martedì 19 febbraio 2013

Cos'è il disco plumbeo di Heba di Magliano? Ce lo spiega il dischetto lapideo di Allai (Sardegna)

di Gigi Sanna

Fig. 1
1. Premessa.

  Sui cosiddetti 'falsi' a priori o immediati (di qualunque codice scrittorio essi siano) così ritengo che ci si possa esprimere : non operiamo come se noi fossimo gli avvocati superbi di noi stessi difendendo ad oltranza la nostra dottrina, perché non è essa a essere in gioco. Non è la nostra conoscenza ad essere imputata di disonestà e di malafede. Ma agiamo unicamente come se fossimo umili - ma nello stesso tempo assai determinati - difensori dei documenti perché sono questi ad essere accusati. Sono in una situazione di assoluta inferiorità e in nostra balia perché spesso non possono difendersi come vorrebbero. Sono come delle creature inermi sulle quali non si deve agire con severità eccessiva solo perché su di loro grava o può gravare un certo sospetto (in fondo sempre 'soggettivo') da parte di chi osserva e giudica. Non meritano mai dei rimbrotti o dei ceffoni ma sempre il massimo del rispetto e della comprensione. Bisogna farli parlare ed ascoltare con molta pazienza, anche quando l'evidenza sembrerebbe, sulle prime, dare loro torto marcio. Se poi i documenti sono più di uno bisogna prima sentirli separatamente e osservare bene quello che dicono. E tutto quello che dicono: mai privilegiando questo o quell'aspetto quando si pongono loro delle domande. Poi bisogna comparare le loro affermazioni tenendo in considerazione anche e soprattutto quelle più insignificanti e anche quelle che possono sembrare, sulle prime, scandalosamente impertinenti. Se davvero dicono la verità la si scoprirà - pian piano e quasi mai subito - per come la dicono e per quanto la dicono.
  Ciò vale soprattutto per quelle discipline, come ad es. l'etruscologia, nelle quali la conoscenza è assai
limitata, dove molte sono le zone d'ombra e tantissime le incertezze e dove i pareri su questo o quell'argomento, come si sa, sono assai contrastanti (1).
  E' inutile dire che occorre il massimo della prudenza. Un documento etrusco (scritto in caratteri chiaramente etruschi) giudicato subito o col tempo un falso per questo o per quel motivo può dimostrarsi, secondo noi, un ottimo banco di prova non solo per un sereno giudizio di falsità o non in sé; ma potrebbe anche dimostrarsi un ottimo banco di prova per la ricerca scientifica, per il progresso di questa, perché le stranezze e le anomalie riscontrate in un esame (più o meno condotto in superficie) possono essere proprio quelle che rivelano ed illuminano, se ben comprese, aspetti oscuri della scrittura o della lingua o precedentemente ignorati o non visti, anche dopo reiterati tentativi di 'lettura'.
  E' questo il caso dei documenti di Crocores di Bidonì e di Nabrones di Allai (2) che sulle prime possono apparire, perché apparentemente ripetitivi e riproducenti 'stranamente' temi e testi già noti all'archeologia e all'epigrafia etrusca, esito di riproduzione più o meno meccanica di essi. Senonché, come già si è visto in questo Blog (3), i documenti Crocores 2 e 6 mostrano all'analisi approfondita d'essere una cosa ben diversa rispetto ai (presunti) modelli o originali: sia per motivi epigrafici e paleografici sia per motivi contenutistici. Ora vediamo di esaminare con il dovuto 'rispetto' ed il massimo dell'attenzione, senza pregiudizi di sorta, anche il pezzo più interessante nonché esteticamente il più valido della ex 'collezione' del Saba, ovvero il documento lapideo in chiara forma circolare o di dischetto.
                                                

Fig.2
  Il prof. Rendeli, pur ammettendo una certa capacità manuale del presunto falsario (4), nel riportare i segni del prototipo ovvero il disco di Magliano, si pronuncia apertamente sulla sua non genuinità e lo fa non su chiare basi epigrafiche e contenutistiche, esposte dettagliatamente, come sarebbe stato doveroso, ma, forse per troppa sicurezza, sbrigativamente e 'semplicemente', quasi con 'fastidio', partendo dalla considerazione che l'autore del dischetto avrebbe realizzato un 'monstrum' epigrafico (5) solo perché esso riprodurrebbe una
parte della circolarità del disco più grande. E per far capire il presunto modo, volgarmente ingenuo, dell'operazione traccia con il compasso un cerchio che include, grosso modo, le lettere del dischetto ed esclude le altre lettere etrusche presenti nel presunto originale. Non fa nient'altro, in sostanza, per stare alla metafora in esordio, che prendere subito a sberle, senza pazienza, con sufficienza e severità eccessiva di dottrina, un documento che invece deve essere ben ascoltato, fatto parlare perché, come vedremo, quello che dice è ben più complesso di quel che uno possa immaginare (altro che uso del compasso!) e - sottolineiamolo subito - davvero straordinario ed importantissimo per tutta l'epigrafia e la stessa 'religio' etrusca.
  Vediamo di analizzarlo nel generale e nei dettagli, di farlo parlare per il molto e non l' apparentemente poco che dice (stando all'analisi del perito).

1. Il supporto.

  L'oggetto circolare è proprio un 'dischetto', cioè un oggetto consistente (lapideo) con sagoma di forma circolare. Ma la composizione di esso, con la spirale formata da cinque (6) spire, ci mostra subito che dette spire (così come del resto nell'originale) non sono uguali. Tutt'altro. Partendo dal centro si nota la prima spira
piuttosto grossa, tranne che nella parte iniziale, la seconda spira più sottile e tendente a ingrossarsi in progressione, la terza e soprattutto la quarta che vanno ad ingrossarsi vistosamente per poi dar luogo ad una quinta spira ad assottigliamento progressivo che si chiude quasi con una semplice linea (7).
  Ora, se uno appena appena ci fa caso nota che quella spirale altro non simula con le sue spire se non la figura di un serpente acciambellato (fig. 3). C'è la testa, il collo, la pancia (molto grossa) e la coda (sempre più sottile). Ora, se si paragona lo schema di Crocores a quello del disco di Magliano sarà semplice cogliere la differenza (una delle differenze) di disegno tra i due oggetti. La quinta spira di Heba di Magliano non si assottiglia affatto in forma per il semplice motivo che il serpente è ben più lungo e possiede una spira in più, la sesta con la sua specifica coda.

2. Le analogie con il serpente di Montaldo di Castro e di Sarteano.
  Il disegno del nostro dischetto, riportato su di un piano verticale, con le spire più distese e a semicerchio, assomiglia al serpente che (con il corpo ugualmente scritto in tutta la sua estensione!), è tracciato sull' aryballos di Montaldo di Castro (v. fig. 4). Ma il dato della stessa circolarità del dischetto -serpente non può non richiamare il serpentone a tre teste e con le spire costituite da 'due cerchi' (chiari simboli luminosi o astrali di Tin sole e di Uni luna), della tomba di Sarteano di Siena (v. fig. 5). Di entrambi si è, sia pur per motivi diversi, già parlato in questo Blog e in altra sede (8)
                                     
                    Fig.3                                                      Fig. 4


Fig.5
  Se qualcuno però nutrisse qualche dubbio sull'esistenza e sull'identità della figura zoomorfa disegnata dallo scriba di Crocores di Bidonì basterà osservare ancora due particolari assai significativi presenti nel dischetto.
  Il primo è da considerarsi davvero straordinario per 'lusus', criptato ad arte com'è. Non si può coglierlo subito ma solo per intuito e per notevoli capacità d'osservazione. Si noti come la bocca del serpente venga completata con il ricorso ad uno scaltro artificio a rebus di scuola scribale; cioè all'uso di una lettera etrusca
molto caratteristica, la consonante 'z'. Questa, mentre da un lato risulta ovviamente segno normale simbolico
consonantico lineare di tutta la sequenza scritta, dall'altro, legata alla linea della spirale 'in quel preciso punto' (v. figg. 6 -7), vuol essere anche segno pittografico nascosto in quanto tendente a simulare, senza che uno se ne accorga, la lingua bifida dell'animale. Lingua bifida che, se si osserva, non manca d'essere disegnata anche nel serpente dell'aryballos di Montaldo di Castro (v. ancora fig. 4)
  La lettera 'z' è dunque elemento di ulteriore, fondamentale, senso nella scritta, così come lo è la lettera finale (si tenga presente che la lettura del testo parte dalla prima spira esterna e cioè dalla coda dell'animale) presente nella spira, ovvero la velare R della sequenza AMAR (9). Detta lettera alfabetica simula pittograficamente, date qui le sue caratteristiche ad occhiello quasi chiuso (10), l'occhio del serpente. Insomma, lo scriba etrusco (o sardo- etrusco) si è servito di due precise consonanti del codice etrusco con
delle caratteristiche formali ambigue per realizzare nascostamente (11) sia l'occhio sia la lingua del serpente.
  Non sfugga però in Crocores, nello stesso particolare, un piccolo particolare ancora: che lo scriba disegnatore e incisore accentua leggermente i tratti superiori della lettera per dare così maggiore movimento e 'realismo' al dato pittografico della lingua che fuoriesce dalla bocca del serpente.
                                
                  Fig. 6 : Testa del serpente di Crocores di Bidonì     Fig. 7. Testa e coda del serpente

  Ora, i dati suesposti, sia pur del tutto evidenti e epigraficamente 'oggettivi', potrebbero, al limite, essere ritenuti opinabili e quindi in qualche modo non decisivi. Ma per nostra fortuna ( ma non potrebbe essere diversamente, dato lo stesso significato generale dei due oggetti) è lo stesso disco di Heba di Magliano che, in una lettura più accurata 'a posteriori', ce li conferma, dal momento che si possono notare gli stessi particolari presenti nel dischetto di Crocores e cioè l'occhio e la lingua bifida che fuoriesce dalla bocca.
  Solo con la variante, per quanto riguarda la lingua bifida, che lo scriba di Crocores sfrutta (forse con maggiore esito di verosimiglianza) la lettera etrusca 'z' mentre l'autore del disco di Heba di Magliano ricorre alla forma della lettera ''. Due segni alfabetici comunque non molto differenti per aspetto data l'asta iniziale di entrambi e i tratti superiori dei grafemi.
  Ma non basta. Per eliminare definitivamente ogni dubbio sull'artificio (lettera alfabetica lineare nonché pittogramma' adoperato nella composizione di entrambi gli oggetti), si noti ancora che mentre tutte le altre lettere risultano visibilmente staccate, il '╕' nel disco di Magliano è 'stranamente' l'unica lettera legata (12) alla linea della spira interessata alla resa del nascosto dettaglio anatomico del serpente (v. fig.8 e figg. 11 -11 bis).
                                      
Fig. 8 . Trascrizione del disco di Heba di Magliano

  Il secondo particolare è dato dal fatto che nella coda le lettere alfabetiche etrusche sono non solo progressivamente più piccole (si osservino la consonante 'l' e la vocale 'y') ma anche sempre meno leggibili.
Ma leggibili lo sono, per fortuna, per quel tanto che basta per poterle individuare e per certificarle come del tutto corrispondenti a quelle presenti nel disco - serpente più grande (13).
  Esse si presentano progressivamente sempre più consumate nella parte superiore (v. figg. 9 e 10) ; segno questo, con ogni probabilità, dell'erosione dell'acqua in quella parte della circonferenza quando il dischetto ne subiva l'azione continua trovandosi esso nella parte incorrentata ovvero, come riferito dal Saba (14), presso il letto del fiume, divenuto poi lago con la costruzione della diga.
  Infatti, il dischetto si rivela, circa la sua integrità, non solo sbeccato in prossimità della punta della coda del serpente ma anche non perfettamente rotondo dalla parte delle lettere consumate, come doveva essere  invece in origine. L'erosione è solo di pochi millimetri ma c'è, prodotta inoltre in modo del tutto uniforme.

                                         
                Fig. 9. Le lettere della coda del serpente         Fig. 10. Le lettere erose in progressione

  Per quanto eroso però possa essere il documento esso mostra, inconfondibile, la forma via via sempre più sottile di una coda di serpente. Cosa questa che dimostra che il dischetto non è una 'scopiazzatura' con la ripresa di una parte (quella 'tranciata') del disco più grande. Se ciò fosse accaduto la terminazione della spira sarebbe stata ben diversa. Non l'avremmo trovata sottile e progressivamente chiusa in quel modo ma aperta e larga come in Heba di Magliano.
  Ma al fine di far capire ancora meglio tutto questo sarà bene riportare la figura di un articolo di F. Roncalli e di Lidia Storoni (15) riproducente a compasso, diciamo 'more rendeliano' (v. fig. 11 e 11 bis), del disco di Magliano solo una certa parte (16) ma rispettosa dell'originale in toto (tipologia delle lettere, puntuazione, collocazione dei segni e delle linee), essendo stavolta la figura nient'altro che la 'sforbiciata' circolare ottenuta per riproduzione.
  Il famoso etruscologo, forse per far vedere meglio l'oggetto e le sue caratteristiche formali scrittorie ne riporta una parte consistente nella quale è assente però ciò che in Crocores appare come dato macroscopico e cioè l'assottigliamento dell'ultima spira. E ciò è naturale, essendo diverso l'interesse, il fine e l'atteggiamento dei due, scriba del passato e studioso del presente, nei confronti dell'oggetto.
  Lo scriba di Crocores, che sa bene, molto bene, che cos'è quell'oggetto discoidale e cioè un serpente, lo rende più piccolo e ne modella ad arte la nuova lunghezza; l'etruscologo invece, che ignora totalmente che cosa sia, si limita ad accorciarne solo una parte 'epigrafica' lasciandola identica a quella compresa nel tutto.
  Insomma l'uno è, diciamo così, un 'epitomatore' che crea e adatta un testo con consapevolezza, l'altro semplicemente un illustratore che si limita a ridurre senza nulla cambiare.
  In quest'ultimo caso si agisce proprio come farebbe veramente un falsario che non vuol correre rischi di credibilità con l'arbitrarietà, più o meno accentuata, circa la disposizione di tutti i significanti. In ogni caso, i due serpenti, quello 'tagliato' del testo del Roncalli e quello in diversa dimensione rispetto all'originale, sono simili anche se non identici (v. fig. 12)

                                     
Fig. 11 Fig. 11 bis

                                     
Fig. 12. Testa, occhio, lingua, collo e spire dei due simili ma non identici serpenti.

A questo punto è il momento di chiedersi: dove sta dunque il cosiddetto 'monstrum' epigrafico? La presunta assurdità? Proprio da nessuna parte. Si capisce molto bene (ora) il perché della riduzione operata sul cosiddetto originale.
  Il 'monstrum' epigrafico, ovvero la singolarità di disegno dell'oggetto di Bidonì, è da ricercarsi semmai nel supporto originale (presunto) che è un simbolico serpentone chiuso, reso completamente con le spire strette e chiuse o a 'ciambella'; 'monstrum' da individuarsi nel motivo evidente di culto e di venerazione etrusca per l'energia e la ciclica potenza del dio solare Tin (17), che rinasce e si rigenera, e che pertanto genera; un 'monstrum' serpentone - cerchio non compreso minimamente dalla scienza archeologica ed epigrafica etrusca nonostante non poche analogie ed esempi eclatanti; nonostante le immagini diversamente disegnate (e quindi più esplicite), come dimostra il suddetto serpentone dell' aryballos di Montaldo di Castro.

3. La puntuazione in Magliano e in Crocores. La parola CEPEN.

  Nella sua analisi epidermica e perciò semplicistica (e vedremo ancora perché) sui dati epigrafici del dischetto il prof. Rendeli ammette tuttavia che, rispetto alla mano incerta di falsari circa gli altri oggetti di Crocores di Bidonì e di Nabrones di Allai (falsari che sarebbero quindi più di uno), la mano di questo falsario si dimostrerebbe molto più sicura e tale da farlo apparire un conoscitore non sprovveduto dell'etrusco (18), anche se non in grado di evitare errori formali e contenutistici (ma non si dice minimamente quali).
Procedimento davvero inconcepibile questo in un'analisi peritale di tale importanza dove persino i dettagli contano immensamente.
  Ora, se è vero com' è vero che il dischetto riproduce un serpente ricavandolo dal serpentone e che in esso, evidentemente, si trova una parte organica dell'intera scritta di Magliano, non si può non sottolineare una certa quale comicità che nasce dall'atteggiamento di un attuale professore di etrusco del XXI secolo d.C. che si erge a sicuro censore e non si accorge di fare le bucce con la matita rossoblu allo scritto di un etrusco in carne ed ossa, professore scriba del IV -III secolo a.C! Addirittura con l'asserzione perentoria che quel prodotto è un pasticcio inverosimile (monstrum), che non può fregare nessuno!
  Ma vada per il serpente, per l'oggetto in sé, davvero difficile da individuare e da comprendere, soprattutto con il ricorso alle 'sberle'. E del resto dei dati epigrafici, squisitamente epigrafici, nonché paleografici, anche quelli macroscopici? E della cosiddetta 'puntuazione' (19)? Non se ne parla? Anch'essa davvero 'mostruosa', essendo quasi inesistente e limitata a due soli 'miseri' punti rispetto alla ricchezza di puntuazione (sempre costante con i punti di 'separazione' dei lessemi e anche tre di particolari periodi ) del disco plumbeo di Magliano? Un altro indizio della scarsa familiarità del falsario con l'etrusco? Ancora un segno di approssimativa scopiazzatura? Una certa bravura ma condizionata dalla trascuratezza e dalla fretta nel riprodurre?
  No, non è così che funziona. Non funziona di certo procedendo ora con il ricorso al silenzio su alcuni dati ora con le 'grida' isteriche su altri. Perché il testo nell'analisi epigrafica va rispettato il più possibile,soprattutto quando entrano in gioco caratteristiche salienti, importantissime (anche perché non del tutto chiarite, come si sa) della scrittura etrusca. Niente, ma proprio niente va trascurato e preso sottogamba.
  Ogni dettaglio è importante, tanto più se si tratta, come in questo caso, di dare giudizi di estrema responsabilità (perché penalmente molto rilevanti) di falsità o non su un certo documento. Perché dunque quella puntuazione così parca rispetto al presunto originale? Perché quei due soli punti (v. figg. 13 e 13 bis) che isolano una precisa sequenza alfabetica che rende la voce CEPEN?

                                  
                                                   Fig. 13                                          Fig.13 bis

  Si potrebbe continuare con il sospetto più duro e con le sberle asserendo che il falsario ha ancora copiato e/ o ricopiato, più o meno fedelmente, solo quella piccola parte del dischetto (anche nel disco di Magliano i due punti separano la voce) e che abbia trascurato, per pigrizia o per altro, tutti gli altri segni di interpunzione.
Cosa questa davvero difficile da sostenere e da provare. Anche perché molto più valida è la considerazione che quella particolare puntuazione sia dovuta a ben altro, a qualcosa di specifico e di attinente la scrittura etrusca; cioè al fatto che lo scriba in maniera consapevole (ricreando il testo con 'gusto' personale) ha isolato quella voce rispetto a tutte le altre presenti nel nuovo dimidiato serpente.
  E se la ha isolata e in qualche modo enfatizzata con quella vera e propria 'sottolineatura', vorrà dire che essa è molto importante, forse la più importante non solo del minuscolo dischetto ma verosimilmente anche del disco più grande. Pertanto c'è da chiedersi, cercando e tentando ogni via possibile per capirlo, cosa significa in etrusco la voce CEPEN. Noi ce lo siamo chiesto e richiesto, ci abbiamo lavorato a lungo su e diamo ora la nostra prudente risposta; anche se si è ben consapevoli che con il lessico etrusco, stante l'incertezza quasi totale sulla lingua, si maneggia sempre dinamite e le probabilità di prendere fischi per fiaschi sono sempre altissime, come sanno bene tutti i 'traduttori' o meglio 'gli interpreti', in genere molto cauti (20), della lingua etrusca.
  Una risposta che ci pare di poter offrire con notevoli margini di sicurezza dal momento che sia il contesto (dato soprattutto dalla comprensione 'oggettiva' di che cosa è il supporto) sia quel che si sa con certezza di lessico sintatticamente vicino alla sequenza CEPEN, ci consentono per fortuna, per evidente accostamento organico, di agevolare la comprensione della voce.
  Ora, dalle nostre conoscenze non possiamo dire se la parola CEPEN, riportata in questo o in altro modo, significhi veramente 'serpente', ma sappiamo bene però che la sequenza vocalico-consonantica che precede il CEPEN, e cioè ECA, è molto nota e ormai del tutto acquisita alla grammatica e al vocabolario etrusco (21).
  Infatti, ECA altro non è che il pronome dimostrativo (o meglio in questo caso 'indicativo') etrusco con valore di 'questo, questa', 'questo qui', 'questa qui'. Questo/a chi dunque? 'ECA CEPEN, sembrerebbe; cioè questo/a CEPEN di cui si parla, posto in risalto (in manifesta ed esclusiva puntuazione!) e disegnato pittograficamente come cerchio -serpente; 'questo qui' ovvero il simbolo della divinità della cui 'religio' evidentemente si tratta nel testo, opportunamente accorciato. Testo ovviamente dato dalla sequenza dei lessemi riportati.
  Eppure anche se il pronome indicativo offre un fortissimo indizio con il 'questo', 'questo qui', cioè il supposto serpente' in 'verbo' e in 'signo', cerchiamo di provarci e di indagare ancora, senza stancarci, dal momento che riteniamo che sia necessaria ancora qualche altra prova per dimostrare che la voce CEPEN ha quel significato e nessun altro (22). Un significato oltre al resto molto importante dal momento che basta leggere la letteratura per capire che il culto del serpente o del dio solare Tin è un culto presente in Etruria soprattutto nelle raffigurazioni tombali (23).

4. La città di Capena, il fiume Capenas e i Capenati. Il dolce natalizio di Capena.

  Riteniamo che come prova ulteriore ci venga in soccorso, per chiara via indiziaria, un dato molto importante dal punto di vista lessicale etimologico riguardante una città etrusca alle porte di Roma che si chiamava un tempo e si chiama ancora CAPENA. Il toponimo mostra di aver la stessa radice di CEPEN, anzi d'averla identica, in quanto è nota la tendenza dell'etrusco a porre la vocale 'E' al posto della 'A' e viceversa (24). Quindi poiché CAPEN o CEPEN non fanno foneticamente e linguisticamente alcuna differenza il nome di CAPENA potrebbe derivare proprio da quello del serpente; anche per il motivo che sia la città capoluogo sia il popolo dei Capenati prendevano anticamente il nome dal fiume Capenas . Infatti, non è certo azzardato sostenere un rapporto CEPEN/CAPEN serpente con CAPENAS fiume dal momento che dovette essere la particolare sinuosità del corso d'acqua a offrire l'origine del suo nome (v. fig. 14)


                                   
Fig.14. Il fiume Capenas

  Ma la prova comparativa etimologica tra CAPENA città, CAPEN fiume e CEPEN serpente, suggerita dalla sottolineatura tramite 'puntuazione' dal dischetto di Crocores viene, per nostra fortuna, rafforzata anche da un ulteriore dato, ovverosia da quello che offre un' antichissima ed originalissima tradizione dei Capenati e in particolare della città di Capena: l'uso di celebrare l'evento del solstizio d'inverno, cioè della nascita del sole (oggi evento del Natale ), con la produzione popolare di particolarissimi dolci (v. figg. 15 -16 -17 e 17 bis) in forma di serpente (talvolta di grossi serpenti).
  Oggi i dolci si chiamano 'serpentoni' (nome più recente dovuto certamente al prevalere della parola latina una volta che le città dell' Etruria persa l'indipendenza perse anche la sua vitalità linguistica), ma anticamente il loro nome doveva essere quello etrusco di CAPEN(A)TONI o CAPIN(A)TONI (25). Questo perché i dolci in forma di serpente (o di grossa anguilla) di Capena costituivano, in età precristiana (forse sin dall'età del I Ferro), un doveroso omaggio simbolico, di altissimo valore religioso, al dio solare TIN, grande 'apa' (padre) CEPEN, il cui culto doveva essere celebrato particolarmente a Capena.

                                         
Fig. 15                             Fig.16
                                          
                     Fig. 17 e 17 bis : Il capitone

5. Serpenti di Allai, serpenti nuragici e la 'religio' nuragica del dio 'el yhh serpente.

  Il serpente o CEPEN di Crocores di Bidonì e il serpentone o CEPEN/CAPINTONE di Heba di Magliano
si inquadrano dunque nel culto antichissimo (26) del serpente; culto che, guarda caso, si trova particolarmente attestato nei siti archeologici nuragici di Pranu Margiani di Allai e presso la cosiddetta 'capanna del sacerdote', in un curioso avvallamento, con parete a strapiombo, di fronte al Nuraghe Nabrones, dove si trova scavato nella roccia un enorme serpente.
  Cosa questa che non desta meraviglia, perché il culto del serpente, come si è potuto appurare da tanti documenti scritti 'nuragici' (v. ad esempio figg. 18 -19 -20 -21 -22 -23 -24 -25 -26 -27 -28) , non era solo di Allai ma era diffuso in tutta la Sardegna nuragica sin dall'età del bronzo recente, se non da prima, come simbolo del dio solare cananaico 'el yhh (27).

                
Fig. 18                                    Fig. 19                                 Fig. 20

Fig. 21                                              Fig. 22                                              Fig. 23


       
Fig. 24                                             Fig. 25                                              Fig. 26


                                 
Fig. 27                                              Fig. 28

6. Ricapitolando (con qualche considerazione finale sulla 'letteratura cultuale' delle scuole scribali etrusche) 

 Quindi, ricapitolando, possiamo dire che il dischetto di Crocores mostra chiaramente, al di là di ogni ragionevole dubbio, d'essere un oggetto autentico, con ogni probabilità legato al culto religioso, con riferimento simbolico oltre che al serpente al 'cerchio' (lo stesso dischetto, il supporto), ovvero al disco luminoso solare-lunare del dio androgino etrusco, padre e madre (apa atic) assieme, Tin-Uni.
  Rispetto al serpentone di Magliano vuole essere deliberatamente un serpente più piccolo, un serpentello con cinque (28) spire invece di sei e, naturalmente, con lessico opportunamente ridotto rispetto a quello della formula (d'invocazione o/e di augurio, o di protezione contro il negativo, ecc.) più estesa e più completa.
  Non è detto però, data la odierna autorevole testimonianza di Crocores di Bidonì, che di serpenti scritti in forma di disco (solare), a 'ciambella' , con linee a spirale, non ne esistessero anche degli altri. Niente autorizza ad escluderlo. Anzi. Potrebbe darsi che l'archetipo, considerato anche il materiale scrittorio scadente (piombo) del 'disco' di Magliano, fosse un altro ancora: un oggetto di metallo più pregiato (bronzo) o di pietra dura di un santuario capenate diventato in qualche modo famoso; tempio dal quale potrebbero aver attinto entrambi i manufatti sia di Crocores che di Heba. E chissà quanti altri dischi e dischetti con serpentoni e serpentelli.
  Inoltre è' più che lecito ipotizzare che nelle scuole scribali etrusche, sorte e prosperanti nei santuari dell'Etruria o della Sardegna, fossero presenti più oggetti scritti attinenti il culto; oggetti non necessariamente originali ma copie e/o rifacimenti più o meno fedeli di altri, da usare, tra l'altro, come modelli per le esercitazioni degli apprendisti scribi; costretti questi ad imparare e a conoscere non solo gli alfabeti dai diversi alfabetari (29), non solo molti esempi di scrittura da particolari 'exempla' testuali (riportati su cocci, su
pelli, su legno o su altro materiale) ma anche e soprattutto una 'letteratura' formulare religiosa templare molto nota e quasi d'obbligo, riguardante il culto di questo o quel dio e in particolare quello soli-lunare di Tin/Uni.
Tanto più poi se quella 'letteratura' risultava utile in quanto si adattava sincretisticamente al culto di divinità di popolazioni di territori differenti e permetteva, con tutte le conseguenze immaginabili (soprattutto sul piano economico), l'allargamento della base dei credenti e dei devoti.
  L'esempio più eclatante di questa letteratura' religioso - cultuale ricopiata e presente nei luoghi di culto lo abbiamo nel documento etrusco più famoso perché il più esteso dal punto di vista lessicale e cioè nel cosiddetto 'liber linteus', nelle bende della cosiddetta Mummia di Zagabria (30) rinvenute addirittura in Egitto. Quelle bende scritte in etrusco riportano, come ben sanno gli studiosi, un linguaggio ripetitivo o formulare di un testo archetipo di qualche santuario nonché scuola scribale etrusca; ripetitività e formularità così estese e pronunciate che praticamente riducono la ricchezza e la varietà delle voci ad un terzo circa del totale. Quindi le bende egizio-etrusche custodite nel museo di Zagabria altro non sono, ovviamente in formato letterario più esteso, se non quella 'copiatura' di scuola religiosa che il dischetto di Crocores attua rispetto al cosiddetto disco di Heba di Magliano di Grosseto o, con maggior probabilità, rispetto ad un altro disco ancora.
  In questo scenario riteniamo che si comprendano molto bene quelle che sono state giudicate, avventatamente e frettolosamente, più o meno infelici o infelicissime 'imitazioni' di falsari: come si riproduceva la forma e una parte del lessico formulare del disco - serpente di Heba di Magliano (o di qualche altro prototipo), così si riproducevano in sede scribale nelle scuole etrusche e, ovviamente anche in quella sarda ed etrusca di Crocores di Bidonì, parti del lessico formulare del fegato di Piacenza; lasciando ora intatto il testo di partenza ora modificandolo, riportandone dei brani, a seconda della volontà o della capacità di 'variatio' letteraria ed epigrafica dello scriba o dell'apprendista scriba.
  Infatti, abbiamo già fatto presente (31) nell'esame di Crocores 6 che il testo (v. figg 29 -30) è certamente preso dal settore delle caselle del Fegato di Piacenza ma abbiamo spiegato che quel testo, riferentesi alla 'religio' di Tin e di Uni (ancora e sempre quella!), è stato in parte modificato (anche dal punto di vista lessicale -grammaticale con evidente variazione dell'imperativo (32) di ispirazione greca) per esigenze di carattere numerologico (la presenza del numero 3 e del numero 9, fondamentali perché simboli affatto trascurabili (33) della divinità androgina etrusca).
  In altre parole, i documenti di Bidonì e di Allai (Crocores e Nabrones) sono sicuramente delle parti ricopiate da altri documenti; ricopiate o riprese non certo da falsari ma da etruschi in carne ed ossa che riprendevano modificandola, dove più e dove meno, la 'letteratura' religiosa, i 'sacri testi' noti e canonici riguardanti la divinità e il suo culto; letteratura esistente non in un solo santuario ma certamente in più santuari tra di loro collegati.
                                       
Fig. 29                                         Fig. 30

  Ne consegue che sia nel caso del dischetto di Crocores sia in quello di Crocores 6 (e naturalmente anche negli altri documenti accusati di falso) si constata solo organicità, una ripresa cosciente e non una scopiazzatura dei presunti originali. Infatti, dall'attenta analisi epigrafica e contenutistica, essi si dimostrano essere ben altra cosa rispetto ai modelli e contraddicono clamorosamente quanto supposto dalla 'scienza' supponente, frettolosa e ingenuamente troppo sicura di sé (v. fig. 34) *.
  I due documenti di Crocores (e tutti gli altri) si dimostrano quindi importantissimi non solo perché, come abbiamo già fatto osservare in più circostanze (34), tendono a far notevole luce, a dare una prospettiva nuova sul versante specifico della scrittura e della lingua, ma anche su quello della 'religio' etrusca. Luce sulla coppia TIN/UNI, Padre -Madre, Sole -luna: decisamente la più importante rispetto a tutte le altre divinità.
  Infatti, senza l'individuazione del serpentello di Crocores era assai difficile comprendere non solo la simbologia dell'oggetto, il perché di quella forma circolare a spirale e a ciambella , ma ancora più difficile, senza l'individuazione di una particolare 'puntuazione', tesa alla sottolineatura di una singola parola, l'argomento e il soggetto per il quale quel particolare oggetto, piccolo o grande che fosse, era stato concepito.
  L'etrusco di Bidonì, ritenuto assurdamente falso, è invece inopinatamente quello che, con la sua chiarezza di
simboli di natura pittografica e lineare, ci spiega l'etrusco autentico e non soggetto a sospetti di sorta; ma un etrusco ritenuto per lungo tempo oscuro e indecifrabile o, al più, parzialmente decifrabile.

7. Tipologia delle lettere etrusche, andamento delle spire e sbarrette dei due documenti

  Naturalmente ci sarebbe ora da fare l'operazione in genere ritenuta la più importante dal punto di vista della norma e della scienza epigrafica: analizzare cioè una per una ogni lettera del dischetto, esaminarne la tipologia (35) e la collocazione nelle spire, osservare attentamente il tracciato di queste rispetto al presunto originale.
  Essendo però già più che sufficiente, a nostro parere, quello che sul dischetto si è capito e si è detto, basti il riporto sintetico, in parallelo sinottico con tabella, di tutte le lettere presenti nel supporto circolare e nella parte interessata 'accorciata ' (v. fig. 31) di quello di Heba di Magliano. Così come si riportano in tabella il diverso movimento delle spire concernente le due spirali (v. figg. 32 - 33).
  Lasciamo pertanto ai volenterosi (anche ai non specialisti) notare le differenze (le vistose differenze), le quali, in quanto tali, dati i presupposti, non vanno ascritte alla mano di uno che copia senza capire o capire poco di un certo modello, ma alla mano di chi forse neanche 'copia' perché sa a memoria il contenuto di certi testi, ricorda bene e bene sa scrivere l'etrusco, con una sua specifica grafia. Una grafia certo del suo tempo ovvero 'datata' ma 'tutta' sua.
  La grafia autentica di uno scriba (maestro o alunno che sia) di una scuola scribale etrusca (e forse nuragico - etrusca) della Sardegna del IV - III secolo a.C. Come lasciamo ai volenterosi notare la mancanza di tre lettere (i, u, θ) rispetto al presunto originale e la modifica di due successive, segno evidente della lieve correzione apportata al testo 'letterario', con ogni probabilità, in seguito alla 'sottolineatura' con puntuazione della voce CEPEN.
                                                   
Fig. 31
                                       
Fig.32                                          Fig.33

  

   Essendo stato riportato negativamente (molto negativamente) il parere dell'esperto etruscologo prof. Rendeli sulla falsità o non del dischetto di Crocores, per motivi di doverosa correttezza, dovendo ognuno farsi un parere il più chiaro possibile su quanto effettivamente affermato da altri, riportiamo (così come sempre in altre occasioni riguardanti pareri diversi o totalmente diversi dal nostro sul piano ermeneutico), l'intero brano in fotocopia del rapporto peritale inviato dallo studioso alla Sovrintendenza di Sassari; rapporto oggi agli atti del processo penale in corso nei confronti del rag. Armando Saba.
                     

Fig.34

Note e riferimenti bibliografici

1) Si pensi soltanto, per restare sul piano della lingua e della scrittura etrusca, alla 'quaestio' circa la serie numerale in etrusco ritenuta, a secondo della interpretazione ricavabile dai famosi dadi di Tuscania, ora attinente in qualche modo alla numerazione indoeuropea ora a lingue preindoeuropee. Sulla stessa sequenza i pareri sono discordi e, praticamente, si concorda solo sul numero tre (ci). Cf. K. Olzscha, Etruskische thu "eins" und indogermanisch *du-oo "zwei"; in «Indogermanische Forschungen», 73 (1968); M. Pallottino, Etruscologia, 1984; G. Bonfante, Lingua e cultura degli Etruschi, 1985; M. Cristofani, Introduzione allo studio dell'etrusco, OLSCHKI 1991; A. Morandi, Nuovi lineamenti di lingua etrusca, 1991; M. Pittau, La lingua etrusca, Insula 1997; A.J. Pfiffig , Die Eruskische Sprache, 1998;
2) V. G. Sanna, Gli Etruschi nella Sardegna centrale tra il VI e il II secolo a.C (estratto della relazione tecnico -scientifica per il Comune di Allai) ; in Paraulas, Rivista di economia, storia, lingua e cultura sarda diretta da F, Pilloni, Anno X, n.30, pp. 3 -11.
3) G. Sanna, Falsi di Allai. Crocores 6 un documento fasullo? Davvero davvero? In Gianfranco Pintore Blogspot.com (9 gennaio 2011); idem, Crocores 2 di Bidonì. Etruschissimo. Purché non capovolto, in Gianfrancopintore. Blogspot.com (15 febbraio 2011).
4) V. testo della relazione alla fig. 32.
5) ...l'autore del nostro testo si è limitato a tranciare in maniera più o meno 'allegra' la penultima spira creando in questa maniera una sorta di 'monstrum' epigrafico ( v. ancora testo della relazione alla fig. 34)
6) Il numero 'cinque' , così come il numero 'tre' e il numero 'dodici', e non è senza importanza nella scrittura religiosa dei santuari etruschi. Sono questi gli stessi numeri, con valori 'logografici', presemti e abbondantemente documentati nella scrittura nuragica. V. G.Sanna, Scrittura nuragica: gli Etruschi allievi dei sardi; in Monti Prama, Rivista semestrale di cultura di Quaderni Oristanesi, n° 63, Giugno 2012, 3 -30.
7) La perfetta 'progressione', con la parziale cancellazione delle lettere, fa capire che la parte terminale del serpente (della 'spirale') ha subito una lenta ma costante azione erosiva dell'acqua corrente nel letto del fiume (poi divenuto lago).
8) G.Sanna, Scrittura nuragica, cit. , pp. 12 - 17.
9) Detta sequenza è AM. AR per il disco di Magliano (con segno d'interpunzione). Mentre è AMAR (senza segno d'interpunzione) in Crocores 6. Si veda per la lettura AM AR finale del disco di Magliano anche la relazione Rendeli (v. fig 34).
10) Il grafema è ascrivibile al periodo cosiddetto 'tardo' dell'alfabeto etrusco, ovvero al IV -III secolo a.C.
11) Il 'lusus' scribale per realizzare a rebus dei pittogrammi attraverso le lettere alfabetiche o, viceversa, delle lettere alfabetiche attraverso pittogrammi è ugualmente della scrittura nuragica. Numerosi esempi di ciò si trovano nei sigilli cerimoniali regali di Tzricotu di Cabras dove, ad es. la testa di un antropomorfo è riportata attraverso una lettera ugaritica (gamla) o la lettera yod è criptata attraverso il 'sesso' o le 'narici' della protome taurina disarticolata ( V. G. Sanna, Sardôa Grammata, 'ag 'ab sa'an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, 2004, 4, pp. 85 - 179).
12) Il particolare è ben visibile nell' originale. Qualche riproduzione che circola anche in 'internet' è da considerare con molta prudenza, non solo per una certa approssimazione nel riporto dei caratteri etruschi ma anche delle stesse spire del serpente. Il 'testo' che consigliamo, per la parte che ci interessa, è quello riportato nell'articolo di F. Roncalli (v. più avanti alla nota 15.)
13) Praticamente risultano quasi mancanti 2/3 cm della circonferenza del dischetto e stando almeno alla quantità di lettere della quarta spira mancano all'appello 4 o 5 segni.
14) V. la lettera di donazione di Armando Saba al Sindaco e al Comune di Allai ( Paraulas, cit. p. 13).
15) V. F. Roncalli, Etruschi, le parole; in FMR (mensile di F. M. Ricci), Novembre 1985, p. 33 e pp. 129 - 136; L. Storoni, Etruria capta, ibid., pp. 138 - 143.
16) In tutto 51 lettere alfabetiche e 12 segni d'interpunzione.
17) Per il dio solare Tin sposo di Uni e la religione etrusca si veda M. Torelli, Archeologia in Etruria Meridionale, 2006, pagg. 249 - 286. Tin e Uni corrispondono alle divinità romane Giove e Giunone. Il loro culto era conosciuto in Sardegna, sincretisticamente rielaborato e unito alla divinità nuragica androgina yh, come dimostrano le iscrizioni del Nuraghe Rampinu di Orosei e la lastra mortuaria di Giorre Utu Urridu di Allai. Cf. G. Sanna, Gli Etruschi di Rampinu, nella costa di Orosei; in Gianfrancopintore. blogspot. com (6 Ottobre 2009); idem, Scrittura nuragica: gli Etruschi allievi dei Sardi (I); in gianfrancopintore.blogspot.com (14 giugno 2012); idem, Scrittura nuragica: gli Etruschi allievi dei Sardi (II); in gianfrancopintore.blogspot.com ( 15 Giugno 2012). Ora in Monti Prama, Rivista semestrale di cultura di Quaderni Oristanesi, 2012, n° 63, pp. 3 -30.
18) V. relazione Rendeli alla fig. 34.
19) V. M. Cristofani, Introduzione allo studio dell'etrusco, cit. p. 28.
20) Sulla saggia preferenza data al termine 'interpretazione' piuttosto che 'traduzione' per la lettura dei brani di lingua etrusca si veda ancora Cristofani, Introduzione ecc., cit., IV, Testi, pp. 107 -151.
21) V. M. Cristofani, Introduzione ecc., cit. II, pp. 72 -73; M. Pittau, La lingua etrusca, cit. pp. 101 -103.
22) M. Pittau in La lingua etrusca cit., Lessico, pp. 180 -181 riporta la voce CEPEN con significato di 'sacerdote' rapportandola alla radice del latino 'cupencus' (!?). Inoltre ritiene, sulla base della lettura della 'tabula capuana', che debba trattarsi della variante fonetica CIPEN ugualmente con significato di 'sacerdote'. Risulta evidente, da ciò che si è detto e che ancora si dirà, che la parola etrusca non può avere quel supposto valore.
23) G. Sanna, Monti Prama ecc. cit. pp. 14 - 17.
24) M. Cristofani, Introduzione ecc. cit. p. 41; M. Pittau, La lingua etrusca, cit. p. 45.
25) Da cui l'italiano 'capitone', voce che solitamente si fa risalire al lat. ' caput, capitis' perché l'anguilla avrebbe la... testa grossa. Ognuno può vedere che il capitone è un 'grossa anguilla' ma non con la testa 'grossa' in quanto proporzionata (come quella di tutte le anguille). E' evidente che la voce 'CAPENTONE/ CAPINTONE' (si ricordi lo scambio frequentissimo nell'etrusco tra 'E' ed 'I)', per esito fonetico del tutto normale ( caduta della nasale davanti alla dentale), è diventata ' capitone': CAPENTONE / CAPINTONE > CAPITONE.
26) Il culto del serpente ha origine forse nella religione caldea o in quella egiziana. Gli egittologi sanno bene che la parola egiziana 'it' (padre) è seguita da un serpentello 'cerasta' cornuto come determinativo. Esso significa 'padre', così come la stessa parola ' it', perché il simbolo delle creatore del mondo, del 'padre' del mondo (e in seguito solo quello comune di 'padre'), era il serpente. Quindi chiunque fosse ' 'padre' era anche 'serpente' ( V. C. Jacq, Il segreto dei geroglifici, 1995, pp. 125 -126). Per la simbologia del serpente come principio e vita del mondo si vedano J. Chevalier - A. Gheerbrant , Dictionnaire des Symboles, Mythes , Rȇves, coutumes , gestes, formes, figures, couleurs, nombres, Laffont ed. 1982, pp. 867 - 878.
27) G. Sanna, La pietra nuragica di Losa. Tre simboli e un universo concettuale; in gianfrancopintore. blogspot.com (29 novembre 2009); idem, Serpentelli di tutti i nuraghi unitevi!; in giangrancopintore.blogspot.com (16 gennaio 2010).
28) V. nota 6.
29) Due di questi non completi, in pezzi di ceramica 'rossa' di chiara tipologia etrusca, sono stati rinvenuti dal rag.Armando Saba nel letto del fiume Tirso durante il periodo in cui il Lago Omodeo era in secca (v. Paraulas, Rivista di economia, storia, lingua e cultura sarda , cit. pp. 3 - 11 e 13 - 14).
30) J. Krall, Die etruskischen Mumienbinden des Agramer National-museums. Wien 1892; K. Olzscha, Interpretation der Agramer Mumienbinden; idem, Die Kalendardaten der Agramer Mumienbinden; in Aegyptus 39 1959 pp. 340 segg.; in Klio Beiheft 40 Leipzig 1939; A.A.J. Pfiffig, Studien zu den Agramer Mumienbinden; in Denkschriften der Österreiches Akademie der Wissenshaften, philosophische-historische Klasse Bd. 81 Österreichische Akademie der Wissenschaften, Wien 1963; .F. Roncalli, Etruschi, le parole, cit. p. 134 e fig. p. 135; M. Pittau, La lingua etrusca, cit. p. 33; L. B. van der Meer, Liber linteus zagrabiensis. The Linen Book of Zagreb. A Comment on the Longest Etruscan Text. Louvain/Dudley, MA 2007; F. C. Woudhuizen, Ritual prescriptions in the Etruscan Liber linteus, Res Antiquae 5 Bruxelles 2008 p. 281- 296.
31) V. Sanna G., Falsi di Allai. Crocores 6 un documento fasullo? Davvero davvero? cit.
32) TISaq (imperativo aoristo primo 2a pers. plurale del verbo tίnw)al posto di TINeT( imperativo presente).
33) Per rendersene conto basta solo osservare la simbologia numerica del tre e del nove, attuata con l'uso delle mani, nel famoso 'sarcofago degli sposi' di Cerveteri (di cui si parlerà in un altro articolo).
34) V. Sanna G., Crocores 2 di Bidonì. Etruschissimo. Purchè non capovolto!; in gianfrancopintoreblogspot.com (15 febbraio 2011).