lunedì 7 gennaio 2013

Nuvolette azzurrine all'orizzonte

di Efisio Loi

Questa mia la indirizzo a Gianfranco. Sono sicuro che se la ridacchia sotto i baffi. Io, per conto mio, un po’ ridacchio e un po’ m’incazzo. Dico mia in senso di lettera, aperta si intende, dal momento che anche tu la stai leggendo. Tu chi? Tu, tu che leggi e forse non dovresti. Qualcuno dovrà inventarlo un sistema di lettera aperta, leggibile da alcuni e da altri no, a scelta di chi scrive. Faccio per dire, leggibile solo da chi ti è simpatico oppure antipatico; e se ti sta simpatico un antipatico? Oppure leggibile solo dagli uomini o dalle donne o da chi non ha ancora deciso; tu cominci, “Cara Signora” e quello/a, “Signora mi sta bene, ma non sempre. Talvolta, mi sento più Signore”. O invece leggibile solo dai compagni o dai camerati. Tu attacchi, “Caro compagno/a ” e quello, “Compagno/a a me? Come si permette? Io sono di centro e non si azzardi a metterci un ‘–sinistra’ o un ‘–destra’ io sono di centro e basta. Io sono Montiano ”. Figuriamoci, troppa responsabilità.
A Gianfranco dico subito, “Questa è la prima e l’ultima che ti spedisco. Non mi piace mettermi sotto tutela di chi sta lassù e ridacchia sotto i baffi. Fossi ancora con noi, sono sicuro, saresti un tantino incazzato anche tu. Adesso è facile sorridere, con tutta la compagnia, delle disgrazie nostre.” Eh sì, perché le disgrazie sono nostre, di noi Sardi intendo, non solo degli “Italiani”. Ci siamo dentro fino al collo in questa commedia in cui si equivoca su tutto: sul sacro e sul profano, sul dare e sull’avere, sulla vita e sulla morte. Se qualcuno, da fuori, dovesse estendere una graduatoria, non ci ritroveremmo fra quelli che equivocano di meno in Italia. Italiani fra gli Italiani e per di più, in fondo alla classifica. Mio padre, quando proprio voleva dirla tutta, diceva: “Non Sardegna, Zardegna è il nome più appropriato per la nostra Isola”. Intendeva che “gli altri” ci avessero relegato in serie “Z”, così ancora la pensano i Sardi che fanno finta di pensare. La maggioranza neanche ci perde tempo, a pensare.
Fino a qualche tempo fa, coltivavo una illusione: che fossimo “diversi”. Non migliori, diversi. E mi consolavo pensando che, non appena avessimo inteso tutta la nostra diversità, saremmo riusciti a migliorarci. Che assurda pretesa, perché dovremmo essere diversi? Forse qui sta il punto: rendiamoci conto di essere come “gli altri” e anche peggio. Guardiamoci negli occhi e, senza rivendicare chi sa cosa, può darsi che si riesca a venirne fuori dal frullato indistinto, dalla maionese che si prepara e che presto impazzirà.
Capite, ora, perché Gianfranco ridacchia fra le nuvolette azzurrine del suo sigaro? Ridacchia di me e della mia spocchia. Spocchia di uno che crede di aver capito tutto. Mi fa una rabbia.