domenica 14 aprile 2013

Caro Momo Zucca, cun mimi non fruchis (II).

di Gigi Sanna

  
Fig. 1. Il magnifico sigillo cerimoniale di Tzricotu  con le lettere capovolte  presentato da P. B.Serra

Io non pensavo di dover ritornare ancora una volta (1) sul pasticcio epigrafico fatto dal dott. Paolo Benito Serra nella rivista Africa Romana (2). Lo studioso, davvero ingenuo e digiuno totalmente di conoscenze di epigrafia prefenicia, avrebbe dovuto chiedere subito scusa a tutto il mondo per la cantonata dato che, per amor di causa e cioè per poter affermare che i bronzi di Tzricotu erano modani per linguette per cinture cavalleresche altomedioevali da parata, ha capovolto delle chiare lettere ugaritiche e protocananaiche (e non solo) e messo, addirittura, a testa in giù (come si può vedere dalla figura 1) delle chiarissime figure con schema a Tanit.

 Non ci pensavo proprio, anche perchè la dott. Aba Losi ha sufficientemente messo in luce (3) il motivo del suo secondo goffo tentativo (4) nel riproporre disperatamente, in un'altra rivista accreditata, il modano medioevale: quello di cambiare velocemente il tiro, di far dimenticare il precedente e di rimediare in qualche modo alla figuraccia. Chiunque può prendere in mano quei due articoli che insegnano, ad un certo mondo di saccenti che ignorano, solo una cosa: che quando si sbaglia clamorosamente è doveroso, cioè intellettualmente onesto, ammettere di aver sbagliato. Punto e basta, come si dice. Altrimenti si rischia ancora più grosso. La scarsa attendibilità e la squalifica definitiva come studiosi.
   Invece del pasticcio vengo costretto a parlarne ancora una volta, stanti le incredibili dichiarazioni del dott. Raimondo Zucca. Sentiamole: Chi scrive, dopo un iniziale tentativo di interpretazione dei calchi in chiave cipro - sillabica, espresse riserve sull'antichità dell'unico manufatto disponibile, mentre oggi ritiene plausibile, seguendo l'interpretazione di Paolo Benito Serra che l'unico esemplare di bronzo noto sia un modano per lamelle metalliche a decoro geometrico e fitomorfo simmetrico che fungevano da guarnizione per l'abbigliamento e l'equipaggiamento di personaggi di rango della società sardo - bizantina (Studi sardi, Storiografia del problema della scrittura nuragica, 2013, p. 27).
   Ora io non intendo proporre qui quanto mi pare aver spiegato ad abundantiam in 200 pagine e, qui e là, nelle rimanenti 400 di Sardōa grammata, nonché in decine e decine di articoli riguardanti la scrittura nuragica. Anche perchè ormai sono in molti a conoscere le mie argomentazioni sui manufatti del Sinis avendole esposte per quasi venti lunghissimi anni! 
Intendo invece proporre qualcosa di nuovo (ma che ho già spiegato recentemente nelle prime lezioni del Corso di epigrafia nuragica) riguardante, in particolar modo, l'ermeneuica della tavoletta 'specimen', denominata A1 perchè la prima della serie.
   Lo farò subito mostrando quello che potrebbe sembrare un dettaglio grafico e che invece è dato importantissimo non solo ai fini della interpretazione della tavoletta in sé, ma anche per dirimere, una volta per tutte, la questione delle restanti tavolette come possibili falsi. Mi sia permesso però, in via preliminare, citare un brano della mia prefazione (5) che penso possa contribuire ad illuminare meglio l'aspetto relativo alla ricchezza  di significato dei documenti.
  Scrivevo quasi dieci anni fa: 'Data la straordinaria abbondanza di segni e la pregnanza semantica  dei documenti del Sinis (io non so se, nella sfragistica antica, esistano altri sigilli così minuscoli e  così pieni, come un uovo, di informazioni), fatti a bella posta per stupire non solo i potenti committenti ma anche la categoria degli scribi più raffinati e più colti del tempo, è logico ritenere  che non piccola parte del significato magico - religioso di essi, a così lunga diistanza di tempo, ci sfugga (penso, ad esempio, alla maggiore carica di senso che devono avere i numeri sacri, quelli che abbiamo ritenuto costituire il limite rigoroso della sequenza alfabetica che permette la reiterazione della formula sacra). Così come ci sfugge certamente qualche aspetto di computo 'numerico' dei significanti che potrebbero essere di più di quelli da noi proposti e conseguentemente offrire una maggiore estensione di lettura particolare e generale dei documenti'.        
    Abbiamo sottolineato questa frase forse senza che ce ne fosse bisogno.Infatti, si osservi, in relazione a ciò, cioè alla dichiarata alta probabilità di non esaustività, la seguente figura, ricavata dalla ingrandita ma fedele trascrizione di una certa parte del settore destro in alto della tavoletta A1:



     Fig.2                                                      Fig. 3

1)      la mancanza del puntino nel segno a V rovesciata.
2)      la presenza del corno asimmetrico (una delle presunte 'virgole' del presunto modano) della protome taurina (6)
3)      il minuscolo segno del waw di tipologia protosinaitica (7).

     Già questo primo aspetto grafico della tavoletta tende ad inficiare fortemente uno degli argomenti pervicacemente addotti da taluni (Doriano, Pittau) come 'prova' regina: la specularità del manufatto che implica per la tavoletta l'esistenza di soli segni decorativi. Senonchè la tavoletta mostra una parte di essa nient'affatto speculare perchè palesemente asimmetrica. Nessuno potrebbe mai negarlo. Ergo, non è  un modano perchè i modani sono fatti  allo scopo di salvaguardare al massimo le simmetrie del prodotto finito. Tanto più poi se queste devono apparire in preziosi oggetti distintivi, d'oro o d'argento,  di qualificati  personaggi di 'rango'. Sembra mai possibile che l'artefice di un modano, finalizzato per una serie quanto mai prestigiosa di linguette, ora dimentichi un puntino, ora storca maldestramente una 'virgola', ora deturpi una splendida e splendente superficie  con un segno strambo e del tutto inutile? Sì, del tutto inutile, perchè nessuno, per quanto faccia e si arrabatti, potrebbe mai dare giustificazione decorativa logica a quel segno. Proprio perchè esso non solo interrompe ma tende a mortificare il 'decus'! Il modano si sarebbe dovuto rifare, pena il rifiuto dell'oggetto ottenuto!
     Naturalmente se non è un modano, come non lo è, bisogna chiedersi che cos'è quell'oggetto. Perchè questo 'accidente'? Perchè la  curiosa anomalia che un buon epigrafista non può non notare dopo un, neanche lungo, tempo di  osservazione? Vediamo di capirlo, procedendo segno per segno, in virtù della  conoscenza che ormai abbiamo acquisito dei significanti e dei significati, attraverso l'esperienza quasi ventennale e la frequentazione dei non pochi  documenti della scrittura nuragica.
    Oggi sappiamo, grazie alla cosiddetta  'griglia di Sassari , che i documenti nuragici, tra i diversi requisiti, devono avere quello dell'accorpamento (in legatura o in nesso) dei segni (9). Si noti dunque come la tavoletta rechi, in ottemperanza alla norma,  dei puntini agglutinati ad altri segni che sono quelli della protome taurina e dell'arco  (celeste) che la sovrasta. Se si contano i puntini si scoprirà che essi sono nove i quali, sommati ai tre rimanenti danno il numero di dodici.  Ora, il numero tre (il numero sei, il numero nove  ed il numero dodici, cioè i multipli del tre), è quello che guida in maniera ferrea la composizione della tavoletta (10). Pertanto se lo scriba avesse proseguito, accorpando un altro punto al segno a V rovesciata, si sarebbe trovato nella imbarazzante condizione di infrangere la 'regola' del tre, ovvero quella del numero divino cosparso intenzionalmente  in tutta la tavoletta. I puntini sarebbero stati 13 e non più 12.
   Ma l'inconveniente non preoccupa lo scriba consumatissimo, anzi lo stimola a rimediare in qualche modo alla difficoltà, riproponendo, senza quasi che uno se ne avveda,  il  costante numero tre. E lo fa sulla base del proponimento di altre due anomalie grafiche: quella del corno sinistro asimmetrico (11) del toro e quella del piccolissimo segno, stranissimo e del tutto anomalo nella 'pulitissima' composizione simmetrica del resto dello schema. Ma mentre tutti si comprende agevolmente il significato del corno asimmetrico, si comprende molto meno, almeno a primo acchito,  quello del minuscolo e quasi impercettibile  'waw'.
    Il valore del grafema alfabetico protosinaitico come comgiunzione coordinante 'w' (= et) è noto ormai da tanto tempo, compreso quello de suo significato pittografico ovvero di 'mace' (mazza, segno di potenza regale e di sovranità (12) assoluta). Va da se allora, come è stato da noi  già affermato nel 2004, che il segno, così collocato com'è,  ha un valore coordinante nello schema  ternario FIGLIO E PADRE FIGLIO (13)  ma ne ha uno di gran lunga  più importante che però intendiamo lasciare, volutamente, all'intelligenza epigrafica e alla conoscenza del dott. Zucca dei segni della scrittura sarda dell'età del Bronzo medio e recente.
    Se sarà in grado di risolvere il  'rebus' della tavoletta tutta a 'rebus' e criptica in ogni sua parte, non solo capirà finalmente quanto sia sciocco e puerile insistere bizantinamente sul manufatto bizantino, ma comprenderà definitivamente quale magnifico gioiello artistico 'abbiamo' avuto la fortuna di trovare nel Sinis. E aggiungo ancora che, una volta risolto l'enigma, di fronte allo stupore per la spettacolarità dell'esito, dovrà umilmente, come avrebbe fatto un qualsiasi collega di quello scriba geniale, fare un bel sorriso. Un bel sorriso di compiacimento che servirà anche a risolvere l'imbarazzo dell' incredibile errore ermeneutico archeologico-epigrafico. 
   Sorriso perchè il 'lusus' scrittorio certamente fa parte della scuola, fa parte dell'orizzonte d'attesa, ma la genialità nell' applicarlo artisticamente è ovviamente di pochissimi e di pochissimi momenti. Ecco perchè nel 2004 ci siamo espressi, dati i singolarissimi sigilli, circa la nostra inadeguatezza e il nostro limite nel saper individuare e mettere nel computo tutti i significanti (14).
   Non è chi non si accorga allora del significato preciso del piccolo bronzo di Tzricotu. Esso è uno 'specimen', un modello identico  per tutti, un supporto che, quasi a guisa di cartiglio identificativo, serve ad inserire, di volta in volta, post mortem, il nome del nobilissimo Figlio e del Padre terreno di questi. E di  mettere così, con 'magica' garanzia,  l'uno in contatto con l'altro e di fondere le due diverse e nello stesso tempo uguali fonti della luminosità (quella che i nuragici chiamavano NUR/ NUL). Non ci vuole allora molto a capire che alla straordinarietà e alla sublimità del personaggio, cui spetterà per rango essere inserito di diritto nella serie di quei sigilli, deve di necessità corrispondere la singolarità, l'altezza e la bellezza dell'oggetto, pregnante come non mai di simbologie relative al divino.
   Naturalmente lo 'specimen' unico ed esclusivo, l'oggetto distintivo e il sigillo più prestigioso tra tutti i sigilli possibili ed immaginabili, ubbidiscono anche e sopprattutto alla evidente ideologia monarchica che ci spiega che quei 'figli' terreni, destinati a ricongiungersi col padre, sono 'unici' figli dei e che, in quanto unici, spetta loro il compito di governare assolutisticamente e di rappresentare in terra come unici 'padri' il loro unico padre celeste. E', come si può vedere agevolmente, la stessa precisa ideologia faraonica (15). Ogni sigillo tende a rimarcare, in virtù della sempre varia trascrizione dei singoli nomi sul supporto, ogni individualità e specificità dei monarchi sardi ma tende anche, e forse di più, a rimarcare nel tempo la 'continuità' dell'istituto monarchico teocratico.
  Ma di questo aspetto, parleremo diffusamente più avanti, con calma,  non prima di aver riferito  dettagliatamente, sempre in relazione  al sigillo ' specimen', sul 'come' e con quali qualità 'oggettive'  si manifesta, sempre a rebus, la divinità.
   E sarà, ancora una volta, impegnata, in una sintesi magistrale, la grafica artistica di uno degli scribi più geniali (sardo o non che egli fosse) dell'antichità durante il periodo del Bronzo recente.

(Ndr: per chi non avesse a disposizione il rif. 3, si rimanda alle sintesi pubblicate sul blog di Gianfranco Pintore:
Note e bibliografia essenziale
1)     Si veda ad es. G.Sanna, La stele di Nora. Il dio, il dono, il santo. The God, the Gift, the Saint (trad. in inglese della dott. Aba   Losi), PTM  Mogoro 2009, p. 45. nota 55.
'Detti documenti, sin dalla prima comunicazione della loro scoperta (Atzori G-Sanna G., Omines, 1995, p. 26e dai primi provvisori tentativi di interpretazione e di decifrazione, furono all'origine di polemiche riguardanti la loro provenienza e l'autenticità. Anche quando si appurò, con la consegna di uno di essi (tavoletta denominata A1: Atzori -Sanna 1996, p.96) da parte del sign. Anrdra Porcu di Cabras alla Sovrintendenza dei Beni Archeologici di Cagliari, la polemica si spostò artatamente sul piano del contenuto, non ritenuto epigrafico (nonostante l'evidenza) ma solo 'decorativo'. Anzi qualcuno (Serra 2006, vol.IV, pp. 1289 -1292si prese la briga, nonostante la pubblicazione del nostro Sardōa grammata (2004), di 'rafforzare' - diciamo così – l'opinione iniziale della Sovrintendenza scrivendo in una rivista autorevole (purtroppo!che i manufatti (tavolette A1 e A3 prese in considerazione) non fossero nuragici ma ddirittura longobardi o bizantini, con ogni probabilità 'matrici' per 'linguelle cavalleresche da parata di tipologia turco mongolica'. E in quanto tali, per la 'giusta lettura' andavano capovolti. Ho sempre lasciato e lascio ancora che siano i comuni lettori e/o gli specialisti della scrittura arcaica a giudicare per conto loro sulla bizzarria e la stravaganza di una tale interpretazione che, tra l'altro (il molto altro) non solo poneva , insieme alle tavolette, a testa in giù le stesse cosiddette 'Tanit ma capovolgeva anche i grafemi di tipologia ugaritica e protocananaica, quelli d'uso comune e arcinoti, che l'improvvisato e ingenuo epigrafista non è stato capace di individuare!
2)       P. B.Serra, Popolazioni rurali di ambito tardo romano e altomedioevale in Sardegna, in L'Africa romana, 16, Roma 2006, pp. 1279 - 1305.
3)       A. Losi, Le tavolette -sigillo di Tzricotu e la questione medioevale, in Monti Prama, Rivista semestrale di Quaderni Oristanesi, 62, Dicembre 2011, pp. 15 - 23.
4)       P. B.Serra, Su alcune matrici in bronzo di linguette altomedioevali decorate a 'punti e virgole' dalla Sardegna, in L.Casula, A. Corda, A. Piras (a cura di), Orientis radiata fulgore. La Sardegna nel contesto storico e culturale bizantino, Cagliari 2008, pp. 313 -351.
5)       G.Sanna, Sardŏōa grammata, 'ag 'ab s'aan yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, S'alvure Oristano 2004, Prefazione pp. 25 -26.
6)       G.Sanna, Sardōa grammata, cit., passim; in part. pp. 168 e  pp. 400 - 402; idem, La scrittura nuragica e il corno asimmetrico del Faraone Ramses III. Tori 'celesti' divini e tori infernali, in gianfrancopintore blogspot.com (10 maggio 2012).
7)       W. F. Albright, The Proto - Sinaitic Inscriptions and their Decipherment (Harvard Theological Studies, XXII) Campbridge (Mass.) 1966; v. anche J.Naveh, Early History of the Alphabet. An introduction to west semitic Epigraphy and Palaeography, Leiden E.J. Brill, 1982, p. 25; E. Attardo,  Utilità della paleografia per lo studio, la classificazione e la datazione di iscrizioni semitiche in scrittura lineare. Parte I : scritture del II Millennio a.C., in Litterae Caelestes, Center for Medioeval and Renaissance Studies, UC Los Angeles, 2007, pp.154 -155.
8)       R.Zucca,  Storiogarfia del problema della scrittura nuragica, cit. p. 27.
9)       G.Sanna, Scrittura nuragica: ecco il sistema. Forse unico nella storia della scrittura, in gianfrancopintore blogspot.com (9 novembre 2011); ora in Monti Prama. Rivista semestrale di Quaderni Oristanesi, cit.  62,  Dicembre 2011, pp. 25 -38.
10)    G.Sanna, Sardōa grammata , cit. cap. 4, pp. 85 -179;  in part. tabb. 8 -9 -10 -11 -12 -13 - 14 -15 -16 - 17 -18 -19 - 22 -23 - 24.
11)    V. nota 6.
12)    G.Sanna, Sardōa grammata, cit. p. 354. 
13)     G.Sanna, Sardōa grammata, cit. cap. 4, p. 108.
14)     Ricordiamo, a proposito di nuove 'scoperte' circa i significanti e la disposizione di essi, il fatto che la grafica del sigillo è organizzata per accostamento, per agglutinamento e per insertion , Cioè con 'tre ' modalità diverse di esecuzione. Si noti ad es., per quanto riguarda l'insertion, come il 'toro' centrale si trovi all'interno di un altro toro il quale, a sua volta, si trova all'interno del supporto tuarino.
15)    L'ideologia 'faraonica' la si nota per tanti motivi: la concezione 'dinastica' della monarchia, la statuaria monumentale riguardante il monarca assoluto - dio, l'uso delle costruzioni monumentali per il culto funerario e non, l'uso funerario del simbolo della barca celeste solare (e lunare), il culto del Bue Api o toro celeste, la venerazione per il 'serpente come 'padre' dell'umanità, la 'santità' dei figli del Dio e i loro poteri salvifici e miracolistici, l'uso della scrittura 'geroglifica' consonantica acrofonica religiosa  a rebus  e a 'tutto campo',  il culto della  luce e  degli astri (Sole, Luna e stelle), il rapporto ideologico costante tra la volta celeste e i monumenti religiosi ecc.. Naturalmente molto viene filtrato attraverso la cultura 'prima', ovvero specificamente semitica cananaica che ha come dio 'IL/'El Yhw. Un dio celeste soli-lunare però molto simile ad  Amun RA (v. A.Losi,  Gli 'omini' di Amun negli scarabei sardi, in gianfrancopintore blogspot. com (16.3.2012); G.Sanna,  Lo Scarabeo di Monte Sirai. L'obelisco di Amun Ra  e di Yhh Nl. Faraoni 'santi' egiziani e 'padri santi nuragici (parte 1); in gianfrancopintore blogspot.com (22. 4. 2012); idem, Su 'carrabusu' de Tharros. Gan Ba'anar figiu de Horus pipieddu naschidu dae su frore 'e su loto (parte II), in gianfrancopintore blogspot. com ( 27 aprile 2012).