domenica 24 marzo 2013

Metti un blog di traverso al dogma

Un articolo scritto da Gianfranco Pintore  verso la fine del 2010 e pubblicato sul I numero di Monti Prama, rivista dei Quaderni Oristanesi (PTM), nel gennaio 2011

di Gianfranco Pintore


Chiesa di san Michele Arcangelo, Siddi, foto N. Manca
È nato, come forse gran parte dei blog, a mo' di diario personale a cui consegnare, di tanto in tanto, riflessioni, paturnie e irritazioni. Come quella che il 30 ottobre 2007, primo giorno e primo articolo, mi motivò contro l'invenzione della “Nouvelle vague letteraria sarda”, reperto archeologico dell'egemonismo, secondo il quale solo gli engagés politicamente fanno letteratura, buona e valida per definizione.

Il blog, proprio per il suo carattere di diario intimo, non aveva un contatore degli accessi. Ha cominciato ad averlo l'11 febbraio del 2009 e rimasi stupito dal fatto che 278 persone quel giorno lo lessero. Misteri della rete globale. In realtà, come scoprii nel frattempo, il blog era poco seguito dai lettori comuni, ma non da quelli specializzati. Quasi tre anni dopo, quando scrivo queste note, i contatti si avvicinano agli ottocento mila, gli articoli pubblicati sono quasi 1.100 e migliaia sono i commenti, la maggioranza dei quali riguardano l'archeologia.

    Segno evidente, questo, che c'è una fame di conoscenza non soddisfatta dai canali a ciò deputati, della scuola, dell'università e, soprattutto, dei media tradizionali. Dei quali, però, sarebbe ingeneroso dire che ignorino la questione. Quel che succede, semmai, è che, salvo rarissimi casi, l'archeologia non è campo di servizi ed inchieste (come capita in altri settori), ma solo di notizie che si esauriscono in se stesse. Quasi sempre sono i benemeriti corrispondenti locali che segnalano una scoperta, ma o essi stessi o le direzioni a cui rispondono, lasciano la notizia appesa per aria, non la approfondiscono, non la contestualizzano, non le danno, insomma, senso compiuto. 

     Un esempio, per chiarire: la maggiore emittente sarda, Videolina, in un suo telegiornale del 12 aprile 2010, dette la notizia della scoperta a Capichera (forse nel complesso di La Prisgiona), di una “scritta misteriosa” in una capanna nuragica. Si fosse trattato di un morto ammazzato, l'emittente non solo avrebbe aperto il proprio telegiornale, ma avrebbe spinto il cronista ad indagare, a intervistare gente, poliziotti, magistrati, a venirne, insomma, a capo. Della scritta si sa solo che è “misteriosa”. E tale, con questo sistema informativo, resterà.
Sentita da decine di migliaia di persone in Sardegna (e, via satellite, da chissà quanti nel mondo), la notizia non è stata confermata né smentita da chi dirige gli scavi o da chi li sovrintende. “Se si dovesse rispondere agli articoli di giornale, la Sovrintendenza non avrebbe tempo per lavorare” è la risposta più volte data a chi sul blog sollecitava risposte. Ma non è così: tutto dipende da chi pone domande. È capitato che un senatore della Repubblica, intrigato da un articolo di uno dei collaboratori del blog, Piero Zenoni (“Vandali in Sos furrighesos di Anela. Solo degli idioti?”, 7 novembre 2009) abbia presentato una interrogazione al ministro Bondi. Approdata sul quotidiano La Nuova Sardegna, l'interrogazione ha avuto immediata risposta dalla Soprintendenza, prima che dal ministro dei Beni culturali. Non è tanto la scorrettezza istituzionale (le domande erano a Bondi non alla Soprintendenza) che merita evidenza, quanto il fatto che la inedita fretta c'è stata perché a sollevare la questione è stato un parlamentare e perché della questione è stato investito il ministro dei Beni culturali.

Questioni il blog ne ha sollevato a decine, sempre senza risposta. Da quella minima, posta agli inizi, su chi avesse responsabilità nella concessione data a un privato per costruire un grande fabbricato quasi addossato alla splendida domo de jana di Calavrighe nella vallata di Locoe, fra Orgosolo e Nuoro; a quella sulla fine fatta dal cosiddetto “Brassard di Is Locci-Santus”; all'altra sulla sorte destinata ai reperti di Crocores, riconosciuti etruschi dal professor Gigi Sanna e definiti falsi da una perizia ordinata dalla Soprintendenza a un non specialista di epigrafia etrusca. Altre domande sono rimaste senza risposta: dove sia la barchetta nuragica trovata a Teti e con tutta evidenza iscritta; dove si trovi il coccio con iscrizioni ugaritiche riconosciute come tali dall'assiriologo Giovanni Pettinato. E una su tutte: perché si tace ostinatamente su reperti che, al di là di ogni ragionevole dubbio, presentano iscrizioni?

Due senatori eletti in Sardegna, Luciana Sbarbati e Piergiorgio Massidda, l'una di opposizione l'altro di maggioranza, raccolsero le domande poste da una petizione popolare e le trasformarono, nel giugno 2010, in due interrogazioni al ministro dei Beni culturali. Petizione e attività parlamentare ponevano la questione del nascondimento di reperti: la barchetta di Teti, il coccio di Pozzomaggiore, la “scritta misteriosa” di cui parlò Videolina, il frammento con scritte cuneiformi. Ad oltre sei mesi di distanza nessuna risposta. Non è consueto che un Ministero e suoi organismi si prendano tanto tempo per dare una risposta. Che non si sappia che pesci prendere è il minore dei sospetti. (nello stesso mese Gennaio 2011, la risposta all' interrogazione uscì, ndr)

  Dicevo che quasi mai la stampa sarda ha utilizzato lo strumento dell'inchiesta che, com'è noto, è una ricerca che non ha ipotesi predeterminate ma pubbliche curiosità da soddisfare attraverso interviste in contradditorio. Una sola volta, sollecitato dalla lettura del blog, il giornalista dell'Unione sarda Carlo Figari ha dedicato due intere pagine alla questione della scrittura nuragica. “Lo studioso oristanese Gigi Sanna non ha dubbi: «I sardi scrivevano» Scritte nuragiche? Mistero millenario” dell'11 luglio 2008; “Per gli archeologi Zucca, Stiglitz, Usai e Antona i segni non sono un mistero I nuragici scrittori? «Nessuna prova»” del 12 luglio 2008. 
   La tesi fondamentale di chi nega la scrittura sta in una serie di assioma: “La scrittura viene elaborata dalle civiltà urbane, mentre la Sardegna esprime una civiltà contadina” (Raimondo Zucca); “La scrittura nasce in contesti urbanizzati e con un potere centralizzato. Viene utilizzata per scopi amministrativi, burocratici e commerciali, serve per fare inventari. Ma in Sardegna mancano proprio quelle strutture sociali che in Oriente e in alcuni ambiti occidentali (etruschi, iberici, libici e italici) hanno dato vita alle varie forme di alfabeti” (Alfonso Stiglitz); “I sardi nuragici erano un popolo contadino e non avevano bisogno di una scrittura per le necessità della loro vita” (Alessandro Usai). Questo principio viene assunto come vero perché ritenuto evidente. Evidente è invece solo la sciocchezza, pronunciata a più voci.
 E se non fosse vero, questo luogo comune? La domanda, posta in una grande quantità di occasioni, ha ottenuto solo variazioni sul tema, con qualche incursione nel vittimismo, i vinti non hanno bisogno di scrivere. Eppure, proprio in quel periodo, ai reperti già pubblicati dal professor Gigi  Sanna in “Sardōa Grammata” si andavano aggiungendo imbarazzanti smentite dell'assioma: prima il masso iscritto trovato in una capanna di Perdu Pes di Paulilatino e quindi la grande pietra iscritta trovata nei pressi di Nuraghe Pitzinnu di Norbello. Della prima parlò il professor Sanna in una intervista sul blog (4 marzo 2008), dopo che la presentazione del ritrovamento, prevista per il giorno prima a Santa Cristina, era stata annullata dal sindaco di Paulilatino per ragioni mai convincentemente spiegate. Della grande pietra di Nuraghe Pitzinnu si parlò il 7 maggio dello stesso anno. Il silenzio sui due ritrovamenti, che a me sembrava inconcepibile e che invece era solo l'inizio di una pesantissima estesa cappa di omertà, mi spinse ad agitare le acque con un articolo provocatorio: “Soprintendenza: fannulloni o solo protervi?” (19 maggio 2008). Rispose il dottor Alfonso Stiglitz con un garbato articolo in cui definiva la mia una invettiva disinformata, ma nessun accenno al centro della questione: le due iscrizioni trovate e pubblicate sul blog. Rincarai la dose il 30 dello stesso mese con un'altra provocazione: “Archeologi non prevenuti: date segni di vita”. La risposta, questa volta, fu del dottor Alessandro Usai, con una imprudente accusa e qualche apertura: “In terzo luogo, le presunte iscrizioni nuragiche. Le notizie non trapelano perché siamo tenuti alla riservatezza. Lei sa che un falso è un reato, e alcune "tavolette" sono falsi clamorosi anche senza perizie. Altri oggetti sono originali ma non nuragici e nemmeno scritti; infine le pietre in campagna sono cose strane e interessanti, da approfondire col tempo e senza pregiudizi ma anche senza infondata partigianeria. Però la risposta l'ha già data Lei: tavolette, pietre e compagnia bella non sono mai venute fuori negli scavi nuragici!”
    Si introduce un altro dogma, quello della contestualizzazione che è trasformata condicio sine qua non di possibile interesse, e si invita alla calma e alla prudenza, alla necessità di “approfondire col tempo e senza pregiudizi”. Sono trascorsi ben più di due anni e non si sa se l'approfondimento, non di essere concluso ma sia almeno cominciato. Le tavolette, falsi clamorosi anche senza perizie, sarebbero, naturalmente, quelle di Tzricotu. Sono state, indubbiamente, le star del blog comunque e chiunque ne parlasse, da uno dei due scopritori (l'altro, il caro Gianni Atzori, non ha potuto partecipare alla discussione) alla dottoressa Aba Losi a Piergiorgio Meli: più di seicento commenti in una settimana.  Il professor Sanna ne ha dato una lettura non solo affettuosa, ma coerente, dimostrata, densa di rimandi e di comparazioni, vi ha trovato una delle chiavi interpretative della scrittura delle tavolette di Glozel, il villaggio francese nei pressi di Vichy, teatro di un eccezionale ritrovamento archeologico e di un altrettanto eccezionale esempio di miopia e di protervia baronale. Barons de tout le monde unissez-vous. Cominciato con toni soft, prospettando letture diverse delle tavolette improvvisamente diventate tutt'altro che “falsi clamorosi”, alcune delle quali improntate all'ipse dixit, altre al “non può essere”, altre ancora al pregiudizio autocolonialista (se almeno qualcuno dice che non sono nuragiche è chiaro che non lo sono), il dibattito è degenerato in rissa e in trivialità, naturalmente anonime. Tanto che, da allora, il blog è vietato agli anonimi.
    Le tavolette di Tzricotu sono diventate la cartina al tornasole della cattiva coscienza. Se chiunque di noi si imbattesse in palesi bufale, tuttalpiù si limiterebbe a una contestazione una tantum o a una scrollata di spalle. Agli ufo si crede o non si crede, non si instaurano defatiganti discussioni e inesauste ricerche di improperi, a meno che, sotto sotto, come delle vergini réfoulées, si abbia il desiderio/timore di essere convinte. Il fatto è che le tavolette di Tzricotu – mi riferisco, ovviamente, alla esperienza del blog – sono la punta di un iceberg che rilascia lentamente le “cose” costrette nel ghiaccio. Le “cose” sono l'iscrizione nel Nuraghe Aiga (a cui sono affettivamente legato in modo particolare perché campeggia sulla copertina di un mio romanzo), la pietra col serpentello 'incinto' di Nuraghe Losa, la navicella fittile di Teti, un gioiello nuragico, forse di S'Urbale, iscritto e il coccio iscritto trovato da Leonardo Melis nei pressi di Pozzomaggiore. Sono diverse decine la scritte nuragiche portate alla luce prevalentemente dal professor Gigi Sanna.
    Darsi una risposta sul perché di tanto silenzio intorno a questo corpus di scritture non è cosa facile né ci viene in soccorso il campionario delle chiusure baronali di fronte alle non poche scoperte archeologiche irrituali o eretiche. Si corre il rischio della banale invettiva dei progressisti contro i conservatori o viceversa. Credo ci sia qualcosa di più profondo, insomma, della normale diatriba fra chi sente di poter innovare e chi sente il dovere di opporsi ai cambiamenti di cui non si sa dove si va a parare, se non che il relativismo è in agguato. 
    Una cosa mi pare certa: il tutto già sistematizzato e già codificato (passaggio dalla protostoria alla storia per mezzo della scrittura; l'isola sarda isolata se non per le incursioni esterne; la scrittura luogo geometrico dello stato e/o della città, e così via) è in una crisi profonda. E resiste alla necessità di riconoscerlo e di revisionare il conosciuto. È un silenzio vitale quanto disperato. 

Zuannefrantziscu Pintore, Irgoli 31.08.1939- Nugoro 24.09.2012