domenica 17 marzo 2013

Sulla 'quaestio' scrittura nuragica. Lettera aperta al dott. Paolo Maninchedda

# Gigi Sanna e il codice nuragico

di Gigi Sanna


Fig1.                                                                   Fig. 2

Fig. 3
Gent.mo Dott. Prof. Maninchedda,

   Lei qualche mese fa, in relazione alla 'vexata quaestio', ormai ventennale, relativa alla presenza o meno della scrittura cosiddetta 'nuragica', si è reso promotore di una iniziativa pregevole: far scrivere un 'corposo saggio' sul tema, al fine di fare assoluta chiarezza e di poter capire così se il sottoscritto dica la verità. Perchè  in tal caso sarebbe  doveroso far  cessare l'ostracismo accademico nei suoi confronti. Se invece afferma e scrive su cose non vere, perchè ritenute scientificamente non vere, sarebbe  altrettanto doveroso  dichiarare  legittima  la presa di distanza e avviare la sconfessione  delle sue  'tesi'  sul piano epigrafico, storico, linguistico e religoso. .
  L'iniziativa sarebbe stata non solo pregevole ma davvero encomiabile se sul Bollettino di Studi Sardi fosse stato pubblicato uno scritto di uno studioso competente  (cioè in grado di parlare con cognizione di causa di scritture  non solo antiche ma antichissime quali sono quelle della seconda metà del Secondo Millennio a.C. e della prima metà del Millennio successivo) e, soprattutto, se l'estensore a cui era stato affidato l'incarico della stesura,  si fosse  mostrato  uomo dabbene  perchè 'super partes'.
  Invece a predisporre una sorta di 'relazione inquisitoria' (chiamiamola così) è stato incaricata, come tutti sanno,  una persona 'ben schierata' e di 'parte', uno studioso, tra l'altro, per niente  sereno perchè apertamente biasimato e giudicato dal sottoscritto (e non solo), in uno scritto specifico, del tutto inaffidabile sul piano specificamente epigrafico a motivo di  una solenne e imperdonabile  cantonata.
   Infatti,  la nota barchetta dell'Antiquarium arborense, purtroppo trafugata, non riportava (come sostenuto e ancora, con pervicacia, si sostiene) la sigla in lettere latine di un nome, epigraficamente improponibile, di un  fantomatico romano chiamato SEXTUS NIPIUS, ma semplicemente, con tecnica a puntinato (tipica anche del nuragico: doppiere di Tergu), tre serpentelli da una parte ed un serpentello dall'altra del manufatto, alludenti con chiarezza ad uno dei simboli forti della divinità e formanti la comunissima parola sardo-semitica NR accompagnata dalla lettera, ugualmente semitica,  'hē' con valore pronominale.
  Dell'errore pacchiano se ne accorsero tutti tanto che nel web qualcuno per celia prese il nomignolo di Sextus Nipius o addirittura chiamò, da quel momento in poi, il dott. Zucca con il nuovo insolito nome ...romano. Cosa questa che infastidì non poco (e giustamente) lo studioso dal momento che, a chi è in buona fede e a chi, soprattutto, si fa il mazzo con gli studi, non va proprio a genio essere chiamato, neanche eufemisticamente, 'cialtrone'. Dobbiamo aggiumgere però, per dovere di cronaca abbastanza recente,  che  non è al  solo dott. Zucca  a non andare a genio  quella morbida e gentile parola.      
  Ora, è evidente che  uno studioso siffatto che commette  errori madornali e sul piano del  latino e sul piano del nuragico, non può essere giudicato attendibile e in grado di  dare giudizi su di una vasta documentazione recante una problematica di cui per altro mai, sottolineiamo mai,  si era interessato in modo specifico.
   Quanto poi al fatto che il dott. Zucca sia, cosa ancora più grave, uno studioso di parte lo si nota  se solo si considera, anche superficialmente, tutta la conduzione e l'impianto della relazione, per come essa è stata composta  e perché è stata (per la parte che ci riguarda), 'così' strutturata.
   Infatti, l'architettura dell'intervento si basa su dei punti fondamentali che qui, ovviamente, intendiamo solo riassumere (ci vorrebbe un altro saggio e anche più 'corposo' per replicare  punto su punto):

 a) Sul deliberato messaggio subliminale, continuo e spalmato dovunque nel testo e nelle note a corredo, del falso e della presenza di documenti creati da anonimi falsari; messaggio già  presente nel curioso 'incipit della 'benevola' esortazione del prof. Pittau  che suggeriva sl sottoscritto  che stesse  attento ai falsi e si guardasse (addirittura!) da cattivi consiglieri.
b) Sulla del tutto approssimativa ricognizione della 'letteratura' riguardante il sottoscritto a partire dal 1996 per finire all'anno 2012.
c) Sull'esame superficiale, da definire davvero ridicolo,  di pochissimi  documenti  ritenuti ugualmente di natura incerta.
d) Su un vero e proprio diluvio (more zucchiano)  di note a corredo  che, se si fa bene la somma del tutto, nell'intento di sostenere travolgono invece  un'argomentazione smilza, di neanche dieci paginette.
e) Sulla  premeditata quanto decisa conferma e e  sul sostegno su quanto espresso, a torto o a ragione, dai colleghi archeologi (mai epigrafisti) su questo e quel documento. Cioè sul resistere ad oltranza.
f) Sulla assurda perchè studiata reticenza circa le tematiche forti, ovvero sulle scoperte eclatanti riguardanti la somma delle informazioni oggettive offerte  dalla documentazione.

  Sul punto a, ovvero sulla falsità dei documenti, diciamo subito che quanto è sostenuto  è privo del tutto di consistenza sul piano scientifico. Tutti sanno che se si dice che un documento è falso bisogna dimostrarlo e bene. E' estremamente facile e comodo sbarazzarsi di un documento che dà fastidio accusandolo d'essere non genuino. E' l'arte volgare che apprendono subito gli studiosi volgari a cui non interessa per nulla la ricerca scientifica ma interessa invece la sola negazione. Per motivi i più disparati. La grande epigrafista Margherita Guarducci, portata pomposamente in nota dal dott. Zucca al fine di citare un esempio celebre di falso clamoroso, non dedicò certo una riga per sconfessare il latino arcaico della famosa 'fibula prenestina'. S'impegnò con pagine, con sudate pagine, di un 'corposo' saggio. Studiosa però citata  a casaccio e ingenuamente nelle note per parlare di falsi perchè tutti (si fa per dire) ora sanno che la fibula prenestina, dopo  le indagini accuratissime del 2011 condotte da Daniela Ferro dell'Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati (Ismn) del CNR  e quelle di  Edilberto Formigli, restauratore e docente presso l'Università 'La Sapienza' di Roma e quella di Firenze,  non viene  più giudicata un falso. 
  Persino  la grande Guarducci, come si vede, prendeva cantonate e non era infallibile! Pertanto  bisogna meditare assai su di un esito  terribile:  che  la sua indubbia autorità spinse tutti (o quasi tutti) a modificare punti salienti dell'origine della letteratura latina. Il sottoscritto stesso fu uno di coloro che durante tutto il tempo dell'insegnamento liceale si fece abbagliare da quella autorità ritenendo lo Helbig e il Martinetti, accusati esplicitamente dalla Guarducci,  degli impostori.   
  Cosa serva poi tutta la ganga delle note per citare falsi, persino spagnoli, non si capisce proprio se non nell'intenzione di predisporre negativamente, di spaventare il lettore ed inserirlo in un clima di sospetto continuo sui documenti scritti arcaici sardi.

Sul punto b, ovvero sulla rassegna della 'letteratura' riguardante il tema della scrittura nuragica affrontato dal sottoscritto, riteniamo che non si possa procedere, in un serio 'saggio' corposo, così a cuor leggero con un volgare copia/incolla di titoli di articoli e di saggi, arrogandosi per giunta l'arbitrio di giudicarli i più 'importanti'. O si fa o non si fa, o si è seri o non lo si è. Perché il sottoscritto ha scritto, prendendo in considerazione solo quelli che partono dal 2008, non una decina di saggi ma più di cento saggi. Proprio così, più di cento!
  Precisazione che facciamo, ovviamente, non per il vanto del numero in sé, non per esaltare la  quantità per meschina vanità, ma perché quasi sempre gli interventi hanno riguardato la spiegazione sistematica di singoli documenti. Spiegazione il più possibile esaustiva, fornita di rimandi puntuali, di note, di comparazioni, di continue tabelle illustrative, di trascrizioni e, soprattutto,  di immagini fotografiche. Quella spiegazione che ha consentito, dopo la pubblicazione di Sardōa Grammata (2004), di scoprire e di mostrare in via definitiva, ma passo dopo passo, documento dopo documento, lo straordinario alfabeto o sistema nuragico in mix, i 1200 caratteri lineari di tipologia protosinaitica, protocananaica, gublitica, 'cadmea' (la si vedrà tra non molto), ugaritica e fenicia arcaica, gli oltre 300 pittogrammi e gli oltre 100 agglutinamenti in legatura o in nesso.
   Quella spiegazione che addirittura, stante le ultime ricerche sulla monetazione sarda del III secolo a.C., consente di avere una visione organica e pressochè completa del fenomeno 'scrittura' nell'isola in quanto spostata cronologicamente sino al crollo definitivo della civiltà nuragica. Non certo una bazzecola questa, se si annuncia, con prove epigrafiche alla mano, che i Sardi usarono senza soluzione di continuità la 'loro' scrittura per un  periodo lunghissimo, vanto che pochissimi popoli hanno  in tutta la civiltà della scrittura nel Mediterraneo!   
  Spiegazione del resto facilmente riscontrabile già  nei quaranta pannelli della mostra didattica di Macomer inaugurata nel Novembre del 2010. Mostra frequentatissima di cui mai si parla nel saggio 'corposo', nonostante la natura di rassegna da 'libro aperto' per tutti e realizzata per un agevole controllo critico documentario,  anche da parte dei più severi.
   Così come mai si parla delle trasferte del sottoscritto, promosse per studiare autopticamente i documenti autenticissimi  di Glozel; mai si citano le conferenze organizzate per spiegare, alla Sorbona e nella Facoltà di lettere di Aix en Provence, agli studiosi francesi (epigrafisti e  storici delle religioni) le relazioni fortissime esistenti tra i documenti sardi e gli straordinari ed incredibili  documenti 'pitici' greci. 
  In pratica si annulla, con un colpo solo di silenzio, la realtà di un libro (I segni del Lossia Cacciatore)  che, con l'esame di più di cento documenti, tenta di dimostrare che lo iato esistente tra la scrittura micenea della cosiddetta 'lineraee B' e la scrittura greca cosiddetta 'arcaica' veniva inopinanatamente colmato dalla presenza della scrittura del santuario oracolare di Pito. Una realtà però che coinvolge anche la scrittura nuragica dell'età del bronzo finale in quanto il codice di scrittura pitica mostra sorprendenti affinità con quello sardo dello stesso periodo. Argomenti questi trattati dal sottoscritto anche nel Convegno Internazionale di Cagliari organizzato nel 2006  presso la Sala Convegni del Banco di Sardegna, alla presenza di linguisti, di storici e di archeologi.   

Sul punto c,  cioè sull'esame non esistente o del tutto superficiale della 'scrittura', mentre il saggio avrebbe richiesto il massimo dell'impegno in tal senso, sorprende e sconforta il fatto che a fronte di un numero altissimo di segni (numero che, si badi,  non vanta neppure la documentazione epigrafica protosinaitica - protocananaica della Siria - Palestina antica) il dott. Zucca si soffermi praticamente su appena quattro lettere ugaritiche (quelle, tanto per intenderci, finalmente ammesse, ma orientate superbamente a testa in giù dal medioevalista P. B. Serra!) e sul piccolo waw  protosinaitico dello 'specimen' (diciamo  'specimen', col suo giusto nome  e non 'base di partenza') o tavoletta A1.
  Non a caso ci si impegna, almeno un po', proprio su di un dato che uno direbbe del tutto marginale. Ci si impegna perchè  il dott. Zucca avverte il pericolo: esso è importantissimo in quanto se esistente (e certamente lo è) è un segno di scrittura che distrugge inevitabilmnte l'assurdo teorema della specularità del manufatto, della semplice decorazione di un presunto grottesco modano medioevale 'per linguelle per cinture cavalleresche da parata' (sic!).
   Nessuno, ma proprio nessuno,  potrebbe spingersi a dire che quel segno è 'puntiforme', se non per forzare e far vincere ad ogni costo, anche con inaudita violenza, una tesi, andando contro le più elementari norme epigrafiche sul rispetto assoluto del documento.  Non lo è, manifestamente non lo è. Ma lo scopo della condotta è chiaro: negare, negare, sempre negare, infilarci perlomeno il dubbio, il massimo del dubbio, insinuare l'incertezza, neanche relativa, ma assoluta del dato. E poi, il  waw - punto ognuno se lo immagini  scientificamente come vuole, con la pura  fantasia, essendo assente  del tutto il  segno 'reale'.
  Naturalmente  come ci si impegna all'estremo per annichilire questo di dato, così ci si guarda bene dal far vedere qualsiasi documento in fotografia o  in trascrizione;  con un annullamento sistematico del reale e dell'esistente,  posto in essere con fine retorico  psicologico. Infatti, dove mai stanno  i documenti? Sono 'praticamente' inesistenti, tutte fantasie. Quei documenti non devono asssolutamente apparire alla vista perché la stessa visione di essi  potrebbe indurre qualcuno a ritenerli veramente tali con pericolo di  possibili obbiezioni.
   Chi è allora che ci capisce nulla in quel caparbio saggio di negazione confusa, di vera e propria  'sagra' lessicale,  dove volano, si intrecciano, vanno avanti e indietro, si eclissano e ritornano al momento giusto solo parole e parole roboanti e senza senso? Certo talvolta sembra esserci il doveroso,  serio e professionale rimando alle 'cose'. Ma è un inganno. Chi mai si sente così ben disposto, nella negazione o nel dubbio sistematico spalmato dalla 'autorità' dappertutto sin dall'inizio,  da prendersi la briga di cercarsi  la fonte? Di andare a vedere, infinite volte,  quello  che si dice che 'non c'è'?  Così il 'reale', il dato cogente o meno, criticamente indispensabile, lo si annulla, quasi lo si uccide, anche e soprattutto per annullamento di qualsiasi volontà d'indagine e di controllo.  
   Non è così che funziona!  Quando noi abbiamo  voluto contrastare  la stravagante (a dir poco), lettura Sextus Nipius della barchetta, al fine di essere davvero credibili dal punto di vista del metodo scientifico epigrafico, mica abbiamo fatto scomparire dalla vista la barchetta stessa o abbiamo infastidito il lettore con il rimando ossessivo delle sole note. Non c'è stato nessun trucco per nascondere debolezze argomentative. Abbiamo offerto subito in figura, con il massimo della dialettica argomentativa, il dato scrittorio che portava immediatamente i lettori a giudicare chi avesse ragione dal punto di vista ermeneutico. Ecco perchè siamo risultati così convincenti, stante anche l'assoluto imbarazzato silenzio del dott. Zucca.

     Circa il punto d, chi  legge si sarà fatta un'opinione istantanea.  Si vede che le note  servono non a spiegare, ad illuminare e a chiarire punti oscuri dell'enunciato. Servono invece spesso, come chiodi,  a ribadire, a consolidare, a fare da ritornello, ad aggiungere sistematicamente forza alla tesi che si vuole portare avanti: l'assenza della scrittura nuragica.
   Si inserisce  pure nella foga, pur consapevoli  di affastellare e di menare il can per l'aia,  persino il libro di Fabrizio Frongia che nessuno capisce subito perchè venga citato: è un'altra perla tra le perle dell'accusa con tiro nascosto ad alzo zero: attenzione - si sussurra per bocca di altri -  che la scrittura nuragica del Sanna rientra nell'operazione politica, più o meno consapevole, più o meno orgazizzata, più o meno raffinata di coloro che fanno mitopoiesi. E' la misera realtà del presente, lo sconforto dei sardi senza arte né parte, l'impotenza 'politica' perenne a spingere lui e gli altri in congrega a cercare e a rifugiarsi in paradisi perduti, a narrare favole su di una super razza, prima nella scultura, prima nella scrittura, prima nella guerra, prima nel commercio, prima in tutto e per tutto quanto a civiltà. E' così che certuni sobillano e cercano di caricare di energia, con un retroterra storico inesistente,  la sterile politica indipendentistica!
    Si noti come in questo modo una semplice ammiccante noticina sortisce l'effetto di saldare, senza che quasi nessuno se ne accorga, se non gli addetti ai lavori,  le misere e del tutto inconsistenti pagine del saggio di Zucca  con  quelle ancora più misere del saggio del giovane antropologo; il quale però non s'ingaglioffa a tal punto da negare la citazione almeno o di riassumere le tematiche forti della ricerca:  la presenza di una divinità con nome yhwh (per altro già intuita, in qualche modo, da Raffaele Pettazzzoni un secolo fa!), la presenza dei suoi divini e potentissimi figli 'giganti (gghloy), la presenza di una scrittura 'organica' ad essi anche di tipo 'decorativo' o 'con' (realizzata cioè con gli stessi oggetti e i monumenti), la presenza di una lingua semitica di minoranza (ma importantissima per la scrittura) all'interno di una popolazione maggioritaria parlante una lingua indoeuropea; lingua che, stante certo  lessico dei documenti, mostra l'incredibile e cioè che il sardo è gemello del latino e che gli indigeni dell'interno non presero affatto la lingua dei vincitori in quanto quella lingua avevano già da secoli e secoli,  se non da millenni. 
   Così la scienza epigrafica, cosciente d'essere debole e del tutto inconsistente, si ripara nella politica, cerca  rifugio e protezione sotto l'ombrello di chi disquisisce a vanvera di dinamiche di mitopoiesi;  categoria questa d'indagine letteralmente inventata, stante  la storia contemporanea della Sardegna,  da una scienza antropologica 'giacobina' folle, basata apparentemente sulla ricerca della ' vera verità' storica ma in realtà finalizzata a mantenere costante e vincente la 'legge della mortificazione'  dei sardi', più controllabili e meno teste calde se  private dell' autostima. E' la tesi sciagurata della dott. Bietti Sestieri sulla responsabilità degli 'eletti' per come fare archeologia prudente a fronte di  bollenti sardi 'autonomisti'; quella  tesi manifestatasi nel carteggio con Sergio Frau, accolta come una manna in certi ambienti e ripetuta trionfalmente da veri e propri pappagalli nostrani senza cervello.
   Ergo  si capisce tutto, ma proprio tutto: il sottoscritto, forse testa calda più di altri, non studierebbe scientificamente dei documenti, del tutto inesistenti, ma sarebbe semplicemente una sorta di fabbrica a getto continuo di falsità, un visionario e un ridicolo sognatore. Nessuna realtà simbolica organizzata a sistema scrittorio esiste perché supporti, immagini, segni, suoni e lessico  albergherebbero solo nella testa di una sardista indipendentista che cerca motivi solidi per organizzare le rivolte degli allocchi. E come no? Tutto lapalissiano. Eccoti, con questa nota al vetriolo  sistemato, caro sardista fantaepigrafista! E' in atto la giusta conseguente 'damnatio memoriae'! E senza ricorrere al collaudato  metodo scientifico delle 250 firme.

Il punto e è  veramente patetico per ingenuità.  Se uno voleva mostrare apertamente faziosità, con la condotta sistematica della difesa corporativa ad oltranza degli 'amici',  c'è veramente riuscito. Tutto quello che si dice da parte loro, anche se clamorosamente sbagliato, incoerente, azzardato, contradditorio, persino ridicolo, viene accuratamente omaggiato e salvato con un magnifico 'fortza paris'.

D'Oriano? Ha ragione da vendere. Il sigillo fittile dimostra che i sardi dell'età del bronzo finale erano scimmie che imitavano la scrittura fenicia persino con azzardo di realizzazione negativa su sigillo.

Bernardini? Ha ragione nel dire che D'Oriano ha torto (circa le scimmie nuragiche) ma non bisogna enfatizzarlo troppo. Ha ragione e basta. Interessante è il dirlo non il dimostrarlo.
 
Ugas? A parte che è il legittimo scopritore e il primo indagatore della scrittura nuragica (tiè!), ha ragione da vendere perchè ha tutto il diritto di leggere lo spillone di Antas al rovescio così come Bernardini lo ha di leggerlo al diritto. Una ragione che si fonda su di un diritto opposto rispetto a quello dell'altro ma.  per logica assai stringente, del tutto convincente!
   Quello spillone chiaro epigraficamente ma strapazzato sino alla follia che Bernardini avrebbe avuto  il merito (sic!)  di  pubblicare (davvero  'merito' e vanto di pubblicazione, dopo più di venti anni di muffa?).  Quello spillone, finalmente parto intellettivo di uomini sardi del sud  e non di scimmie sarde del nord, di cui con disinvoltura niente si dice  circa  una certa  interpretazione esposta , con tanto di dati epigrafici e filologici, alla mostra di Macomer.
   All'anima  della conclamata volontà francescana di agire in dialettica fratellanza! Caspita che disponbilità! A noi tutto, a te proprio niente che sei poco attendibile come studioso, per niente blasonato e per giunta  un ereticone antipatico che ci prende a parolacce!

Minoja?  Ha ragione sul coccio di Sa Serra 'è sa Fruca di Mogoro. E' neolitico e  basta.
'Ma lo ha detto uno del valore di Pettinato che quel coccio riporta dei cunei di tipologia ugaritica!
' E chi se ne frega dei Pettinato! I paleografi legittimi del neolitico siamo noi. E poi,  mica vogliamo rischiare di tirare la volata ai mitomani aggiungendo cunei ugaritici a quelli delle tavolette medioevali di Tzricotu!'
 'Ma ci sono anche numeri e evidenti segni protocananaici! Le lettere  'sade', 'ayin'  e 'nun'!
 'No, tutte elucubrazioni, sono anch'essi noti graffi neolitici di un cestello neolitico!  I segni alfabetici non ci sono semplicemente perchè non li vediamo. Così come  non ci sono quelli della barchetta fittile del Museo di Teti. Per sincerarsene basta non andare a vederli! Basta che nessuno vada a vederli!
   E infatti così, con obbedienza assoluta, ha fatto il dott. Zucca. Come tutti, non è andato a vederli. Studioso davvero curioso: solerte per una certa sua visione autoptica dei 3 segni di una fusaiola sassarese imbarazzante ma del tutto indifferente ai 12 segni graffiti ante coctionem di una barchetta più imbarazzante ancora.

Garbini?  Ha ragione anche lui, le lettere di S'Arcu 'e is Forros sono chiaramente di tipologia fenicia; di prefenici che abitavano con i filistei nei Nuraghi. Al di là di ogni ragionevole dubbio.  Con i barbarici principi pelliti nuragici, ricchi padroni di fonderie, che come scemi  stavano a doverosa distanza a guardare quello strano comporre caccole di mosca deturpando superfici di anfore.prestigiose  Sì, davvero barbari dell''Est,  peggiori  delle scimmie del Nord di S.Imbenia che almeno cominciavano a muovere il cervello.

Atzeni? Non ha ragione. L'unico. Ma per questo non lo si cita con le sue pecore, i suoi pastori e le lettere giudaico -cristiane del brassard di Is Locci Santus di San Giovanni Suergiu . Meglio fare silenzio di fronte al ridicolo universale,  non riparabile ed eliminabile se non a costo di altro ridicolo.

  Sul punto c, ci sarebbe da stendere un velo pietoso quanto a vera e propria intenzionalità di sminuire degli studi  i cui risultati  sono ormai sotto gli occhi di tutti. Lo si voglia o non.  Una volta c'era il controllo totale dell'informazione ai fini della gestione della 'politica' circa i dati scientifici, politica, come si sa,  spesso non edificante. Oggi non è più così. 
  Pertanto è' puerile non concedere nessuno spazio adeguatamente  informativo alla cosiddetta 'griglia di Sassari' della quale, tra l'altro, non si comprende (o forse non si vuol comprendere) la portata ai fini di una corretta interpretazione di ogni documento nuragico trovato sinora e che si troverà in seguito. 
  Non si comprende (o non si vuol comprendere ) che la griglia non ha proprio niente di aleatorio, non solo perchè basata su  documenti tutti  autentici (fino a prova scientifica contraria),  ma perchè è  il numero consistente di essi che ha permesso di crearla; e di crearla solo  a posteriori, non subito, date le poche  'prove', ma dopo anni e anni di rigorosa catalogazione dei segni e della comprensione,  la più ampia possibile, dell'organizzazione del testo con tutti i requisiti che la scuola scribale sarda richiedeva. 
    Oggi ogni documento da definirsi come 'nuragico' lo è solo in quanto sottostà a determinate regole e comportamenti rispettati dagli scribi. Se i principali requisiti mancano il documento supposto nuragico è sospetto. Il sottoscritto lo ha detto e spiegato  in un Convegno di Sassari, poi in un articolo specifico apposito apparso prima in un blog e poi nel numero 62 nella rivista Monti Prama.
  Naturalmente se uno non vuol credere al 'sistema' è privatamente padrone di non crederci; ma se parla in pubblico deve spiegare bene, con dati scientifici alla mano, con un confronto dialettico il più aperto possibile, perchè non ci crede.
    Così come è davvero puerile invocare il peso dell'autorità dei glottologi di fama  sulla questione relativa alla presenza impossibile del semitico e dell'indoeuropeo nel periodo dell'età del bronzo. Certo, si sa, conta tantissimo l'autorità; ma nella scienza della linguistica sarda conta infinitamente di più quello che sinora non 'esisteva' e su cui non si poteva fare leva: la nuova documentazione che ormai, circa il linguaggio formulare nuragico, sta diventando davvero cospicua. Un linguaggio svelato da un lessico e da una sintassi  del tutto certi  e per niente straordinari dal momento che il sistema alfabetico è composto di segni e di suoni di cui quasi tutto si sa sin dagli inizi del secolo scorso in virtù della documentazione esterna siro-palestinese.
   Cosa c'entri pertanto il codice del disco di Festo con i pochi segni non compresi  e altri codici con i molti ugualmente non compresi, dio solo lo sa.
   La dimostrazione della relativa facilità della lettura di un documento nuragico la si ha nello studio fatto dal sottoscritto sulla scritta dell'anfora di S'arcu 'e is Forros di Villagrande Strisaili; scritta che  non riporta segni fenicio -filistei ma segni squisitamente nuragici, non fosse per altro perchè il fenicio non conosce la scrittura in mix, pittografica e non, non fa uso di agglutinamenti e men che meno riporta segni di pugnaletti 'scritti' nuragici.

Getmo dott. Maninchedda, lei capisce che il sottoscritto potrebbe continuare, forse noiosamente,  per rimarcare molto altro di inconsistente del 'corposo saggio'; magari contestando  duramente  il dott. Zucca  sui  suoi 'particolari' ricordi circa gli accadimenti che hanno riguardato scoperte, consegne e presentazione di libri concernenti, direttamente o indirettamente,  le ormai famose tavolette di Tzricotu  di Cabras.
  Ma qui c'è la sua parola e la nostra. E lascio pertanto che siano altri, soprattutto gli oristanesi e i ghilarzesi, buoni testimoni, a giudicare. E lascio soprattutto alle prossime pubblicazioni la questione relativa ai calchi fotografati sui quali, come testimoni incontestabili di oggetti autentici,  nessuno, ma proprio nessuno,  ha mai eccepito.
  Su quelle fotografie, sulla natura di quei segni straordinari,  il sottoscritto ha passato mattinate e talvolta diverse giornate, discutendo di persona, senza ombra di sospetti, in Francia, in Roma e in Sardegna con fior di epigrafisti ed orientalisti del calibro di Remo Mugnaioni (studioso francese di fama internazionale), di Paolo Xella e di Maria Giulia Amadasi. I nomi di due di essi  ( il prof. Mugnaioni è stato conosciuto successivamente), come tutti sanno, sono stati dal sottoscritto inseriti nell'elenco dei ringraziamenti nel volume Sardoa Grammata.

  Le parole sono parole e restano parole. Anzi aggiungerò di proposito, stante la natura e la caratura  del saggio, che le chiacchiere sono chiacchiere e non certo fatti. E le presunte obbiezioni si superano, se si vogliono superare,  solo in virtù della consistenza di questi ultimi.
   Il dott. Zucca, come è stato detto,  non ha fatto vedere in fotografia nessuno dei 130 (130 non 13!) documenti che costituiscono il corpus attestante il codice di scrittura nuragico. Noi invece, per l'occasione (ma si badi che l'elenco non si esaurisce certamente qui), forti di ben altra metodologia, facciamo vedere, eccezionalmente,  non uno solo ma tre documenti assieme: il 131, il 132  e il 133. 
    Il primo (v. fig. 1) si trova ben custodito in una stanza di un comune della Planargia e gli altri due (v. figg. 2 e 3) fanno parte di collezioni private e  risalgono, come rinvenimento, ad alcuni decenni fa.  Il ciondolo è di provenienza incerta, mentre la pietruzza è stata trovata nei pressi del Nuraghe Cubas di Silanus. Essi parlano, dati i segni quasi tutti facilmente riconducbili agli altri 1200, di evidente scrittura 'nuragica'.
  Ma anticipando subito il dott. Zucca, nel monotono compitino riguardante un' eventuale appendice del saggio magistrale, affermiamo: sono fuori contesto.e risultano chiaramente non genuini, realizzati recentemente, con ogni probabilità,  da una chiara banda di mitomani falsari con pulsioni indipendentistiche razzistiche. Da gettare pertanto con disprezzo, così come tutti gli altri, alle ortiche o nel più vicino immondezzaio. Sì, sono davvero dei falsi, ancora falsi su falsi,  tanto che  ormai stanno diventando una vera e propria peste per l'Isola!
  Carabinieri, Polizia, Corpo forestale, Ministero dell'Interno, Servizi segreti, che fate? Dormite? E  proprio qui, in Sardegna? Dove c'è persino l'autonomia? Certi lamenti di antropologi profeti non li volete proprio ascoltate? Qui ormai ci sono, papali papali, dei pericolosissimi rivoluzionari che con le bombe della scrittura vogliono scardinare il sistema istituzionale e creare la Repubblica della pura, guerriera,  letteratissima e santissima razza sarda. E, si direbbe, con sospetto di mire  imperialistiche sul continente, considerate le consistenti teste di ponte approntate da qualche anno  in quel di Parma e di Venezia.
   Non li sentite i mitomani marciare in schiera serrata? Non li sentite con il mitopoietico canto di guerra?  Eli, Eli Arbareē! Elì Elì Arbareē

…..Ancu bos leent sos caddos, po torrare a pe