venerdì 22 marzo 2013

Sito nuragico di Matzanni, un'altra Monti Prama?

di Mauro Atzei

Da qualche settimana l'appuntamento con la divulgazione archeologica a Cagliari, grazie anche alla perfetta organizzazione da parte degli amici di Italia Nostra, sta diventando un appuntamento imperdibile e ricco di novità. I lavori, esposti dagli specialisti, sono iniziati il 7 marzo con la relazione dell'archeologo Riccardo Cicilloni, del dipartimento di Storia e Archeologia dell'Università di Cagliari, sul Nuraghe Cuccurada di Mogoro.


Pozzo sacro nuragico presso Matzanni-Vallermosa

La bella esposizione, corredata da un alto numero di diapositive, ha dato, al folto pubblico presente in sala, motivo di stupore e di grande soddisfazione. In particolare è stato apprezzato il reperto rinvenuto e mostrato dal prof. Cicilloni: il bellissimo bronzetto nuragico del cacciatore armato di lancia.
Il giovedì successivo è stata la volta dell'Assegnista di Ricerca, sempre dell'Università di Cagliari, il dott. Fabio Nieddu. La conferenza, dal titolo interessantissimo “L'architettura templare di età nuragica in Sardegna”, ha avuto inizio con una bella sequela di diapositive di Templi in Antis e di Templi a Megaron, Santuari Nuragici e Pozzi Sacri. L'archeologo ha spiegato al pubblico, che assiepava l'aula in ogni ordine di posto, che gli studi recenti hanno portato a considerare che nell'epoca del bronzo finale, proprio alla fine del percorso che vide, dopo diversi secoli, il popolo nuragico smettere di costruire i nuraghe, si ebbe una diffusione più massiccia degli edifici di tipo cultuale tra cui la nascita dei pozzi sacri. Su questo punto, la mia attenzione si è fatta più accesa, in particolare quando il dott. Nieddu ha esposto le diapositive del santuario nuragico di Matzanni a Vallermosa, sito nel quale, egli stesso, ha comunicato di aver scavato e di aver rinvenuto un bronzetto raffigurante un ariete. 

Alla fine della breve relazione, ho voluto domandare al dott. Nieddu che tipo di datazione avesse proposto per il bronzetto rinvenuto, ed egli ha risposto (un poco timidamente ho dovuto constatare) che si trattava di un contesto sigillato, non manipolato da scavi clandestini e che riteneva che la stratigrafia consentisse una datazione prossima al Bronzo finale.
Fino a quel momento la conferenza si era mantenuta sui binari della ordinaria amministrazione, ma la domanda dell'appassionato, intervenuto dal pubblico dopo di me, ha presto riacceso l'interesse di tutta la sala. Il signore in questione, nativo e proveniente proprio dal luogo degli scavi, dal comune di Vallermosa, ha chiesto all'archeologo se in occasione dei lavori, non si fosse accorto dei resti o delle tracce di una necropoli, probabilmente esistente ancora fino agli anni '50, quando il sito era conosciuto in paese (guarda caso) col nome di “is tumbas de Matzanni” le tombe di Matzanni. Il signore di Vallermosa ha continuato a parlare alla platea sostenendo altresì, di aver osservato, quand'era giusto un ragazzino, su quelle tombe, la presenza di piccole statue in arenaria, simili per fattura a quelle, oggi molto famose, di Monti Prama; tuttavia, a differenza dei “giganti”, alte non più di un metro e dieci centimetri.
Il dott. Fabio Nieddu ha risposto con un sorriso, sostenendo di non essere affatto stupito dalle affermazioni dell'appassionato in quanto, dal rinvenimento di un lungo basamento, molto simile a quello di Monti Prama, ai tempi degli scavi, ebbe l'impressione che al di sopra del suddetto,  potevano, o avrebbero potuto, essere presenti tracce di sculture e quindi anche di statue.

La conferenza si è così conclusa con le ultime battute da parte dell'archeologo, che ha auspicato che i lavori di ricerca possano continuare anche in futuro. Ciò che resta è la consapevolezza che - crisi economica permettendo- ci sia ancora tanto da studiare, in un settore dove, per certi versi, si è ancora all'anno zero: incertezza nelle datazioni dei reperti, le molte incognite relative alle vere cause dell'epilogo della civiltà nuragica, molti dubbi e buchi neri sulle usanze e i sui sincretismi religiosi avvenuti alla fine dell'epoca del bronzo. Oltretutto, resta l'amarezza per tanti monumenti vandalizzati, reperti trafugati e certamente occultati. L'impressione è che la statuaria, alla fine dell'età del bronzo, fosse molto più diffusa sulle necropoli nuragiche di quanto non ci dicano oggi le sole statue di Monti Prama. Il rammarico è insito nella constatazione che le istituzioni non siano in grado di far luce su avvenimenti, spesso e volentieri, solo proferiti per sentito dire. Forse occorrerebbe uno sforzo da parte delle istituzioni, ma anche dei privati, per l'elargizione di incentivi, finanziamenti, ricompense, anche sotto forma di sgravi fiscali, per chi avesse la civiltà di segnalare, o restituire reperti trafugati, magari dai loro nonni ignari, in passato.
La questione non è di pura demagogia sardista, non si tratta di cavalcare l'onda degli indipendentismi e dei separatismi, piuttosto si auspica che ciascuno di noi espanda la propria coscienza e segnali eventuali rinvenimenti anche prima dello stimolo del volgare denaro.
Possedere reperti archeologici illegittimamente trafugati è un crimine, non verso lo Stato italiano o il governo in carica, ma contro noi stessi. Chi se ne macchia, fa uno sfregio indelebile alla memoria dei nostri stupefacenti antenati che in secoli di storia hanno costruito una grande civiltà degna di questo nome, ricca di opere e sopra ogni cosa, di una cultura speciale, che ancora oggi merita di essere indagata e riportata alla luce in tutta la sua sfolgorante bellezza.