mercoledì 13 marzo 2013

Istantanea della resa di un Grillo

di Homo Neoliticus

È più semplice, almeno per me, catturare un grillo saltellante che comprendere un comunicato stampa.

La situazione che si è venuta a creare in Italia mi ha riportato alla mente la mia infanzia nel villaggio vicino al fiume, dove erano coltivati vigneti e frutteti, malignamente sorvegliati dai proprietari.

Eravamo in quattro amici a preparare l’assalto a quanto rimaneva del raccolto di un susino dai frutti tondi, gialli e grossi, quali non trovavano paragone in zona. La strategia era quella di farci una lunga nuotata nel fiume sino a che il sole non avesse accorciato le nostre ombre al massimo, segno del suo passaggio allo zenit. A quell’ora, di luglio avanzato, la campagna diventava un deserto perché, chi stava ancora mietendo si rifugiava sotto un albero, gli altri rientravano a casa, anche i pastori, a sonnecchiare sui letti e sulle stuoie.

Non ci accorgemmo che, dopo le misure delle ombre e la decisione di continuare il bagno per maggior prudenza, uno dei quattro, Venerio per la precisione, si scostò furtivamente e andò a trovare da solo il susino dei nostri sogni. Lo trovammo che aveva raccolto i frutti dei rami più bassi e ora, vedendoci arrivare, si era issato il più in alto possibile, col suo carico di susine tra pelle e camicia. Tullio gl’intimò di scendere per dividere il bottino, perché questi erano i patti. Giannetto raccolse dei ciottoli da terra e glieli mostrava.

“Aspettate! – dissi io che conoscevo l’ingordigia di Venerio, li feci avvicinare e parlai all’orecchio – Quello non scende perché è ingordo e ora ha paura. E se poi casca giù e si rompe il collo, daranno la colpa a noi”. Così ci sedemmo sotto l’albero tranquillamente. La mossa lo sorprese e non capì, ma dopo un paio di minuti in cui si ritrovò fuori dai nostri pensieri, ci chiese perché non andassimo via.

“Ah, noi andiamo via di corsa, ma solo quando vediamo il padrone sbucare dal fiume. Tu te la vedrai da solo con lui”. Allora i padroni delle vigne e dei frutteti non sapevano nulla di telefoni azzurri. Anzi non sapevano nulla di telefoni bianchi e neppure neri, da tavolo o da parete. Sapevano maneggiare una pertica e questo facevano all’occasione, scaricando sul soggetto colto in fragranza anche le pene per i tanti reati impuniti. Venerio comprese all’improvviso che la sua situazione non era di forza, ma di precarietà. Cercò di vendere cara la pelle ed espose le sue ragioni, che a lui parevano più che legittime: il lavoro di coglierle l’aveva fatto lui, dunque gli spettava la parte maggiore. Ripeté il concetto tre volte. Ci credeva assai. Noi insistemmo per le parti uguali, ma capimmo che ormai era fatta. Ci accordammo infine sul fatto che lui avrebbe fatto le parti, così lentamente iniziò a scendere. Come mise il primo piede in terra, si trovò circondato, le nostre mani gli sfilarono la camicia dai calzoni, le susine cascarono a terra e lui si ritrovò preso a calci e a schiaffi.

Non mi sembra difficoltoso trasferire i termini della parabola: i frutti sono il nostro benessere, basato anche sul debito che ha i suoi padroni in chi lo ha sottoscritto. Il furbo di turno è Grillo che ha tutto il bottino con sé. Ecco che se fossi Bersani (e mi si creda quando affermo che non vorrei essere lui né oggi, né mai), non gli tirerei le pietre, non lo minaccerei con nuove elezioni, non lo sputtanerei dicendogli che non ha coscienza civica, che è troppo ingordo, ecc. ecc., ma lo aspetterei perché Grillo, se qualcuno non l’avesse capito, a tutto può rinunciare (cariche istituzionali, prebende, rimborsi e quant’altro) meno che a parlare. Eh sì, l’uomo parla e strapparla. E allora lasciamolo dire: vuole dimezzare il numero dei parlamentari? Bene, siamo d’accordo. Vuole annullare il finanziamento ai partiti? Tutti d’accordo! Vuole il salario di cittadinanza? Benissimo, siamo d’accordo. Insomma, siamo davvero d’accordo in tanti, compresa l’ineleggibilità del sig. B e il permesso di procedere ai giudici che chiederanno d’ora in poi d’inquisire, arrestare e processare i parlamentari che si fossero sporcati le mani, non la lingua con reati d’opinione.

Alla fine dell’attesa, più o meno lunga, il Grillo scenderà e gli saremo tutti intorno. Poi non si faccia come facemmo noi ragazzi, che ci lasciammo prendere dal gusto della vendetta e non della giustizia.

Ho finito, ma tanto per ricordarci che siamo in Italia e in Sardegna, sfrondiamo un poco alla volta i mitici proverbi cinesi: che la vendetta sia un piatto che si gusta freddo è solamente indicatore d’impotenza, di un debole che spera. Perché la vendetta consumata calda ha il sapore pregnante della vittoria conquistata.

Provate a chiedere al leone se preferisce il fegato caldo e sanguinolento della vittima appena azzannata o il paté di fegato d’oca d’importazione, conservato in vasi di vetro. Provate, ma tenetevi a distanza.