mercoledì 27 marzo 2013

De fusarola ed altre questioni

di Francesco Masia

Un simpatico enigma di Francesco Masia
Cara Aba, capisco la tigna con cui sei tornata sul post del 19 Marzo (Foto del giorno) con ripetuti commenti; e immagino anche che ti sia infine trattenuta. Forse, per esempio, avresti voluto sottolineare ancor meglio questo aspetto che emerge dai vari passaggi: il Prof. Pittau che conosceva già l’effettiva esistenza di fusarole antiche con segni evidenti e certi di scrittura (come lui stesso precisa alle Dottoresse Imperatori e Piermarini; sia lodato l’equivoco) sarebbe lo stesso Prof. Pittau che avrebbe detto (tu ci dici)  “ma in una fusarola non si cerchi alcuna iscrizione”. E se però, anche a non volerla cercare (tu dici), la si trova? Allora, in Sardegna, è una presa in giro. Peggio: non solo non si tratta qui (come invece spesso altrove, nelle consuete repliche) di scritture di epoche e da culture successive, ma non  sarebbero nemmeno lettere antiche fatte sapientemente per ingannare qualche esperto; si tratterebbe appena di “ghirigori che solamente chi non ha mai fatto studi seri di epigrafia può definire ‘lettere di scrittura nuragica’.

Quindi vuol dirsi che chi crede di vedere e interpretare scrittura nuragica (per dire: Gigi Sanna) è capace di eleggere ad antico alfabeto qualsiasi sorta di ghirigoro partorito da uno scavatore in vena di prendere in giro i posteri allocchi; con l’aggravante che il Sanna non solo ci vede segni alfabetici, ma addirittura ci ricama sopra sintassi, numerologie, religioni persino. Ho già scritto che spesso le interpretazioni di Gigi possono inquietarci finché non ce le spiega, come sa, e ci convince (si vedano le sue analisi sul dischetto lapideo di Allai, che dovrebbero valere il proscioglimento di Armando Saba –anche se i suoi avvocati faranno bene a puntare sul fatto che lui l’ha solo trovato … e se saltasse fuori uno che dica di aver avuto tra le mani quel curioso dischetto e di averlo quindi rigettato dov’era, senza coglierne l’eventuale importanza?). Questa sua abilità (frutto di doti naturali, affinate, e di conoscenze) lo colloca, mi sembra, così avanti a tutti da poterlo accostare a un Lance Armstrong (riportandoci, nel gioco, al 2005) che vince come nessun altro 7 Tour de France. Quando per esempio, era il 23 Febbraio, vede davanti alla foto della tomba di Is Gannaus di Giba postata da Romina i significati che lo portano a scrivere “sono un folle se vi dico che prima della scrittura nuragica semitica viene quella indoeuropea della cosiddetta cultura di Ozieri?”, non è chilometri avanti a tutti? E non è normale che questo distacco in qualche modo inquieti e, specie nell’accademia, crei riserve (non semplicemente legate all’invidia) necessariamente da verificare con un passo che non potrà essere quello di Gigi e del blog? Con Armstrong è finita come è finita, ma questo non vuol dire che il prossimo campione che riuscisse mai a vincere 7 Tour de France dovrà essere automaticamente squalificato e spogliato dei suoi titoli.
Spero di mostrare e mantenere il doveroso rispetto per il Prof. Pittau (per lo spessore della sua storia e del suo lavoro, prima che per i suoi anni), anche se non comunica con il blog di Aba (peccato davvero) e anche se mi è dispiaciuto vederlo a Sassari nell’aula magna di Medicina davanti a Gigi Sanna, tra tutti gli studenti del Liceo Azuni, e non sentire un suo intervento con cui almeno, per coerenza col suo pensiero e il suo ruolo (con le sue responsabilità), avvisasse  quegli studenti del fatto che lui (mica un Pinco Pallino qualsiasi) aveva molte riserve su quanto veniva loro ammannito. È stata, quella, un’occasione di confronto persa, come un’altra ho dolorosamente avvertito lunedì scorso quando i Professori Zucca e Lupinu (e Mastino e Maninchedda) hanno crocefisso Gigi Sanna senza che nessuno, neanche tra i testimoni di Gigi, obiettasse alcunché (ho scritto ad Aba quanto mi sia sentito a disagio per non essermi mosso neanche io a chiedere almeno al Zucca dove fosse la E di Sextus Nipius, in quei 5 secondi lasciati al pubblico per eventuali domande prima di passare ai saluti, quando pure temevo che dalla mia incompetenza ed estraneità in quel consesso potesse derivare un potenziale danno alla parte di cui sarei voluto essere avvocato).
Gli anni passano e mi calza ancora la critica di essere  troppo naÏf, troppo ingenuo: evidentemente quella nell’aula magna di Medicina e quella di lunedì a Lettere non erano ancora le occasioni opportune per un confronto, erano solo tappe che vi ci porteranno, un giorno. Sarà!
La rotella dal nuraghe Palmaveraa colori invertiti.
Museo Sanna di Sassari, 
inv. n. 2471/618,  vetrina 26
Avrete presente la storia del matematico John Nash (il film A beautiful mind), esempio di una mente straordinaria, dotata oltre misura, che però poteva rischiare di perdere il contatto con la realtà e in perfetta buona fede trovare, sempre in virtù delle sue innegabili e non comuni capacità, messaggi in codici segreti incrociando per esempio pagine su pagine di svariati giornali e riviste e le loro serie nel tempo: poteva così leggere codici dove non ce n’erano (di intenzionali), che esprimevano messaggi con un loro senso, il cui fondamento logico Nash sarebbe stato probabilmente in grado di spiegare a un matematico capace quanto lui.
Ora mi sembra che (quando addirittura non gli diano del falsario) a Gigi Sanna stiano dicendo questo: che ha magari, sì, una spiccata dote per codici e sintassi, ma ha poggiato le fondamenta della “sua” lingua su segni che nelle loro originarie intenzioni erano altro (quando non siano falsi). Facile, possono pensare, attribuire a supposti scribi nuragici (organizzati in scuole religiose di scrittura, dove gli allievi si esercitavano a copiare di tutto) la competenza nell’uso di pressoché tutti gli alfabeti di quei secoli (così pressoché tutto, anche quanto si direbbe un falso o una falsa copia, potrà dirsi scritto qui dai sardi, compreso molto di quanto si trova fuori dalla Sardegna), facile attribuire loro la paternità dell’Etrusco (così quanto c’è di Etrusco diviene le lezioni da cui quelli hanno imparato), facile assumere che polisemia, agglutinamenti, lettura varia, tutto valga a dare un senso creativo (così si può decifrare ogni insieme di segni ad avvicinare quel che si desidera, se si è bravi). Risultato: ancora oggi, dopo ormai numerosi e accurati saggi interpretativi di Gigi Sanna su un numero ormai importante di reperti, nell’accademia pure un dichiarato avversario della feniciomania qual è il Prof. Pittau resiste ad abbracciare la tesi di una scrittura nuragica (anche di fronte alle garbate e perlomeno degnate insistenze, nel merito, di Francu Pilloni). E a nulla valgono, evidentemente, nemmeno i salti che tutti facciamo quando, per esempio, tra i commenti a un post salta fuori (e non da Gigi Sanna) che quel bronzetto mai visto prima, pubblicato nel recente libro da G. Ugas, più che un assiso sulla capanna delle riunioni sembra proprio un lecito rimando alla Pizia che sedeva sull’epithema che stava sul paiolo poggiato sul tripode, la Pizia del Lossia Cacciatore; o i salti quando tanti scarabei o lo stesso segno del pugnale sardo ci riportano a legami antichissimi con l’Egitto delle prime dinastie, con i suoi culti e la sua scrittura.
Non so quanti tra le stesse “colonne” del blog e quanti tra i suoi frequentatori si riconoscano l’autorevolezza (o almeno la fondata convinzione), oltre un qualche spirito di fazione, per dire che Gigi Sanna ha ragione e gli altri hanno torto, in assoluto. Io, per conto mio, ricorrerei alla nota immagine: ho la paura (e insieme la speranza) che l’accademia stia rischiando di buttare, con l’acqua sporca (avranno pur ragione su qualcosa, tra tutti), il bambino (cioè gli indizi, forse le prove ad approfondirne l’esame, che almeno come le altre civiltà del tempo, senza trionfalismi, i sardi nel nuragico disponessero naturalmente anche della scrittura). Non si tratta, lo dirò anch’io dopo già molti, di accampare primogeniture; parafrasando, “ogni scarafona è bella ai figli suoi”, come Eleonora è grande anche con il labbro leporino, come saremmo normalmente fieri dei nostri antenati anche se sulle pelli invece di scrivere avessero solo rappresentato le nostre pecore (tralasciamo come sia così, peraltro, che nasce la scrittura …); e se qualche primogenitura o qualche ruolo principale venisse loro riconosciuto nella storia del Mediterraneo, l’effetto su noi (lontani) discendenti potrebbe essere tanto di tronfio orgoglio quanto di (ulteriore) abbattimento per antichi meriti di cui non saremmo stati (noi e i nostri antenati meno lontani) all’altezza (da quel punto, allora, occorrerebbe un ulteriore cammino per rivalutare quanto si può della nostra storia successiva; che è quanto meritoriamente molti già stimolano, come possiamo vedere fin nelle nostre edicole).
A me, certamente, piace accostare Gigi, più che a John Nash (e fuori dal ciclismo), a Bob  (Robert Owen) Evans (Sidney, 1937), pastore metodista e astrofilo, eccezionale scopritore dalla veranda della sua cucina (quindi con telescopi domestici) di supernove, grazie a uno straordinario talento visuo-percettivo-mnemonico (ne parla Oliver Sacks in Un antropologo su Marte, ma se ne può leggere anche su Breve storia di –quasi– tutto, di Bill Bryson). E avverto, se Gigi non è un John Nash, il rischio che comunque comportano per il suo benessere psichico (come per chiunque si trovasse al suo posto) le pressioni, i mancati riconoscimenti, le accuse, la frustrazione, fino ai dubbi che può capitargli di cogliere in quanti già gli avevano mostrato più credito. A un Prof. Zucca che accompagna il suo arbitrato (imparziale?) sul problema della scrittura nuragica con una varia casistica di falsi epigrafici nella storia (così, per creare un clima neutrale), si potrebbero opporre i casi alla Bob Evans; e le storie alla Heinrich Schliemann (e chi più ne conosce, più ne metta), con tutte le resistenze (legittime) e le supponenze (naturali, per quanto antipatiche) che hanno conosciuto (scopro che Schliemann è ancora ritenuto da qualcuno aver commissionato a un falsario, quando era già il famoso Schliemann, la maschera d’oro detta di Agamennone, ciò che ci lascia a meditare sui giudizi nella storia, come, volendo, su quali pulsioni potrebbero muovere le azioni di persone che pure giudicheremmo insospettabili). 

 Vorrei quindi (come, credo, tutti), oltre a occasioni di confronto diretto tra un Gigi adeguatamente assistito e le autorità che lo contestano, che laicamente (ingenuamente?) si procedesse a qualche esame obiettivo possibilmente cruciale.
Se, come ho capito, la fusaiola di Palmavera sarebbe (qualora venisse dimostrata oggetto allora scritto) una prova di scrittura inevitabilmente nuragica, non vale la pena concentrare le pressioni che dal blog possono esercitarsi per chiedere venga sottoposta ad esami fisici? O ci sono altri reperti il cui esame, se positivo, rappresenterebbe una prova migliore? Lunedì scorso, Gigi l’avrà sentito nella registrazione, la sfida che più apertamente gli lanciava quasi in modo personale il Prof. Mastino era sulle tavolette di Tzricotu (non ne ho letto tutta la storia e gli strascichi sul blog di Gianfranco Pintore, che torna a parlarcene nel post oggi riproposto da Aba; ho capito che vi sono legate polemiche aspre e che Aba tra gli altri non ha dubbi sulla loro autenticità; ma è possibile che tutti quelli lì schierati, tutti, abbiano torto marcio quando ancora queste tavolette non le mandano giù?). 
Non dovremmo insomma puntare decisamente su questo (concentrare le pressioni che dal blog possono esercitarsi per chiedere che reperti cruciali vengano sottoposti ad esami fisici), nella ricerca di un confronto e di verifiche a tutti (“negazionisti” e “possibilisti”) utili? Mi è stato spiegato, gentilmente, che il problema non sarebbero i soldi (che pure noi potremmo raccogliere con una più o meno ampia colletta): starebbe alla Sopraintendenza decidere per l’esame, non avrebbe che da scegliere un laboratorio di ricerca, perché tutti vi si impegnerebbero gratis per il prestigio della conseguente pubblicazione. Allora? Non sarebbe possibile investire efficacemente l’indagine su un certo reperto dell’importanza decisiva per illuminare il problema? Mi sembra chiaro che Aba per prima lo vorrebbe sopra ogni cosa, ma una petizione su questo non ha forse più possibilità di adesioni (nei confini dei negazionisti come dei possibilisti) e di risultato rispetto a quella tentata sulla sistemazione delle statue di Monte Prama? 

Il lungo intervento è finito (sottolineo che contiene infine una proposta) e mi scuso se aggiungo ancora qualche riga, ma è per onestà intellettuale, o meno pomposamente per sincerità, circa l’iniziativa del questionario sulle statue di Monte Prama. Giacché vi ho fatto riferimento e poiché so dell’amarezza suscitata anzitutto in Aba dalle scarse adesioni raccolte, devo denunciarmi quale non votante (o non rispondente) e vorrei spiegarne i motivi. Non ho risposto al questionario perché era essenzialmente lo spirito di adesione all’intuibile pensiero dominante nel blog che mi avrebbe fatto esprimere per “tutte a Cabras”, e questo non poteva bastarmi. Votare per “secondo il protocollo firmato” mi sembrava d’altronde da bastian contrario, se non da provocatore, e a fronte di questo disagio non ne sentivo la convinzione sufficiente. Ora che i giochi si sono chiusi mi è relativamente più facile confessare che la soluzione scelta nel protocollo non mi scandalizza e non mi spaventa (immaginando a Cabras l’integrazione con copie di quelle ospitate a Cagliari e viceversa): sarà tacciabile di un’ottica turistico-commerciale, ma saper fare turismo (e divulgazione), volgere in termini di positiva ricaduta economica il nostro patrimonio quando non lo stessimo danneggiando in assoluto (e tantomeno con soluzioni definitive che compromettano tutte le revisioni possibili), mi pare cosa buona, per cui non riesco a vedere mala fede e indegnità in chi ha lavorato a quella soluzione (magari mancanza di integralismo Culturale, o integralismo sub-regionale, questo sì). Sarà paradossale, ma è altrettanto vero che se questionario e petizione avessero avuto massima fortuna, fino pure ad ottenere di correggere le scelte già assunte, non mi sarebbe dispiaciuto: tra una Sardegna aperta a logiche turistico-commerciali non distruttrici (quando va bene) e una più attivamente aderente a logiche di rispetto integrale di ciascun territorio (conseguentemente anche più fiera e resistente a ideologie che sia attrezzata per imputare di malinteso modernismo) so che la prima vince in virtù di una adesione largamente passiva, mentre le adesioni alla seconda riflettono comunque più largamente il nostro patrimonio identitario. Quindi avrei preferito, in teoria, sostenere le mie idee o i miei dubbi davanti a una maggioranza di convinti identitari territoriali che mi accusassero di malinteso modernismo, piuttosto che sentirmi in una maggioranza per lo più passivamente costituita, portatrice di una complessiva scarsa identità, poco attrezzata in generale per resistere con l’uso della critica ad alcuna ideologia.


Ringrazio caldamente Francesco per questa sua lettera.  Per la comodità del lettore, riporto i brani, scritti da Massimo Pittau tra l' anno scorso e quest' anno, cui si fa riferimento nel testo (mio il grassetto, AB):  

"Contro questa fondamentale  norma di metodologia epigrafica, ho visto messo in giro una specie di  salsicciotto di creta, nel quale sarebbe scritto, in una scrittura sconosciuta,  il vocabolo “nuraghe”. Ma quale senso mai avrebbe una simile scritta in un  simile supporto? Si tratta invece di un evidente “falso archeologico” che  contiene una ugualmente “falsa iscrizione”. In maniera analoga, quale mai senso  avrebbe una iscrizione nella citata fusarola di Palmavera? Detto in altre  parole, in una stele funeraria si cerchi un necrologio, in un unguentario si  cerchi un omaggio a una donna, ma in un salsicciotto di creta e in una fusarola  non si cerchi alcuna iscrizione .M. Pittau, "I sardi nuragici e la scrittura", 07.11.2012, http://rinabrundu.com/2012/11/07/i-sardi-nuragici-e-la-scrittura/


Alle Dott.e Giuseppina Imperatori e Teresa Piermarini, autrici dell’opera «Lapis lapidis. Materiale e progetto per lo studio delle epigrafi romane», Ascoli Piceno 2008, Librati Editrice.
Gentili Dottoresse,
Le ringrazio vivamente per la segnalazione che mi hanno fatto della esistenza effettiva di fusarole antiche, che presentano segni evidenti e certi di scrittura. Alcune le conoscevo già. Però mi sento di poter precisare che nelle fusarole segnalate le varie lettere risultano del tutto chiare, incise profondamente e con cura nel supporto di terracotta.
Tutto al contrario la fusarola rinvenuta nel nuraghe di Sant’Imbenia di Alghero ed ora esposta nel Museo Archeologico di Sassari, presenta semplicemente dei ghirigori, lievissimamente incisi sulla crosta dell’oggetto. E si tratta di ghirigori che solamente chi non ha mai fatto studi seri di epigrafia può definire “lettere di scrittura nuragica”.
Rinunziando a un mio parere precedente, accetto quello espresso di recente dal collega epigrafista Raimondo Zucca: si tratta di un semplice lusus (che vuol dire “presa in giro”) effettuato da qualcuno degli scavatori del nuraghe di Alghero.
Saluti cordiali
Massimo
http://www.angelinotedde.com/2013/03/la-fusarola-di-alghero-di-massimo-pittau/
21.03.2013