venerdì 26 aprile 2013

Io, Freya, Lea e Paul – Il vuoto non esiste (La Morte nemmeno)

di Mauro Atzei
L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico: non importa, amalo.(Madre Teresa di Calcutta)


Chissà quante volte nella vita ci è capitato di aver avuto paura del vuoto. Solo la parola stessa incute un senso di “mancanza”. Forse mancanza di quanto riconducibile ai bisogni dello spirito oppure, a una lacuna nel rapporto col Divino.    
 Un assunto della fisica ortodossa sostiene che il vuoto sia un’assenza di materia in un volume di spazio: Il vuoto nell’ Universo. Naturalmente la fisica ortodossa ha definito un livello di vuoto basso, di vuoto medio, di vuoto alto, di vuoto elevatissimo,  ecc.
La matematica, comunque, ci viene incontro e ci spiega che un vuoto basso equivale all’ espressione 1 · 10-5 Pa – 1 · 10-2 Pa , mentre un vuoto altissimo equivale a < 1 · 10-9 Pa
Molto più spesso, invece, riconduce all’assenza di cose materiali, ad un vuoto di corpi,  di materia.

La termodinamica, a differenza della meccanica quantistica, elabora il concetto di vuoto affermando che in certi casi consiste in un limite termodinamico a cui ci avviciniamo al diminuire della pressione!”
Si direbbe quindi che il vuoto non è altro che un’opinione, un punto di vista concettuale. Un distinto professore di fisica, chiamato Poponiam, uno scienziato della fisica dei quanti con la sua equipe di scienziati russi,  dimostra, con uno strano esperimento che neanche il vuoto ideale, quello con una pressione equivalente a zero pressione (Pa), è realmente vuoto!
Poponiam e la sua Equipe, affermano che il vuoto nello spazio, cioè nell’Universo non esiste!
L’esperimento in questione, consiste nel realizzare il vuoto estremamente alto, secondo quanto sostenuto dalla fisica ortodossa, cioè a zero Pa, ovvero come ottenere il vuoto ideale (o meglio quello che si pensava che fosse).     Tuttavia, esaminando questo vuoto classico con gli speciali e potentissimi microscopi utilizzati dagli scienziati quantistici, l’equipe di Poponiam riscontra che all’interno del tubo non tutto è vuoto, tutt’altro, si presenta in modo evidente una persistenza di fotoni disposti casualmente. La genialità del professore si conferma con l’inserimento, all’interno del tubo, del DNA umano, in modo tale da valutarne e studiarne gli eventuali comportamenti successivi.
Accade che, incredibilmente, i fotoni presenti nel tubo,  seppur prima disposti in maniera disordinata, immediatamente si allineano all’ellisse del DNA umano in modo speculare. Altresì, una volta estratto il DNA dal contenitore, i fotoni persistono nella stessa esatta posizione come se il DNA fosse lì, ancora presente nel tubo.
Questo esperimento ha dato una dimostrazione evidente che la sola presenza di DNA cioè di materia e quindi di energia (la materia non è altro che energia in movimento) è in grado di influenzare e di modificare, a cominciare dalla più piccola particella sub-atomica, la realtà circostante. Ciò ha in qualche modo impresso una spinta propulsiva a tutta la sperimentazione fisica russa che da quel momento in poi ha fatto passi da gigante nella direzione dello studio del Phantom Dna, il DNA fantasma.
Le scoperte sono state molteplici, e per esempio, tanto si è rilevato: flussi d’energia continuano a fluire da una zona al di là dello spazio (spazio delle varianti? Matrice Divina? Archivio Akaashico?) e del tempo, attraverso i “buchi di verme” attivati, anche dopo che il campione di DNA è stato rimosso; l’evidenza di effetti collaterali sugli esseri umani coinvolti negli esperimenti durante questi fenomeni di iper-comunicazione senz’altro per via di inesplicabili campi elettromagnetici.
Perfino gli Apparecchi elettronici come i lettori CD ROM o DVD rom, possono essere influenzati o disturbati o anche andare in avaria per diverso tempo, almeno finché il campo elettromagnetico risulta attivo e non si dissolve, dopodiché le apparecchiature elettroniche riprendono il loro consueto funzionamento.
Tutto ciò, mi fa ipotizzare, che un aumento generale della consapevolezza dell’essere umano si stia diffondendo rapidamente sul pianeta. Non sono l’unico a pensarlo e vorrei citare a proposito quanto affermato nel loro libro Vernetzte Intelligenz da Grazyna Fosar e Franz Bludorf.
“(…) Ora noi sappiamo che nello stesso modo in cui usiamo Internet, il nostro DNA può immettere i propri dati nella Rete, può reperire informazioni in essa e può stabilire una comunicazione con gli altri partecipanti alla Rete. Fenomeni come guarigioni a distanza, telepatia o riuscire a sentire a distanza lo stato di un’altra persona ora possono essere spiegati. Molti animali, in assenza dei loro padroni, sanno immediatamente quando loro pensano di tornare a casa. Ciò può essere interpretato e spiegato attraverso i concetti di coscienza di gruppo e di iper-comunicazione. Ma la coscienza collettiva non può essere usata senza una distinta individualità, altrimenti torneremmo al primitivo istinto di branco che ci renderebbe facilmente manipolabili. La iper-comunicazione nel nuovo millennio significa qualcosa di abbastanza-differente.
I ricercatori pensano che se gli umani con piena individualità riguadagnassero la consapevolezza di gruppo, essi avrebbero la carta vincente per creare, modificare e modellare le cose sulla Terra! E l’umanità si sta effettivamente muovendo come un gruppo di coscienza del nuovo tipo. Il cinquanta per cento dei bambini diventeranno un problema appena andranno a scuola, perché il sistema attuale vorrebbe omologare tutti quanti ad un modello unico e adeguare ad esso le differenze individuali. Ma l’individualità dei bambini di oggi è talmente forte che essi rifiuteranno di adeguarsi al modello e mostreranno le loro idiosincrasie in molti modi diversi. Nello stesso tempo, sono nati moltissimi bambini chiaroveggenti. Qualcosa in questi bambini sta spingendo avanti il gruppo di coscienza del nuovo tipo, e non potrà più essere soppresso.”
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In più di un occasione, a casa di Freya, vidi con i miei occhi degli oggetti muoversi autonomamente: quando fu la volta del guanciale del suo letto che si spostava vigorosamente sotto il mio braccio, o quando sentii  l’intero letto rollare e ondeggiare come fossi un marinaio su una barca travolta dalla tempesta. Provai più volte a darmi una spiegazione logica di questi fenomeni ma ciò non mi fu possibile. Pensai che solo un terremoto avrebbe potuto produrre effetti simili.
La bella Freya viveva presso un antico maniero.
Si trattava di un settecentesco villino di montagna immerso in  un’incredibile foresta di querce ultra millenarie. Nei pressi della villa, da quasi quattromila anni, una tomba dei giganti costituita da massi di pietra aggettanti, costruita da una misteriosa  civiltà dolmenica, faceva bella mostra di se, quasi intatta, sfidando il trascorrere del tempo.
Spesso, le fiammelle dei grandi candelabri, all’improvviso, s’accendevano o si spegnevano da sole e le belle tende di velluto rosso filavano su e giù davanti alle grandi vetrate, senza comando umano, come fossero mosse da un’entità indipendente.
Talvolta, odori di fiori profumatissimi, o sentori improvvisi di olezzi disgustosi, come spesso narrato nei romanzi del poeta Yeats, sembravano pervenire dall’aldilà.
Un sabato, finalmente, dopo una settimana di lavoro stressante, la mia amica Freya m’invitò a pranzo e io accettai con grande entusiasmo. Provavo, nei suoi confronti, una grande attrazione fisica e molto affetto e lei, all’epoca,  ricambiava con eguale misura i miei sentimenti.
Qualche giorno prima, nella sua grande sala da pranzo, durante le prime ore dell’alba, un piccolo elfo di ceramica si slegò dall’elastico che lo teneva strettamente vincolato ed appeso ad un gancio della credenza per piombare poi al suolo con grande frastuono. Turbata dal frastuono, e dal rinvenimento della ceramica ammaccata, ella  se la prese un pochino con me per via del fatto che avevo spostato la piccola statuina qualche giorno prima.
Al momento tuttavia, nessuno di noi due fu in grado di ricollegare il fatto a quanto scoprimmo in seguito.
Che bel sabato trascorsi, fino a quel momento mi sentivo a mio agio in quella bellissima casa e, in quei giorni, ero totalmente preso da lei. Cucinò un pranzetto speciale: pennette e verdure saltate in salsa di noce moscata, salmone fritto, piccole sogliole al burro, banane e zenzero in agrodolce, caffè e liquore di mirto.
Mentre a fine pasto si sorseggiava insieme il caffè, e io mi godevo tutta la bella luce del sole  pomeridiano, avvenne un fatto insolito: improvvisamente, il sole si oscurò, come accade quando una nuvola passeggera gli si frappone, ma si trattò di un lampo al negativo, un lampo di buio della durata di una frazione di secondo.
Il bizzarro fenomeno mi trasmise l’irrazionale impressione che un ombra viva fosse penetrata di soppiatto dentro la sala da pranzo.
Ne parlai alla mia cara amica, ma lei non  prestò molta attenzione a quel gioco di ombre e propose di abbassare le tapparelle in modo tale da creare una  penombra perfetta per riposare.
Dopo aver spento le candele, ci dedicammo  al meritato sonnellino pomeridiano.
Il riposo non fu dei più felici: ci venne interrotto più volte e non solo dal suono di un pianoforte che suonava una famosa rapsodia di Liszt: la n°15. Erano suoni che sembravano provenire dall’aldilà e che Freya avvertì più volte; come anche ella sentì improvvisi rumori di vasi andati in frantumi e il bussare ripetuto sulle ante di un armadio nella camera adiacente la nostra ( che entrambi avvertimmo distintamente).
Quando ci svegliammo dalla breve dormita, ci rendemmo conto di  aver avuto un sonno alquanto disturbato ma, nostro malgrado, di non essere in grado di svegliarci completamente perché ancora avvolti da un persistente torpore e da una strana sensazione. Pensammo perfino di aver esagerato con la noce moscata sugli spaghetti.
Finalmente, ci alzammo dal letto e cercammo di ristabilire il giusto contegno, almeno quello sufficiente per tornare alla vita ordinaria: farci un bagno caldo nella grande vasca di maiolica, mangiare due biscotti e bere un altro caffè. Quando mi sentii ben sveglio pensai fosse arrivato il momento di riaccendere le fiammelle dei candelabri e fu allora che ricevetti il messaggio da parte di un piccione viaggiatore inviatomi da Lea, una cara amica di vecchia data.
Decisi di leggere subito il messaggio. Tuttavia, quanto ella mi scrisse mi lascio di sasso. Il messaggio, scritto con una calligrafia decisamente mossa, come di una persona totalmente in preda all’emozione, mi comunicava della disgrazia occorsa al vecchio Paul, un carissimo amico, e mi lascio di sasso.
Lea e Freya non si conoscevano, erano inoltre donne diversissime sia per carattere sia per ambiente relazionale e io venni a sapere solo poco tempo prima, dell’esistenza di un’amicizia comune a tutti e tre. Per quanto mi riguarda, questa amicizia si saldò durante l’organizzazione di una campagna elettorale in favore di un amico che mi chiese di sostenerlo alle elezioni. Fu allora che iniziai a frequentare  Paul Well, mio concittadino ed ex studente della seconda scuola di Vienna. Ormai stimato pianista e compositore.
Grande studioso del mondo del paranormale, intenditore musicale oltre che uomo sensibile e di grande generosità, Paul divenne presto un mio buon amico e ci frequentammo assiduamente durante il corso della campagna elettorale. In occasione di una delle prime riunioni egli fu presentato a Lea, proprio da me introdotta nell’ambiente e coinvolta nei lavori di quella esperienza politica.
Nello stesso periodo frequentavo Freya conosciuta solo qualche mese prima, in maniera insolita,  grazie ad altre grandi passioni: le gite nei boschi, l’interesse  per il paranormale e per lo sciamanesimo.
L’amicizia tra me e Freya presto si rafforzò e forse iniziò a trasformarsi in qualcosa di simile all’amore.
Avemmo alcune incredibili esperienze di sensitività e si creò tra noi la  condivisa certezza che la spiritualità non fosse altro che la consapevolezza dell’esistenza di un mondo di energie invisibili ma percepibili con sensi ben esercitati.
Capitò che discorrendo del più e del meno, venimmo a scoprire di avere un’ amicizia in comune. Freya e Paul si conobbero infatti, anni addietro, nel corso di una conferenza sulle percezioni extra-sensoriali.
Quel sabato pomeriggio il drammatico messaggio da parte di Lea, mi fece uscire di schianto dal torpore  e quando lessi del suicidio di Paul Well, con una corda al collo nel silenzio della sua dimora, al dispiacere si unì l’angoscia e la preoccupazione: avrei dovuto riferirlo all’ultra sensibile Freya che già trepidava a due metri di distanza da me.
Quando accartocciai il biglietto con stizza, lei mi chiese cosa fosse accaduto. Trovai comunque le parole per dirglielo anche se ella fu colta alla sprovvista, come tutti del resto, perché in questi frangenti, rabbia e commozione sono le emozioni che colpiscono per la maggiore gli individui di ogni collettività.
Mancavano ancora alcune tessere all’incredibile puzzle che il nostro amico, dall’aldilà, stava completando e sia la mia amata amica che io, c’eravamo resi conto di non sapere ancora, quando e cosa,  fosse realmente successo a Paul. Non sapevamo sopratutto, se la sua ultima compagna, che Freya ben conosceva  e che viveva in una città lontana, ne fosse venuta al corrente. Ignoravamo anche se la cerimonia funebre fosse stata già officiata.
Intanto, un clavicembalo ben temperato spandeva il suo suono nell’aria. Ancora una sinfonia che continuava a imperversare squarciando il silenzio, mentre noi due, tacevamo increduli, con la testa tra le mani. Per non parlare dei violini. Chissà da dove provenivano simili trilli? Era l’ennesimo mistero.
Capimmo che tutta quella serie di fenomeni non potevano che ricondursi alla morte di Paul che, in tutti i modi, tentava di comunicare con noi per dirci che la sua anima aveva preso il volo. Il caro Paul, amico tormentato dalla depressione, sfibrato da anni di esaurimenti nervosi, con un drastico gesto risolutore decise di lasciare il mondo materiale e di tornare a casa sua, nell’aldilà.
Il risuonare continuo,  febbrile, disordinato, del pianoforte fantasma, volle dire però anche un’altra cosa: Paul ci esortava all’azione, lui voleva che avvisassimo la sua compagna. Egli sapeva che la poveretta, forse rosa dal senso di colpa per averlo lasciato in un accesso di gelosia, avrebbe tentato di non recarsi al suo funerale. Invece lui, l’avrebbe  voluta con se, accanto alla sua famiglia. Avremmo dovuto inviarle un messaggio  e così facemmo.
Quando sentimmo i cani abbaiare giù nel parco, eravamo ormai in preda al panico, l’ultimo brano che aveva appena risuonato era stato la Sonata n. 2 op. 35 in si bemolle minore di Chopin ( la celebre Marcia funebre  eseguita assieme ad altre composizioni dello stesso Chopin in occasione del suo funerale).
Tony, il caro amico che ci fece conoscere in occasione della campagna alla sua candidatura, bussava alla nostra porta. Aveva attraversato a piedi tutto il parco e nessuno dei cani da guardia lo aveva fermato.  Entrò nel grande foyer al piano terra, io corsi da lui e lo abbracciai e lui ci comunicò ogni ulteriore dettaglio: Paul era morto già da tre giorni ed il funerale sarebbe stato celebrato l’indomani mattina.
Mi disse che per tutta la mattina un suono di pianoforte (si riferiva alla stessa sonata di Chopin) lo aveva fatto impazzire, torturandolo senza sosta, fino a spingerlo verso la villa di Freya. “Nel momento in cui ho messo piede nel giardino della villa, la musica è cessata, finalmente. Credevo di essere diventato completamente pazzo. Sembrava che quel suono non volesse darmi pace sinchè non fossi giunto in questo luogo”, mi disse Tony con aria rinfrancata. Se Paul quel sabato sera non avesse fatto tutta quella incessante cagnara, probabilmente non avremmo saputo nulla circa la sua  imprevedibile sorte ancora per molti giorni. Senza ombra di dubbio, quello che più gli stava a cuore, ed è incredibile che possa essere così anche da morti, era che non avremmo portato con noi alla cerimonia funebre la sua amata compagna, cosa che invece lui anelava  e che così accadde.
Erano calate le tenebre e io e Freya ci guardammo dritti negli occhi e,  indossati i nostri maglioni pesanti, uscimmo di casa diretti verso l’incredibile monumento preistorico a due passi dalla villa: la tomba dei giganti dolmenica.
Quel sabato sera brillarono le fiammelle delle nostre candele disposte a cerchio in prossimità dell’ingresso alla tomba.Una potente luce di luna piena illuminava l’esedra.
Dal nulla, un pianoforte emerse dal silenzio, eseguiva il primo movimento della sonata “Chiaro di luna” di Beethoven, mentre Freya conversava con lo spirito di Paul, presente all’appello.
Entrammo dentro l’edifico di pietra, e vedemmo, transitare sulle pareti di pietra, un alone di luce, e un riflesso più scuro ai suoi lati. Allora capimmo che il suo spettro era li, davanti a noi.
Entrambi lo esortammo a portarsi sempre più verso la luce per lasciare definitivamente il mondo dei vivi. Sembravamo convincerlo perché il suono, lentamente, parve affievolirsi per lasciarci finalmente nel silenzio assoluto.
Quando uscimmo dall’antico dolmen, sia la musica che la luna erano ormai giunte al tramonto.
Si facevano invece, sempre più vivide sullo sfondo del lago, le pupille di uno scuro uccello notturno. Avvolto nelle tenebre, a pochi metri dalle nostre orecchie pigolava forte tentando di dare un significato ai nostri vacui pensieri.

 Romanzo e Mito  Letteratura storica e etnoantropologica