lunedì 25 marzo 2013

I codici europei dell' età del Bronzo. 1: le Isole Lipari

[..]Nella ripercussione dell' influenza Old European ed egea sullo script delle isole Lipari, si rivela una dinamica che può essere paragonata a ciò che fu il contemporaneo sviluppo a Cipro. Sebbene i trend evolutivi siano molto più sparsi e frammentari nelle isole Lipari che nell' antica Cipro, si rivelano dei modelli simili di una fusione tra una fonte più antica (lo script Old European), un'influenza straniera contemporanea (scrittura lineare Egea), ed una innovazione locale.[..] (1)
       
Figura 1. Catalogo dei segni che ricorrono sulle ceramiche eoliane, ca. II metà del II millennio a.C. (2)
Figura 2. Gruppi di segni, associazioni e ricorrenze di segni in punti diversi di uno stesso vaso (2)

Quando sento affermare perentoriamente che nell' età del bronzo non esisteva nessun tipo di scrittura nel Mediterraneo occidentale e centrale, mi corre sempre la mente al lavoro di Luigi Bernabò Brea ed alle sue pubblicazioni sui segni grafici e contrassegni che lui stesso rinvenne alle isole Eolie precisamente nei villaggi dell' età del bronzo a Panarea e Lipari, su ceramica locale (2, Fig. 1 e Fig. 2). 
L' archeologo precisa che nel villaggio  di Panarea, abitato per un breve periodo, vi erano tre tipi di ceramiche: 1. ceramica di tipo locale, che costituisce la stragrande maggioranza; 2. pochi frammenti di ceramica italiana di tipo appenninico; 3. pochissimi (quattro) esemplari di ceramica micenea. Le sorprese si trovano nel tipo 1:  "Nelle ceramiche del villaggio, e precisamente non in quelle di importazione, appenniniche o micenee, ma in quelle della prima categoria, cioè di tipo indigeno, siciliano, compaiono sovente dei segni che per il loro carattere, per la posizione in cui si trovano, e talvolta per il tipo stesso dei vasi su cui ricorrono, non sembrano in alcun modo poter avere una funzione decorativa". 

More solito, sul sito del museo di Lipari troviamo scritto: "Di grande interesse la comparsa sulle ceramiche locali di contrassegni o marche di vasai, che trovano confronti nelle Cicladi e a Cipro, e talvolta riproducenti ideogrammi e segni grafici delle scritture lineari minoico-micenee". Per fortuna non partono in quarta con la precolonizzazione (di cui non vi sarebbe alcuna traccia) o con i Filistei, che ormai sono ubiquitari.
Fatto sta che sia Bernabò Brea che Haarmann avevano e hanno ben chiaro che riportare tutti i segni del cosiddetto Bronze age script of the Lipari Islands (1) alle scritture lineari dell'area egea, è una forzatura inaccettabile dal punto di vista epigrafico. Pur dicendo Haarman che "there is an obvious Aegean influence and some of the signs show a close resemblance to Linear A", gli appare evidente anche un' influenza dell' Old European script del neolitico danubiano; tuttavia si chiede come mai un sistema scrittorio (indecifrato) che si estinse nel corso del V millennio a.C., possa mostrare le sue tracce in uno script della metà del II millennio a.C. circa (1).

Quella che per qualche motivo non gli appare ovvio è la sconvolgente somiglianza di qualche segno, addirittura di una sequenza di 3 segni, con un sistema scrittorio contemporaneo, cioè il proto-sinaitico del II millennio a.C. (fig. 3).

Fig. 3

La sequenza di tre segni di Lip. 26, incisa sulla parete di un "rozzo, minuscolo vaso" (2) si trova pressochè identica sotto il viso di una statuetta di Hathor ritrovata al tempio delle miniere di turchese di Serabit el-Khadim (3); una sequenza letta, da tutti gli studiosi, come TNT. Per alcuni identifica la futura dea Tanit con Hathor, per altri significa semplicemente "dono" (3). Ma poco importa in questa sede, come si sa  l' alfabeto proto-sinaitico esprime una lingua ancora non decifrata, per la maggior parte. 
L' altro segno (a parte le solite e poco diagnostiche croci), è un segno composto, rinvenuto a Piano Quartara (Panarea) "Sull'ansa di una delle coppe a profilo carenato, che costituiscono una delle forme più comuni e caratteristiche di questa stazione" (2).
Questo segno a "scatolotto con dentro un segno a T" è uno tra quelli che non si possono facilmente concepire come derivati dai geroglifici egizi, perchè non ne esiste una controparte (4). Nel repertorio del proto-sinaitico è ad essere buoni un segno raro, se non unico. Lo vediamo sull' iscrizione 361, incisa su una roccia vicino alla miniera XII di Serabit el-Khadim (3a). 
Ciò nulla toglie, chiaramente, al concetto di "innovazione locale" di cui parla Haarmann: semmai aggiunge un legame in più al capitoletto influenza straniera contemporanea. Oppure, anzichè influenza, parallelismo. 

Cosa significhi tutto ciò va oltre gli scopi di questo brevissimo studio, ma io credo richieda almeno un riesame anche alla luce della recente discussione sui segni di scrittura diffusi in Sardegna in epoca nuragica (5). 

1. Haarmann, Harald,  Civilization and Literacy in Europe. An Inquiry into Cultural Continuity in the Mediterranean World, Series: Approaches to Semiotics [AS] 124, DE GRUYTER MOUTON, 1996. 
2. Luigi Bernabò Brea, Segni grafici e contrassegni sulle ceramiche dell'età del bronzo delle Isole Eolie, In Minos, 2 (1952), 5—28.
3. a. Romain F. Butin, 1932, The Protosinaitic Inscriptions The Harvard Theological Review, 25: 130-203; b. F.M. Cross, Canaanite Myth and Hebrew Epic: Essays in the History of the Religion of Israel. Cambridge: Harvard University Press, 1973
4. Orly Goldwasser, Canaanites Reading Hieroglyphs. Horus is Hathor? - The Invention of the Alphabet in Sinai, Egypt and the Levant 16, pp. 121–160, 2006
5.  R. Zucca, "Storiografia del problema della ‘scrittura nuragica’" in Bollettino di Studi Sardi, Anno V, numero 5, dicembre 2012