venerdì 11 gennaio 2013

Arega pon-pon (15 e 16 di 16)

Ripasso: parte 12345, 6, 7-8, 9,10,11,12,13,14

Cronache dalla fine del mondo 15: December, 3, 2012 – H 10:27 UTC
Cagliari, rione Marina - Sardinia, Italy – H 11:27

Placido ricorse alle estreme riserve del suo spirito e calcolò la traiettoria della compagna intorno a lui. Si mosse lentissimamente, all’unica velocità che gli fosse al momento consentita.
Forse passò una stagione, forse un decennio; alla fine le sue labbra incontrarono le labbra di lei.
Erano l’uno di fronte all’altra, nel buio. Avevano sbattuto l’uno contro l’altra, nello scontro meno violento che la storia avrebbe potuto accertare, se mai storia ci fosse stata ancora.
Il seno della sua compagna cantava canzoni per istinto, per inclinazione, per dote naturale, ora contro il petto di Placido.
La cosa lo sorprese, ma non provocò piacere.
Quel seno che ballava e cantava era freddo, quanto il dito, quanto le labbra che immancabilmente presero a muoversi al buio, per comunicargli frammenti di parole, rottami di pensieri.
Placido fece fatica a decifrare i movimenti in un alfabeto fatto solo di un moto bidimensionale, di schiudersi e serrarsi di quelle labbra contro le sue.
All’inizio lesse, forse volle leggere, s’illuse di leggere la parola “amore” o “amami”.
Lei ripeté più volte i movimenti, lenti e tremolanti, poiché sconnessi e spenti erano i pensieri. Che non erano neppure pensieri, ma code di un’idea, fantasmi di una manciata di parole monche.
Placido ricordò le interminabili occhiate di lei ed optò per quel sentimento di cui avvertiva maledettamente la mancanza, parendogli giustificato e plausibile un ritorno di emozioni al cospetto di tanto sentimento.
Allora le rispose “Ti amo”, tre volte.
Non si accorse di una qualche reazione di calore o di tremito, di lei o di lui, alle labbra o al dito che sempre tenevano stretto l’un l’altro.
Aspettò.
La donna mosse le labbra e ripeté “amore”. E poi ancora “amore”, “amore”.
I conti, pur in mezzo a tanto entusiasmo e aspettative, non tornavano.
Placido pensò ad un disco incantato, uno di quelli antichi, larghi, a settantotto giri, che giravano vorticosamente ma, alla fine, quando percorrevano circonferenze più brevi, si perdevano e ripetevano la stessa sequenza senza riuscire a uscire dalla pista per potersi fermare. Oppure…
Se fosse appropriata la definizione, in quello stato di caos lento e freddo, si direbbe che la mente di Placido fu folgorata da una rivelazione, la più banale, la più ovvia, la più maledettamente probabile che potesse mettere nella lista delle spiegazioni a quel problema: parlavamo due lingue diverse!
“Santu Doxi! Cunnu Doxi!”, ripeté per rafforzare il concetto.
Era un’invocazione antica al dio dei Protosardi, maschile e femminile al tempo stesso, di cui, come per Javè, era inibita l’invocazione aperta, ma solo attraverso il numero magico. Doxi, dodici, nella fattispecie santo per l’identità maschile e Cunnu per quella femminile, con riferimento esplicito alla potenza procreatrice universale, al fatidico imbuto di passaggio attraverso il quale era entrato ed era fuoriuscito il mistero della vita, la vita stessa. La parte più significante della Grande Madre.
“Proprio una turista doveva capitarmi!”, avrebbe riso Placido, in condizioni normali.
Anzi, ne avrebbe ricavato una barzelletta da raccontare alla moglie e agli studenti.
In altre circostanze, s’intende.
Invece era là, labbra contro labbra con una sconosciuta che aveva un seno aduso a intonar canzoni, ma non c’era proprio nulla da festeggiare. Neanche la voglia.
Il senso di angoscia si fece più acuto, profondo, esteso e devastante, feroce, insopportabile, tale da riempire per intero il suo orizzonte mentale.
Con riflesso condizionato, strinse le proprie labbra in un gesto di dolore, sottraendole al contatto con quelle della sua sconosciuta compagna. Contemporaneamente rilasciò la stretta con cui si teneva legato al dito di lei.
Placido fu l’unico, in tutta Cagliari, ad aver tenuto in serbo un ultimo coccio di pensiero sulla realtà, quando la fine del mondo era ormai consumata.
Se ad un morto è concesso di essere contento, di avere un pizzico di amor proprio, fu quella l’ultima sua emozione.
Aveva intuito che la donna da sempre sognata, con un senno aduso ad intonar canzoni, era solo la fine, la morte, il nulla.
Perché avrebbe dovuto essere diversa?
Forse che il fascino della fine non ha, in tutte le epoche della storia dell’uomo, indotto le menti più raffinate ad incontrarla di propria volontà?
La fine, come ultima occasione per soddisfare un proprio originale bisogno.
Saltare ad occhi aperti; vedere nel buio; fare un passo più in là, oltre il segnale del proibito.
Violare un tabù.
L’ultima azione che dà sostanza a una esistenza di inquietudine, di caparbia ricerca del senso del vivere.
Sapere di poter volare. Provare a volare.
Decidersi a volare.
Volare per sempre in compagnia dei propri pensieri.
Pensieri stupendi. Da strepito.
Tutti tuoi, tutti per te, Placido.
Come avere il copyright di te stesso.
Con l’io che diventa dio.
“M’hapu pappau su tempus”.
“Mi sono mangiato il mio tempo”, fu l’ultima scintilla di vita in un cervello che non sapeva morire.

Cronache dalla fine del mondo 16: December, 3, 2012 – H 11:00 UTC
Pompu, un paese di Marmilla- Sardinia, Italy – H 12:00

Arega-pon-pon andava per i quattordici anni.
A chiunque l’aveva conosciuta  era  venuto da pensare che la natura fosse stata avara con lei, alla nascita.
Per cause mai accertate e semplicemente addossate ad un ipotiroidismo conclamato, la bambina non era mai stata mentalmente in linea con l’età anagrafica, anzi se ne era andata discostando, durante la crescita.
Nella prima elementare (niente scuola materna, non obbligatoria, per la salute incerta e la reticenza della mamma ad affidare a mani improprie quella creatura tanto bisognosa di affetto e di attenzioni) ancora stentava a parlare e, di fronte al cartellone in cui era riprodotta un’automobile, la bambina esclamò “Pon-pon”, battendo le mani per la contentezza.
Fu per questo che Arega-pon-pon di fatto costituì il nome con cui, dai compagni prima e da tutto il paese in seguito, venne identificata con assoluta precisione, pur senza pericolo di essere confusa con altre, perché era l’unica a chiamarsi come la santa di Decimomannu.
Ormai frequentava la quinta elementare e, grazie all’insegnante di sostegno, stava imparando a leggere piccole frasi.

Quel giorno di dicembre, Arega-pon-pon si era alzata tardi, perché la mamma non l’aveva svegliata alla solita ora per andare a scuola. La bambina (a stare all’età mentale), o la ragazzina (a dare retta al suo fisico) pensò semplicemente che fosse domenica, che la mamma fosse andata ad ascoltare la messa. Se ne stette ancora a dormicchiare, immersa tra sogni e pensieri, che in verità non differivano molto.
Quando ebbe fame, si alzò.
Fece le cose di tutti i giorni, nello stesso ordine preciso. Si lavò il viso col sapone, senza dimenticare le orecchie e il collo, tornò in cucina a scaldare il latte, lo sorbì zuccherato insieme a cinque frollini. Anzi, giusto chè la mamma non era lì a contarli come un doganiere, ripeté la dose facendo assorbire tutto il latte dai biscotti.
Tornò in bagno per lavarsi i denti e poi si cambiò. Indossò il vestito rosso della domenica e attese di sentire le campane suonare per la messa.
Intanto accese la tivù, senza riuscire a sintonizzarsi su alcun canale.
Il mondo era finito, ma nessuno si era preso la briga di avvertirla.
Quando si stancò col telecomando, uscì in strada e andò in chiesa.
Per via non vide anima viva.
La luce pallida del giorno entrava da per tutto, nelle lolle5, nei solai, nei ripostigli, anche dietro la macina dell’asino, dove costantemente aveva regnato la penombra.
Si accorse, senza emozionarsi o preoccuparsi, che quella luce non proiettava le ombre degli oggetti e delle persone, né davanti, né dietro, e neppure ai fianchi.
“Pazienza”, si rattristò la bambina, che si era affezionata alla sua ombra e si divertiva a giocarci quando era sola, cercando di sorprenderla con movimenti bruschi, inconsueti ed inattesi, “vuol dire che imparerò a farne a meno”.
Il portone della chiesa era aperto ed entrò.
Sui banchi, alcune inginocchiate, altre sedute, sostavano una dozzina di persone, anziane e vedove, che solitamente ascoltavano la messa anche nei giorni feriali.
Nessuno pregava, nessuno cantava. Nessuno predicava.
Il prete era seduto dove solitamente stava ad ascoltare le letture, con due chierichetti, uno per lato, che tenevano il capo reclinato.
Nessuno però leggeva le scritture più antiche o la lettera di san Paolo.
Si guardò in giro.
La chiesa pareva diversa sotto la luce pallida e diffusa che emergeva dai muri e dal pavimento più che dalle finestrelle poste in alto dietro l’altare e sul portone d’ingresso.
Le parve di aver riconosciuto sua madre, al secondo banco a sinistra. Proprio vicino al corridoio centrale.
Le si avvicinò in punta di piedi, ma lo stropiccio delle sue scarpe risuonò come un frastuono nel silenzio sigillato. Le arrivò di spalle e la tirò per la manica della blusa.
Era lei, la mamma: austera nella sua posizione composta, si ribaltò nel corridoio e stette come una sedia rovesciata, con le gambe e le braccia rigidamente protese.
Arega-pon-pon cercò di gridare. Aprì la bocca ma non ne sortì la voce.
Meglio così! In chiesa sono proibiti gli schiamazzi.
A fianco della mamma, una vicina di casa, zia Adelina Burranca: magra e minuta, teneva lo sguardo fisso in alto, perduto nel foro di luce che sovrasta l’abside.
Arega-pon-pon le sfiorò la spalla con la mano e zia Nina si ribaltò in avanti contro il banco.
Se la mamma pareva una sedia rovesciata, zia Adelina le parve una sedia appoggiata al muro come quando si adagiano quando si scopa il pavimento lastricato.
Arega-pon-pon non cercò neppure di gridare. Piuttosto porse l’orecchio al suono che pareva liberarsi dai muri di pietra e dal pavimento di antichi lastroni di trachite verde e gialla. Era un coro di voci, ora lo distingueva bene, un richiamo corale, disperato, ripetitivo, incessante.
Poteva essere il belato del gregge di Pobun, lo sfortunato figlio della regina Madua6 dell’antica leggenda?
Arega-pon-pon non resisté all’angoscioso concerto che le strappava brandelli di cuore nel ricordo dell’agonia delle povere bestie.
Uscì dalla chiesa barcollando, con l’idea di rifugiarsi in casa, che non era lontana, perché nei paesi tutte le case sono intorno al campanile.
Invece cambiò idea: cosa ci faceva a casa?
Il lamento delle pecore prigioniere la seguì sulla strada e non poté fare a meno di pensare ad altre pecore, meno fantastiche, ben più reali e conosciute.
Prabanta7 dove pascolava il gregge di suo padre: ecco dove sarebbe andata.
Prese la strada in salita, senza che incontrasse nessuno.
(Scusate, ma vi siete accorti che questa è un'altra storia?)

Francu Pilloni (Fine)