**: [...] I frammenti vennero rinvenuti durante uno scavo archeologico nei primi anni '70, concentrati in una zona sacrale nuragica. Subito dopo l'eccitazione per la scoperta, i frammenti vennero  depositati in un magazzino (con l' eccezione di tre pezzi esposti al Museo Archeologico di Cagliari). Quella che avrebbe potuto essere una scoperta sensazionale, in grado di gettare luce sulle origini della civiltà nuragica (e nonostante i frammenti ne fossero le uniche rappresentazioni scultoree trovate nell'isola),incredibilmente la scoperta venne temporaneamente dimenticata. Oltre 30 anni dopo, alcune indiscrezioni giornalistiche rispolverarono la notizia della scoperta e alimentarono una serie di blogs, i quali divennero velocemente un potente movimento dal basso, in grado di attivare la macchina della pubblica amministrazione. In breve tempo, iniziò una programma di recupero, affidato al CCA nel novembre 2007. Gli obiettivi definiti nel titolo del programma erano: documentazione, restauro, conservazione, esposizione museale[...] (Nardi R., “Conservation for presentation: a key for protecting monuments”, in proceedings of the IIC Conference “Conservation & Access” the International Institute of Conservation, London 2008, atti pubblicati nel 2012.).