domenica 20 gennaio 2013

Sa perda scritta de "Corongiu de maùrra"

La pietra scritta di “Roccia di merlo”
di Francu Pilloni

Ho fatto un conto approssimativo: ci sarò passato vicino almeno mille volte nella mia vita, per asparagi, per funghi e per nidi da ragazzo, a caccia di pernici o di beccacce da adulto. All’andata, in salita, in genere viravo a destra o a sinistra del sentiero, entrando nel cisto a meno di trenta metri, ma al rientro in genere seguivo il sentiero in discesa, sul pulito, sfiorandola. Mai mi ero accorto che era scritta questa pietra che sta al bordo di quel pianoro di roccia che finisce a strapiombo, da cui si domina con lo sguardo la Giara per tutta la sua lunghezza, la valle sottostante e il versante opposto che sale dal fiume sino alle colline di S’ ‘Ecca de is Narbonis e Curuna, dietro cui si nascondono Baradili e Baressa verso sud e sud-est. A est poi si scorgono gli abitati di Sini e di Genuri, mentre quelli di Figu e di Gonnosnò sono nascosti dietro Bruncu de Frumini. A nord e a nord-est la vista si perde oltre Albagiara, sulla distesa della Barbaxana: nelle belle giornate d’inverno si vedono le cime bianche del Gennargentu.
Sono ben in vista dei nuraghi, da quello che doveva essere Nuraci, di cui è rimasto poco più che il nome solamente, a quello di Perd’ ‘e Moguru, a Nurac’ ‘e s’óru, per fermarci a quelli in agro di Curcuris.

Corongiu de maùrra (così è nella parlata locale, ma si dice anche meùrra, miùrra o mèurra) è una piattaforma di roccia marnosa che difficilmente poteva sfuggire all’attenzione dei Sardiani che la frequentarono, come induce a credere il fatto che a meno di trecento metri paiono esserci i resti di una Tomba di Giganti e il terreno è seminato di scaglie di ossidiana per ettari ed ettari intorno.
Già da bambino, senza sapere nulla di nuraghi e di ossidiana, mi sono sempre immaginato che su quella piattaforma si ballasse il ballo tondo, al suono del sulittu o, meglio ancora, delle launeddas. Ma queste sono fantasie che mi porto appresso da quado non riuscivo neppure a collocare nei tempi della storia “is antigus” cui facevano riferimento gli adulti quando si parlava di nuracis o domus de s’orcu; tutte storie che attizzavano la mia curiosità, ma estinta, di cosa possa esserci nel cavo di quella sorta di spelonca che si apre ai piedi di Corongiu de maùrra. Nulla c’è, mi disse mio padre; nulla, rispose mio cugino più anziano di me. Dunque deduco che non c’è proprio nulla, sebbene la curiosità covi come brace sotto la cenere. Anzi, come una sete disattesa.
Infine, la pietra scritta l’ho proprio cercata: tutto è dipeso dal fatto che ho un ginocchio indolenzito per cui, dopo un po’, sono costretto a sedermi per riposare l’articolazione. Scendevo appunto per il sentiero erboso e privo di cisto, guardandomi attorno per una pietra adatta, senza allargarmi troppo. Ne ho visto due, ho provato a sedermi, sono risultate scomode perché troppo basse. Ecco a due passi, una più alta. Mi ci sono avvicinato e solo allora ho visto una bella V sulla faccia frontale, poi una incantevole A sulla seduta, e ancora una q: è proprio scritta, porca loca!
Noto che non può essere scritta di recente; due o trecento metri più in alto, sotto una sughera, due pastorelli, oggi adulti, s’impegnarono a incidere, sopra un lastrone di roccia, i loro messaggi, compresi di nomi e di data: 1988. Ma i muschi e i licheni, che pure hanno iniziato ad aggredirla, sono ben lontani ad averla colonizzata per intero come hanno fatto con questa. E sì che quella è all’ombra, mentre questa soffre pure del sole in faccia tutto l’anno, sole che la porterà a temperature assai elevate in tutte le estati del mondo, rendendo difficile la vita anche ai poco esigenti licheni!
Osservo bene la pietra, mi accorgo che presenta due righe di scrittura: su quella superiore, cioè sulla faccia ora più o meno orizzontale vi sono dei segni certi e altri meno certi, anche nel numero, a causa del fatto che il lichene proprio là è ben vivo, ha infestato interamente la porzione di pietra e bisognerebbe raschiarlo via per avere maggiori certezze. Sulla parte facciale spiovente vi sono ancora segni certi e alcuni chiari a prima vista, ma non del tutto certi. Curioso come la riga superiore inizi ad una certa distanza dal bordo sinistro per finire poi col segno O fuori bordo, mentre la riga inferiore inizia a distanza dal bordo destro, per finire appena oltre il bordo sinistro.
Ecco la trascrizione (alla buona, si comprende, perché non sono uno specialista) con tratteggio delle lettere o parti di esse di cui non ho sicurezza.
La prima cosa che colpisce è la seconda riga, quella di sotto, che potrebbe essere letta, da sinistra a destra come siamo abituati a fare, come una data: 11.IV.2003. Nella prima riga, sempre da sinistra a destra, appare molto chiara la prima lettera che è una q minuscola; la seconda è sicuramente una A; la terza potrebbe essere una A o qualcos’altro, in seguito si notano quattro tratti verticali come le nostre I maiuscole, che potrebbero essere collegati, specialmente l’ultimo col penultimo, da un tratto obliquo atto a farne una N. Infine, a una certa distanza e sulla superficie della pietra già inclinata, appare netta una lettera uguale a una O minuscola.
Se la riga di sotto è una data, mi sono detto, la riga di sopra potrebbe essere un nome o un cognome, o ambedue, magari abbreviati. Il problema nasce per quella q che è minuscola, mentre tutte le altre sembrano maiuscole. Se fosse il nome proprio o il cognome, suppongo che lo scultore sapesse bene come si scrive la Q maiuscola. Se fosse per il nome, dovrebbe stare per Q e punto, solamente l’iniziale di un nome, visto che in italiano e in sardo serve comunque una U per formare una sillaba. Una U che non c’è proprio. Per Q puntato si potrebbe pensare a Quinto, Quirico, Quirino. Non mi vengono in mente altri nomi, sebbene nessuno di questi sia attestato in paese oggi e neppure nel recente passato, per quanto il mio ricordo possa spingersi indietro. Si potrebbe pensare che sia una P errata, scritta col pieno verso sinistra anziché verso destra, ma anche questo, per le ragioni esposte prima, mi pare da scartare. Oltre a ciò, il fatto che il mese sia scritto in caratteri latini, cosa che non s’insegna alle elementari per i mesi, tutt’al più per leggere la sequenza dei papi o dei re (Pio XII, Carlo V) dovrebbe far pensare a soggetto mediamente acculturato. In ogni caso, con le lettere rimanenti, con o senza quella lettera A che è la più certa di tutta la riga, insieme alla O finale, non sono riuscito ad arrivare all’ipotesi di un cognome, o magari un nome, visto che termina per O, qualsiasi valore dia alla terza, quarta e quinta lettera, o eventualmente una sesta, se la sequenza dei segni lo permettesse.
Sulla prima riga una cosa mi pare certa, in mezzo a tante (mie) perplessità:  che è stata scritta a iniziare da sinistra per finire a destra, là dove la pietra sta finendo. Mi pare che non abbia senso parlare del contrario, perché non ce lo vedo proprio uno che inizia a scrivere dove la pietra è terminata, per lasciare intonso lo spazio a sinistra, quello più adatto. Senza contare che scrivere le parole al contrario resta pur sempre un’anomalia.
Ora, se osserviamo quel supposto “2003” della seconda riga, si possono adattare i ragionamenti già fatti, perché si ha l’impressione, per la collocazione spaziale delle lettere, che lo scultore abbia iniziato da destra procedendo verso sinistra dove l’ultima lettera, quella che pare un numero 1, termini proprio quando la superficie della pietra è terminata e s’appoggia lateralmente. Quella cifra indicata per anno, il 2003, è trascorso da meno di 9 anni. In questo breve lasso di tempo è impossibile che i licheni abbiano infestato la pietra, là dove era stata incisa, in modo così importante e manifesto. Se paragoniamo questa alla scritta del 1988, cioè di 24 anni fa, ci rendiamo conto di quanto occorra ai licheni per adattarsi a vivere su una roccia. Girando nella rete, nei siti scolastici e universitari, si recuperano informazioni circa la durata in vita dei licheni, una longevità che risulta intorno ai 300 anni per questi che formano una crosta, di circa 70 per quelli arborei o aerei. Se guardiamo la prima lettera della prima riga, e non solo quel punto preciso, osserviamo che il lichene è un fu-lichene, un lichene morto, ormai non ha più spessore, neanche minimo, ma è solo una parvenza di colore. Ci si informa, sempre in rete, che la crescita dei licheni è lentissima, specialmente quelli che sono sorti in condizioni difficili per la calura e i lunghi periodi di siccità: uno di questi, il Rhizocarpon Geographicus, che è un lichene crostoso uguale o simile a quello che infesta la nostra pietra, ha il record negativo per crescita: in un secolo avanza di ben 4 millimetri. Allora non sarebbe complicato neppure misurare il diametro di qualche lichene per rendersi conto della sua veneranda età.
Se dunque le incisioni sulla pietra non sono così recenti, ha senso anche comprendere perché la seconda riga è tutta spostata sulla sinistra, al contrario di quella superiore che risulta spostata sulla destra ed è per questo motivo che abbiamo cominciato a leggerla da sinistra. Questa seconda si dovrebbe leggere da destra a sinistra, così come sembra che sia stata scritta. Appare chiaro che quel segno che abbiamo letto come un 3, possa essere qualcosa d’altro, così come i due fori che abbiamo interpretato inizialmente come due zeri (ma perché fare due buchi con tanto spazio a disposizione, quando nella prima riga è tracciata una bella O tonda tonda?) significhino proprio 2. In questo modo, anche il segno letto come il numero 2 (ma che brutto, se fosse un 2!) ha un altro significato così come le altre lettere che seguono. In particolare, quella che pare un I latina, a ben osservare è collegata a formare una sorta di J: si nota molto bene come si sia staccata una scaglia che delimitava la lettera di sotto, dove curva per collegarsi a tratto verticale successivo che è più corto. Allo stesso modo, quella riga orizzontale che si nota sotto i due numeri 1 è solo una incrinatura della pietra, con la scaglia sottostante che è prossima al distacco.
Questa lettura particolare, da sinistra a destra nella riga superiore, che continua da destra a sinistra nella riga inferiore, mi ricorda altre scritte di cui ho appreso nei libri (la stele di Nora) e nel blog di Gianfranco Pintore prima e Monte Prama poi, per cui mi sento di poter azzardare a dare un nome ad alcune lettere, specialmente quelle nettamente visibili, anche se non so cosa vogliano dire precisamente. Ci penseranno forse Gigi Sanna e Aba Losi (li invito a farlo perché la curiosità mi rode dentro come un fuoco che mi consuma), gli altri esperti che hanno frequentato i corsi e chiunque più di me sa.
Di due cose, infine, posso assicurare chi mi legge: a) che ho provveduto a segnalare la presenza di questa particolare pietra per iscritto, sia alla Soprintendenza, sia al sindaco di Curcuris, mettendomi a disposizione, nell’eventualità che il fatto non sia già noto, per le indicazioni del caso; b) che, non ostante il ginocchio mi dolga ancora, non mi ci sono più seduto sopra.

(Francu Pilloni)