sabato 9 marzo 2013

La cicatrice di Eleonora d'Arborea

di Gigi Sanna

La scoperta fatta nel 2002 e annunziata nel 2010 (1) del busto di Eleonora d'Arborea in una chiave di volta (v. fig.1)  di una grande arcata della casa del signor Mariano Atzori di Mogoro,  ha permesso non solo di identificare il viso  della grande 'Juighissa' (Giudicessa) reggente sarda del casato dei Bas -Serra, figlia di Mariano IV e sorella di Ugone III e di Beatrice, ma anche di ribadire un dato fisico riguardante la sua persona; quello già chiaramente denunciato da un busto precedente,  rinvenuto, come si sa, nella chiesa di San Gavino Monreale (v. fig. 2), luogo  considerato 'Pantheon del casato dei regnanti d'Arborea (2). Il dato cioè di una vasta 'cicatrice' (o di altro) che, partendo praticamente dal sopracciglio, interessava tutta la parte destra del viso della donna sino ad arrivare al naso e forse alle labbra (v. figg. 2-3).

Fig. 1. Il busto nella chiave di volta dell' arcata (Foto di Ivo Piras)


Fig 2. Chiesa di San Gavino Monreale. Il busto di Eleonora nel peduccio pensile


    Nella partecipatissima conferenza apposita,  promossa dal Comune di Mogoro (3) abbiamo cercato non solo di confermare con dati storici e stilistici (4)  il fatto che erano pochi o quasi nulli i dubbi che i due busti, quello della Chiesa di San Gavino Martire  e quello della casa Atzori, raffiguravano la stessa persona, ma di confermare anche che il particolare della 'cicatrice' corrispondeva, sia pur in modo diverso,  in entrambe le piccole sculture.
    Ma vediamo di descrivere ancora,  sommariamente, detto particolare  insistente nell'una e nell'altra figura. Nel busto della chiesa di San Gavino la 'cicatrice' è resa dal lapicida da un 'segno' ovoidale,  allungato sul piano verticale, che parte all'altezza del sopracciglio destro, tocca leggermente l'occhio per terminare, all'incirca,  all'altezza del labbro superiore (v. figg. 4 e 5). 
   Nel busto scolpito nella chiave di volta dell'arcata della porta d'ingresso di casa Atzori -Melis  la deturpazione (chiamiamola per ora così) non viene realizzata con un segno ovoidale  ma attraverso i segni dell'irregolarità della superficie della guancia, che risulta alquanto scavata; quella che parte ugualmente, come in San Gavino, dall'altezza del sopracciglio per arrivare all'altezza delle labbra (v. fig. 6). Chiunque può rendersi conto  del fatto che, oltre alla parte di cute mancante, si nota  l' asimmetria dell'occhio destro rispetto al sinistro; occhio che appare  marcatamente obliquo e non rettilineo  in quanto  chiaramente  'tirato' all'ingiù da una  depressione della cute che,  in quel punto,  risulta essere ancora più marcata.
   Inoltre se, come sembra,  la piccola scultura non è stata alterata accidentalmente nel tempo dalla mano dell'uomo o da altro, la cicatrice potrebbe estendersi anche al labbro che risulterebbe (v. part. fig. 9)  così orrendamente deturpato (praticamente un labbro leporino non  a primo natali die). Deturpazione che, ad un attento esame, forse anche il lapicida di San Gavino, sia pur con piccoli tratti,  in qualche modo sembra mettere in evidenza.   
  Da rimarcare infine, nel disegno impietoso,  anche il dato  che l'occhio,  anche se forse non perse nulla della sua funzionalità, risulta deturpato  nella 'coda' ovvero nella parte laterale destra (v. part. Figg. 7- 8)
   Ora, la domanda che sin dagli inizi del rinvenimento del busto di San Gavino, sino a qualche anno fa, si fecero gli storici e gli archeologi medioevali fu: di che natura è quel segno 'geometrico' denunciante la 'cicatrice'? Che realtà intende esprimere?  
   Ma è bene che,  a questo punto,  facciamo parlare lo storico Francesco Cesare Casula, il  medioevalista scopritore dei busti della casata dei Bas - Serra nella suddetta chiesa di San Gavino Martire.
   Lo studioso nell'ultima sua corposa opera storica, qui e là lievemente romanzata (praticamente quella che tende a colmare le lacune documentarie circa la vita di Eleonora) dal  titolo ' Eleonora' (5), così immagina, così tentativamente ricostruisce e così descrive l'incidente occorso alla bambina di 'sei anni',  la principessa Eleonora,  nel Castello di Burgos del Goceano (v. fig.10): “ Un giorno, che collochiamo press'a poco a quell'età, si trovava momentaneamente sola nella grande cucina in fondo al cortile, dove si stava approntando il pranzo. Come apparisse il locale, ad occhi innocenti ce lo descrive uno dei più gustosi romanzieri dell'Ottocento, Ippolito Nievo, pure lui alle prese con una bambina “vispa , irrequieta, permalosetta – la contessina - dai begli occhioni castani e dai lunghissimi capelli che a tre anni (per noi, sei) conosceva già certe sue arti...'. … La cucina ...era un vasto locale, d'un indefinito numero di lati molto diversi in grandezza, il quale s'alzava  verso il cielo come una cupola e si sprofondava dentro  terra più d'una voragine: oscuro anzi nero  di una fuliggine secolare, nella quale splendevano come tanti occhioni diabolici i fondi delle cazzeruole, delle leccarde e delle guastade appese ai loro chiodi; ingombro in tutti i sensi da enormi credenze, da armadi colossali, da tavole sterminate ….Ma  nel canto più buio e profondo di esso apriva le sue fauci un antro  acherontico, una caverna ancor più tetra e spaventosa, dove le tenebre erano rotte dal crepitante rosseggiar dei tizzoni...Quello era il focolare ..''
  E, sul focolare, noi mettiamo una capace padella di rame a friggere l'olio di grosse fette di lardo. La bambina guardava estasiata il liquido ambrato che sfrigolava gioioso, accendendo rapide faville all'intorno quando stille scoppiettanti fuggivano dai ciccioli rosolati oltre l'orlo '' chissà che bello, buttarci dentro una cosa!”. Prese un pezzo di carne che stava lì, sul tagliere; e, come aveva visto fare tante volte alla cuoca, lo lasciò cadere di botto sull'olio. Uno schizzò ardente partì, non molto più grande d'una lagrima, e la colpì in volto. Le donne, in cortile, sentirono uno strillo acutissimo. La prima ad accorrere fu Reste, che la trovò accartocciata di dolore con le mani sulla faccia. Gliele scostò e inorridì. Scappò via urlando : “Adgitoriu, adgitoriu! Sa pippia s'esti abbruxiada!”.
     Insomma il Casula offre, sulla scorta della visione e dell'esame della cicatrice del busto del peduccio pensile di San Gavino, la sua versione romanzata sul tragico accadimento: quella ferita fu l'esito di un incidente di Eleonora bambina di 'sei anni'  che s'era deturpata il viso con l'olio bollente. Quell'ovale denuncia per lui una vasta  ferita nella guancia destra provocata per ustione. Insomma una cicatrice.
   Di diverso parere è il chirurgo plastico prof. Paolo Santoni Rugiu di Pisa  che, da professionista delle lesioni,  così tecnicamente si esprime (6) circa la 'macchia'  o 'chiazza'  di Eleonora:
   “ Sul lato destro del volto di Eleonora, raffigurato nell'altorilievo di San Gavino, si nota una chiazza, lievemente rilevata sul piano cutaneo, con forma ovoidale a diametro verticale circa il triplo di quello orizzontale, che, partendo ad un livello alquanto più alto dalla coda del sopracciglio destro in regione frontotemporale  scende verso il basso sino a raggiungere, sul solco nasogenieno, un livello corrispondente alla metà dell' emilabbro superiore destro. Il margine mediale di questa chiazza tocca ed interessa nettamente il canto laterale dell'occhio destro. Il confine tra chiazza e cute circostante è netto, ben delimitato da una linea regolare e continua, priva di sfrangiature . Le strutture vicine e, segnatamente, il sopracciglio e le palpebre in alto ed il solco nasogenio in basso, sono perfettamente simmetriche a quelle controlaterali con la eccezione di un diametro verticale  leggermente più grande sul lato interessato rispetto al sinistro, per cui l'occhio ad accurata misurazione appare lievemente più aperto del controlaterale (p.515)''
     Il prof. Santoni Rugiu prosegue nella sua diagnosi  affermando che  le spiegazioni  possibili circa la natura del danno fisico patito da Eleonora sono quattro: la cicatrice, un angioma, un nevo, un neurofibroma. Dopo averli descritti minuziosamente dal punto di vista clinico, il chirurgo propende per la soluzione del nevo peloso oppure, in seconda battuta, di un angioma misto a prevalenza capillare.
   Insomma Eleonora sarebbe stata afflitta da una lesione pigmentata, da un  tumore benigno della cute: o quello congenito o quello che, non di rado,  si  manifesta dopo l'adolescenza. Questa lesione però, secondo il chirurgo, è da classificarsi come nevo peloso in quanto si tratterebbe di un nevo gigante che in certi casi patologici può raggiungere le dimensioni di quello di Eleonora: “ Esso ha predilezione per il viso; è sempre moderatamente e uniformemente rilevato sul piano cutaneo, ed è coperto di peli, talora esili e talora molto ispidi anche se perlopiù ordinatamente e uniformemente disposti. Di colorito sempre più o meno scuro, è talora ricoperto di cute scabrosa, dura, cheratinosa, ('voglia di cinghiale'). Avendo una normale irrorazione sanguigna è poco rilevato e, soprattutto, non induce alcuna ipertrofia delle parti anatomiche vicine. I margini sono perlopiù netti e lineari ( ibid. p. 519)”.
   Ora,  dal racconto dello storico Casula che immagina Eleonora deturpata per l'incidente del lancio sconsiderato del lardo e del conseguente  schizzo dell'olio bollente e dalla 'diagnosi'  cutanea dell'esperto chirurgo appaiono due tesi contrapposte: quella di un fatto accaduto a Eleonora in un certo periodo della sua vita (da bambina di sei anni) e quella di un fatto del tutto naturale, riscontrabile in tanti casi sia pur differenti come manifestazione.
   Il rinvenimento del busto della chiave di volta dell'architrave della casa Atzori di Mogoro sembra però aver sciolto del tutto l'interrogativo e, direi curiosamente, aver dato netta ragione all'intuizione dello storico  e non all'analisi professionale  dell'esperto medico chirurgo.
  Infatti,  da quello che si è detto sopra circa la ferita della guancia destra del busto mogorese di Eleonora (ferita ben visibile ad occhio nudo e non di certo opinabile) l'ipotesi plausibile è che si tratti di una cicatrice enorme e devastante, proprio quella che il Rugiu definisce professionalmente, nel suo saggio anticipato dal Casula,  'cicatrice per seconda intenzione' ( p.516).
   “Questa si ha - dice il chirurgo -  allorché i margini della ferita, per qualunque ragione, non collabiscono. Questo può avvenire in conseguenza di un'infezione o di un ematoma come di altre cause che riaprano la ferita; ma può avvenire anche a causa di un'avulsione del tessuto che crea quindi un difetto cutaneo. In questo caso la guarigione viene raggiunta con due processi distinti che sono la retrazione cicatriziale e la produzione di un tessuto di cicatrice che sarà tanto più abbondante quanto più largo sarà il difetto da riempire. Una tale cicatrice non di rado è ipertrofica, generalmente irregolare sia come superficie che per quanto riguarda i margini spesso sfrangiati. Ed è sempre più o meno rilevata sul piano cutaneo, arrossata, dura, anelastica. Un fattore che non manca mai è la retrazione che la cicatrice esercita sui tessuti circostanti, retrazione che è proporzionale alla grandezza della cicatrice stessa  la quale ovviamente, è a sua volta proporzionale all'estensione del difetto (ibid. pp. 516 -517) .
   Abbiamo ritenuto di dover sottolineare questo passo perché ci sembra che esso calzi a pennello con i dati della ferita che si riscontrano nella scultura dell'architrave della casa Atzori di Mogoro. Infatti, sia il particolare  sicuro  della  retrazione dell'occhio, che diviene marcatamente asimmetrico e si torce drammaticamente con inclinazione obliqua sia , forse, la stessa presenza del  labbro 'leporino', sembrano  a questo punto annullare ogni dubbio circa l'esistenza di una vera e propria cicatrice, profonda e di notevoli dimensioni.
     Si capisce subito che  il chirurgo è stato tratto in inganno sulla sua diagnosi, perché commette  un errore di natura, diremmo, metodologica: quello di basarsi ciecamente sul dato 'reale' o 'visivo' del macro 'segno' ovoidale che insiste sulla parte destra del viso di Eleonora. Infatti egli insiste sui 'margini  regolari e netti' di esso e rimarca il dato apparentemente del tutto oggettivo che 'non sarebbe potuta mancare una retrazione assai vistosa a carico delle palpebre, del sopracciglio e forse anche del labbro superiore' (ibid.). Tutte osservazioni che, come si vede,  risultano giuste  ma (a posteriori) sbagliate nello stesso tempo.
    Infatti, in virtù del secondo ritrovamento, si scopre che il dato empirico è del tutto fallace in quanto il lapicida che ha realizzato il  busto di San Gavino non si è basato sulla 'realtà vera' della ferita di Eleonora ma ha manifestamente addolcito di molto lo sfregio sostituendolo con un semplice 'segno di riferimento'. Usando  un espediente pittorico, quasi un 'trucco',  con  tocco da artista davvero magistrale che riesce a  distrarre,  a  dire e a non dire assieme, a raffigurare e a non raffigurare. 
    Il busto di Mogoro svela oggi ampiamente, con il suo crudo realismo, il perché di quel segno ovoidale e ci dice  anche perché esso fu tracciato 'in quel modo'  nel viso di Eleonora.
   Appare evidente che i due luoghi in cui sono stati rinvenuti i busti avevano funzioni completamente diverse:  in Mogoro abbiamo una casa privata,  un bel palazzotto principesco, luogo nel quale, con ogni probabilità,  si recava Eleonora (o chi per lei)  per dormire e dimorare qualche giorno durante i suoi viaggi  politico -amministrativi come giudicessa  reggente; in San Gavino abbiamo invece una monumentale chiesa, un edificio di solennità e di prestigio pubblico degli Arborea, sede sicuramente, nel momento di maggior gloria del Giudicato, di assemblee popolari o di riunioni dei maggiorenti delle curatorie della parte sud del Giudicato di Arborea, 'rennu'  che ormai comprendeva quasi tutta l'Isola (7).
   La funzione aulica della chiesa spinse sicuramente l'anonimo scultore - forse dietro stimolo di Eleonora stessa - a creare ad arte un viso della juighissa che non solo non stonasse con lo stile delle altre sculture, tutte nobilmente caratterizzate e idealizzate, ma anche servisse a fornire un ritratto di Eleonora che, pur richiamando i caratteri reali e 'oggettivi'  del suo viso (i non certo piacevoli particolari 'imbarazzanti'), tendesse a nasconderli in qualche modo alla vista  di coloro che osservavano e si inchinavano di fronte alla regina dei Sardi, alla  massima rappresentante femminile della  regalità e del potere. Ad una regina non brutta ma, in quanto grande e celebre per le sue azioni,  'bella' comunque di vera bellezza.          
Note
  1. G. Sanna, Scultura di Eleonora d'Arborea a Mogoro? Forse (in Gianfrancopintore bolgspot.com 08. 11. 2010)
  2. F. C. Casula, La scoperta dei busti in pietra dei re o giudici d'Arborea: Mariano IV, Ugone III, Eleonora con Brancaleone Doria; in Medioevo. Saggi e rassegne , n.9 (1984), p. 9 ss.
  3. T. Sebis, Mogoro, Busto dei misteri Ma è davvero di Eleonora? In La Nuova Sardegna, 9.6. 2012.
  4. G. Sanna, Casa Atzori - Melis. L'immagine scolpita di Eleonora d'Arborea? (9.6.2012). In corso di pubblicazione.
  5. F. C. Casula, Eleonora. Regina del Regno di Sardegna, 2003, Sassari, Delfino ed., cap. terzo, pp. 54 -56.
  6. P. Santoni Rugiu, La deturpazione del volto di Eleonora d'Arborea; in F. C. Casula, Eleonora. Regina, cit. Note al cap. sesto, pp. 514 - 521.
  7. Vedi  F. C. Casula, La scoperta dei busti in pietra ecc., cit. E' difficile dire quale busto di Eleonora sia stato realizzato per primo. Forse un approfondito studio architettonico della casa mogorese (che è in parte ancora quella medioevale) potrà in seguito dirci qualche cosa in più; ovvero se il crudo realismo della rappresentazione del viso di Eleonora anticipi - cosa che pensiamo -  oppure non quello curiale e aulico del cosiddetto 'pantheon' dei grandi sovrani dell'Arborea della seconda metà del XIV secolo.