mercoledì 24 aprile 2013

L' Incarico

di Efisio Loi

Immagine da questo sito. n.d.r.
L’inizio non è una volta per tutte. Succede spesso che diventi necessario ripartire e la ripartenza porti un favorevole vento nuovo nelle vele di un vascello alla deriva. Sto scrivendo, senza sapere se ci sarà, della ripartenza della Repubblica Italiana. Qualcuno la chiama “seconda” e tutti si aspettano che ce ne sia una “terza”, quando questa dovesse venir meno.
La Repubblica Italiana è figlia di un parto difficile: è nata da un referendum contestato. Appena nata si è trovata davanti un bivio che poneva una scelta: si va a destra o a sinistra? Eh sì, era un bivio, anche se viottolini  si potevano scorgere fra le due strade  maestre. Conosciamo quel poco di storia che ci serve e che, per molti versi, è ancora attualità per i tempi della Storia. Il mondo era già diviso in due dopo Yalta e agli Italiani, sconfitti, era stata indicata la strada da percorrere, da quella parte dei vincitori che stavano in casa loro. Nonostante ciò, le cose sarebbero potute andare diversamente: la durezza dello scontro è lì a dimostrarlo.
Per evitare equivoci, scrivo “Italiani” e “loro” per quanto dirò più avanti. Aggiungo subito, però, che al sentire l’inno di Mameli e la canzone del  Piave, mentre Napolitano saliva all’altare del “Milite Ignoto”, sulle braccia mi si rizzavano i peli e dovevo mandare più aria ai polmoni, ché, al  cuore, chiedevano più ossigeno i vecchi muscoli, visitati da una adrenalina che  pensavo svaporata.
Si ripartì nel 78, quando l’antistato sembrava avere la meglio, prendendo in ostaggio uno degli uomini di punta della Repubblica e mettendolo a morte dopo un processo “popolare”. Allora, forze politiche, che si dichiaravano incompatibili, misero da parte i loro interessi elettorali e fecero fronte comune. Durò poco quel “governissimo” ma il terrorismo fu vinto nel Paese, in cui andava radicandosi, dagli eredi di Peppone e don Camillo, non dimentichi dell’esistenza di interessi superiori rispetto a quelli di bottega.
Si ripartì agli inizi degli anni novanta, ancora in situazione di difficoltà economica e sociale. Il muro di Berlino era caduto da poco e sembrava dovesse arrivare il chiarimento all’ interno della sinistra italiana. Ci si misero di mezzo i “mariuoli” a complicare le cose. I partiti rubavano, malversavano e si facevano pagare le tangenti. La Magistratura li scovò dappertutto. La Procura di Milano, guidò il processo di pulizia, tutti furono messi sotto tiro, dagli inquirenti e dalla “piazza”, con lancio di monetine e avvisi di garanzia.
Quando si dice tutti si intende, evidentemente, i partiti di governo. È chiaro che quei tipi di reato possono essere commessi solo da chi detiene il potere. E qui sta il bello, il potere è una brutta bestia e spesso, senza fatica, si nasconde dove meno si penserebbe di trovarlo. Sta di fatto che dei vecchi partiti della Repubblica italiana, dopo qualche tempo, ne rimase uno solo, l’ultimo nato, la Lega. Tutti gli altri sparirono o cambiarono nome e “ragione sociale”. Una rivoluzione. Forse l’unica in Italia. Ciò fatto si poteva continuare, la Repubblica era salva e una “gioiosa macchina da guerra” fu messa in campo per vincere le indispensabili elezioni.
In campo, però, scese anche un outsider. La bandiera dei “moderati” finita sul terreno in cui erano caduti la DC, il PSI, il PSDI, PRI e il PLI, infangata e calpestata, nessuno aveva avuto il coraggio di raccoglierla. Lui lo fece.  Giovanissimo aveva fatto il menestrello sulle navi da crociera, poi aveva cominciato a costruire case nei dintorni di Milano e, via, via, nei tempi in cui Milano era “da bere” si costruì un impero televisivo.
L’impresa fu portata a termine da un equilibrista nato. Si trattava di mettere in sintonia la Lega antistato e separatista con AN, succedanea del MSI, ancorata all’unita d’Italia e ai sacri confini della Patria; di far marciare assieme un Nord insofferente con un Sud ritenuto parassita e palla al piede dello sviluppo. Vinse le elezioni quando nessuno ci credeva. Però era pur sempre un outsider e l’establishment possiede un potente sistema immunitario contro i corpi estranei.
Per vent’anni è andata avanti lo scontro fra la “polizia degli anticorpi” e l’alieno invasore, con alterne vicende ma con chiari segni di cambiamento complessivo: il vecchio establishment non sa più dove appendere le chiavi. Intanto “il sistema” prese a scricchiolare qui e lì nei paesi con cui la Repubblica Italiana “scelse” di stare ai tempi della sua fondazione. Gli scricchiolii si facevano sentire anche in Italia, eccome si facevano sentire ma tutti erano assorbiti dallo “scontro”. Era diventata l’epica lotta fra Bene e Male di fronte al quale tutto passava in secondo ordine, tutto si riduceva a “dagli al peggio del peggio, facciamoglielo così”, da una parte e, dall’altra, “pariamoci il deretano”.
Tutti sappiamo come è andata: ci si è messo di mezzo il Presidente della Repubblica, grazie alla “moral suasion” dell’Europa dell’euro e del Fondo Monetario Internazionale. Ha detto il Presidente: “Fermi tutti, qui va tutto a catafascio, ora ci penso io”. E i politici? hanno incassato e mosca. Dopo un governo tecnico che si fa tentare dalla politica, questa rialza la testa. Altre elezioni, altra vittoria disegnata con diligenza. Questa volta non ci si mette di mezzo il solito "other man” solamente, ci si mette anche un comico che lucra un risultato, mirabolante per tutti, per lui imbarazzante .
Si vince senza vincere, grazie a una legge elettorale contro cui si continua a dirne di tutti i colori e si va nel pallone pensando a qualche giochino di prestigio con “l’omino di burro” rancido (tutto il contrario del “grillo parlante”). Ancora una volta il Presidente ci si mette di mezzo a infrangere un sogno “bello e impossibile”, a prendere per un orecchio l’Emiliano democratico e a mettergli la Costituzione sotto il naso, Costituzione sacra e inviolabile a volte e, altre volte, stiracchiata come la pelle di non dico cosa. Si va alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica, buscandole dai franchi tiratori ad ogni tornata, e si finisce per rieleggere il vecchio nell’idea, questa volta di salvare il proprio, di deretano.
Ormai i giochi sono fatti, non so se varranno la salvezza della Repubblica ma una preghiera la voglio rivolgere al “vecchio comunista”: “Presidente, dia ancora un esempio a noi Sardi, dia l’incarico di formare il governo a uno che non odori neanche un po’ di PD, di PDL, di Scelta Civica, di SEL, Cinquestelle o di quant’altro giostra in parlamento e fuori in questi giorni. Se tutto va bene, la Repubblica, per ora, sarà salva. In caso non basti e dopo, andando male le cose,se l’unità d’Italia  andrà come dice Grillo, Le saremo grati comunque del Suo insegnamento”.
Se mi sono spiegato, si può capire  perché scrivevo “Italiani” e “loro”. Abbiamo davanti agli occhi come può finire una Repubblica (cosa che per noi potrebbe essere un dramma: ci metterebbe nella condizione di essere obbligati a diventare Stato) e attraverso quali passaggi ci si può arrivare.
Napolitano ci ha fatto vedere come comportarsi quando una Repubblica è in tocchi ma ci dice anche cosa fare quando nasce: non guardare agli interessi di bottega. Qualsiasi essa sia: gretta e avida per interessi materiali o rivestita dei panni del più puro idealismo, se bottega è, bottega rimane.