giovedì 3 gennaio 2013

Arega pon-pon (13 di 16)

Cronache dalla fine del mondo 13: December, 3, 2012 – H 16:23 UTC
Perù – H 11:23

Si sa che l’orecchio s’abitua ad una vibrazione dell’aria che gli conduce una nota continua e bassa. Insomma, dopo un lasso di tempo, il suono non s’avverte più.
Questo sarebbe capitato agli abitanti di Machu Picchu, o ai turisti, se vi fossero stati.
Si può dire che anche nella città sacra dell’Inca regnasse il silenzio, dato che non c’era orecchio umano a sentire la nota bassa e profonda e che, se ci fosse stato, si sarebbe abituato e non l’avrebbe percepito.
Un silenzio indotto, relativo, presunto, ipotizzato.
Fu l’Inca ad emergere dalla luce, perché il suo abito risplendeva d’azzurro,  in contrasto stridente col chiarore ocra dell’ambiente. Il suo viso luceva d’oro; i bagliori degli occhi si confondevano con i bagliori del disco che indossava intono al collo.
L’Inca alzò lentamente il braccio con la mano distesa nello spazio tornato senza tempo. Il gesto parve lo sforzo immane della volontà di un dio che concretizza la sua idea sulla Terra.
La luce ocra s’avvolse su se stessa, rotolandosi e infiammandosi. Si radunò lontanissima, all’estremo orizzonte del mattino, con i colori rosa e arancio dietro cumuli di grigio che progressivamente s’indorarono, fino a lasciar posto alla sfolgorante luce del padre Sole, che scandì un  tempo nuovo nella città dell’Inca e su tutto il mondo di là dal mare.
L’Inca alzò con gesto eguale l’altro braccio al cielo e di nuovo si percepì la nota bassa continua, quella che parve un’attitidu esausto, che progressivamente aumentò di vigore non nell’intensità, quanto nel tono. E quando il suono raggiunse l’estensione della voce umana, ecco apparire gli uomini, prima i vecchi dalle voci cavernose, poi i giovani, quindi le donne, i ragazzi e i bambini. Tutti nudi, tutti con riflessi di sole negli occhi, brillanti nella pelle e nei capelli.
E a mano a mano che apparivano, che si materializzavano nell’aria poggiandosi dolcemente al suolo, le loro voci roche, potenti, squillanti o i semplici strilli, si unirono al suono di sottofondo che oramai aveva assunto una composizione armonica a più livelli, modulando i bassi e gli alti con un ritmo fuori dagli schemi. E gli esseri appena ricondotti alla fisicità camminarono e saltarono sull’onda di quella armonia, che era la musica delle loro voci e fecero una catena doppia, tripla e quadrupla, girando intorno all’Inca che si era rilassato e teneva le mani all’altezza del cuore.
Quasi all’improvviso il vento mischiò il suo sibilo alla canzone del nuovo popolo dell’Inca, i rami aggiunsero i loro lamenti e, ultima, la pioggia impose la sua voce di scroscio su tutto.
Il popolo nuovo voluto dall’Inca alzò il viso verso l’alto, ricevendo un battesimo di purificazione.
Aprì la bocca a sorseggiare l’acqua piovana e batté le mani col cuore leggero di un bambino che da lontano vede il padre arrivare.
La pioggia continuò intensa sugli uomini e sulle cose, ripulendo i luoghi dal letame della storia e dall’odore dei turisti. E gli uomini e le donne, nudi e bagnati, fu popolo felice sulla terra, pur senza una legge, mancando dell’idea dei numeri e della scrittura, non allevando poeti o filosofi, ma vivendo solamente con un Inca in mezzo ad essi, per ogni giorno della loro vita.

Francu Pilloni (continua)