venerdì 5 aprile 2013

Lo spaccato che creerà lo squarcio (assaggio introduttivo)

di Mikkelj Tzoroddu
  
Cartagine

Questa immagine di morte, in una spiaggia sud-orientale sarda, potremmo pensare essere la impressione lasciata nella memoria di Amilcare, dalla strage di Cartaginesi operata dai Sardiani nel 508 a.C. Egli, con pochi altri, salvò la vita che doveva immolare sull’altare di Imera. *

Relativamente a questa entità politica, la storiografia ufficiale accetta una data di fondazione della città che risale all’ 814 a.C., anche se prove archeologiche poste in luce nel sito ove si presume fosse il più antico insediamento, non riescono ancora ad andare più indietro della seconda metà dell’VIII secolo[1], infatti chi ha scavato Cartagine e dintorni per trent’anni dichiara: «al presente, quasi un secolo separa la tradizionale data dell’814 dalle sepolture datate in modo convincente come le più antiche»[2]. Pur tuttavia, in linea generale, non siamo affatto inclini a svalutare la storia tràdita, che indica certo una traccia da seguire; riteniamo inoltre, per esperienza riflessa, i dati di scavo non sempre facilmente interpretabili.

Relativamente alla grandezza militare di Cartagine, non abbiamo trovato prove che la possano seriamente documentare. Le fonti, al contrario, narrano di come sia stata  inetta alla guerra, l’entità cartaginese, fino almeno all’ultimo terzo IV secolo a.C.: dobbiamo rimarcare come ciò sia una naturale conseguenza della sua esclusiva attitudine al commercio nella prima parte della sua storia[3].  A conferma di quanto appena detto dichiariamo per ora, ma vedremo meglio in seguito, semplicemente che:
- i Cartaginesi, al contrario delle popolazioni che scelsero un certo sito quale loro definitiva dimora (certo a dimostrazione della essenziale natura mercantile del loro essere protagonisti sul mare, volendo seguire anche il pronunciamento del Warmington[4]), non furono in grado di conquistarsi il diritto di godere e disporre appieno del territorio, per il quale invece pagavano un affitto ai Nordafricani, ancora nel terzo quarto del VI secolo, quindi a distanza di ben tre secoli dalla supposta data di fondazione. E, quando i presuntuosi Cartaginesi ritennero di non volerlo più pagare, alle continue richieste dei legittimi proprietari risposero muovendo loro una guerra. Essi, decisi ad uscire da questa disonorevole condizione (per la quale amiamo credere, fossero irrisi da tutte le popolazioni del  Mediterraneo), avendo delle risorse finanziarie ingenti, costituirono ben due eserciti, mettendoli sotto il comando di due condottieri, Asdrubale e Amilcare i quali, da tutti gli studiosi sempre decantati come fra i più grandi generali cartaginesi, furono bastonati con grave ignominia dai Nordafricani, ad essi evidentemente superiori, di gran lunga, nell’arte militare. Infatti, come trasmette l’epitomatore: «la fortuna favorì la giustizia della causa africana, e la guerra con loro si finì non coll’armi, ma col pagamento del tributo»[5].
Ma, il pretestuoso sapere - talvolta frutto maturo di specifica ignoranza (ma forse v’ha collusione con l’intento di nascondere) - dei più osannati studiosi d’area, può negare la verità storica circa l’affitto pagato dai Punici. Al punto che nessuno dei numerosi conniventi, negli ultimi venticinque anni, ha osato contestare una delle grandi bugie del Moscati Sabatino che, trattando della ricerca da parte dei Puni, d’un luogo ove stabilirsi, afferma: «quella mancanza d’impegno nella conquista territoriale che caratterizza […] gli insediamenti in Sicilia e in Iberia non trova corrispondenza a Cartagine, dove la situazione si presenta diversa. Qui c’è una vera e propria conquista, in luogo dell’insediamento».[6] Il “papa” Sabatino, dimenticò che ancora Pompeo Trogo, per il tramite di Giustino, ebbe a testimoniarci sui codici che possediamo da mille anni, che: « […] Gli Africani invogliaronsi essi pure di ritenerli (i coloni appena arrivati, ndr); e così di consenso di tutti fondossi Cartagine, fissando un annuo tributo pel terreno occupato dalla città»[7].
 Ma, non potendoci dilungare (in questo preciso momento) nella dimostrazione delle immature capacità dei Cartaginesi nel condurre una guerra, riteniamo più consono, il riepilogo schematico riportato di seguito[8], ricordando come le fonti diano i Cartaginesi  sconfitti  nelle circostanze che si distendono dalla metà del VI al primo quarto del V secolo a.C:

             avversari               condottiero                                 periodo (a.C.)
                                             punico
1    Sicani[9]                     Mazeus                          dopo il 538  ma molto vicino ad esso
2    Sardiani[10]                 Mazeus                                    verso il 531
3    Nordafricani[11]      Asdrubale/Amilcare                   verso il 518-19  
4    Sardiani[12]             Asdrubale/Amilcare                   verso il 508  
5    Sicelioti[13]                Amilcare                   480 / cronologia Diodoro / 486 cronologia Livio/Varr.
  
Quelle enumerate sopra sono guerre avvenute sulla terraferma di cui daremo ampio conto in un capitolo successivo, ma abbiamo testimonianze sfavorevoli per i Cartaginesi anche nei loro scontri navali. Tucidide ci tramanda: «E i Focesi colonizzando Marsiglia vinsero i Cartaginesi in battaglia navale»; Pompeo Trogo ci dice per bocca di Giustino: «i Marsigliesi […] spesso sbaragliarono anche gli eserciti dei Cartaginesi […] a causa della cattura di navi pescherecce, e dopo averli vinti concessero loro la pace»; anche  Pausania scrive: «quel gruppo di Focei […] con le loro navi acquisirono la supremazia navale sui Cartaginesi»; infine Erodoto,[14] per la battaglia del Mare Sardo, afferma che i Focesi di Alalia, con una flotta di sole 60 navi, vinsero Cartaginesi ed Etruschi, aventi una flotta di 120 navi, pur se conseguirono una vittoria cadmea. In questa ultima vicenda si vede lo stato di inferiorità dei Cartaginesi, anche nei confronti dei loro alleati Agillei in fatto di perizia nelle operazioni di guerra nel mare: infatti, poiché è scontato che il bottino di ciascuna battaglia venga suddiviso secondo i meriti, Erodoto ci testimonia che il merito della quasi vittoria, fu in gran parte dovuto ai Ceriti, perché: «gli equipaggi delle navi distrutte, i Cartaginesi e i Tirreni […] se li divisero. Gli Agillei ebbero il maggior numero di uomini »[15].

Ma, il fatto storico più eclatante, che pone in luce la loro imbelle capacità sul mare, viene fornita dalla sconfitta subita a Milazzo nel 260 a.C.: i Romani che non avevano nessuna dimestichezza con il mare, senza nemmeno sapere come costruire una nave, in poco tempo allestirono una flotta di 120 navi e senza aver mai avuto un equipaggio pratico del governo di un natante, senza aver mai avuto un ammiraglio pratico di rotte, venti, correnti e derive,  venuti allo scontro, sconfissero i Cartaginesi in modo che questi ne ebbero grave ignominia[16]. Riguardo poi alla ”attenzione retorica e celebrativa” che si può intravedere nella descrizione di Polibio, nessuno si arroga il diritto di neanche lontanamente credere ad un racconto che non sia in linea con la realtà fattuale. Lo stesso Medas, che pure pone il racconto del Megalopolitano “in una posizione al limite, sul confine tra vicenda reale ed amplificazione” non fa altro che esprimere un suo proprio personale legittimo parere, che non appare così stigmatizzante nei confronti del narrato polibiano, se poi aggiunge: «appare verosimile pensare che i Romani si trovarono davvero costretti a preparare rapidamente degli uomini che fino ad allora non avevano avuto esperienza come rematori in combattimento, mentre i Cartaginesi potevano contare da subito su equipaggi esperti e ben preparati».[17]
Del resto, circa le attitudini militari sul mare dei Punici, furono proprio i loro più grandi conoscitori, i Romani, a nutrire seri dubbi. Dubbi e perplessità che, suffragati da un mero calcolo aritmetico, li convinsero fosse davvero facile, acquisire il dominio del Mediterraneo occidentale, cavalcando la pochezza dei Cartaginesi.
 Infatti, a metà del III secolo a.C., la tradizione, come afferma il Tarn, rendeva edotti circa il fatto che, il massimo sforzo dei Puni, poteva produrre una flotta non più grande di 200 navi: «ciò era noto ai Romani; ed i Romani, nel loro tentativo di assurgere a potenza marinara, non stavano invadendo il campo dei miracoli, ma stavano agendo sulla base di un ragionevole, freddo calcolo. Essi stimarono che, con le proprie superiori risorse, avrebbero potuto mettere in campo una flotta di 20-40 navi sopra le 200, il che significa, superiore a qualsiasi numero di navi di cui potesse disporre Cartagine; e che se avessero fatto ciò, essi avrebbero vinto. Ed essi effettivamente vinsero. […] La loro vittoria fu ciò non di meno un risultato eroico, perché fondata su una ben ragionata politica e perché (reputarono che, ndr)


la potenza navale dei Cartaginesi fu forse non così grande
come siamo abituati a credere»[18].


Se, di Cartagine, si può dire che fu un potente stato mediterraneo, pensiamo sia principalmente dovuto alla sua straordinaria capacità imprenditoriale in campo mercantile, che la mise in grado di accumulare una ricchezza inestimabile. Dice il Medas: «All’interno dell’immagine stereotipata dei Cartaginesi detentori del primato della navigazione, rientra naturalmente anche la vocazione mercantile di questo popolo. Se il naturalista romano Plinio (Storia Naturale, VII,199) attribuisce ai Cartaginesi addirittura l’invenzione dei traffici commerciali […]».[19]
La  presenza così diffusa nel Mediterraneo occidentale della sua flotta da trasporto, ne fece un interlocutore privilegiato per quegli stati rivieraschi privi di esperienza marinara. Mentre alcuni soggetti non ebbero bisogno dei suoi servigi, altri erano in competizione con essa e, con altri ancora, poteva esservi uno scambio di competenze e di beni.  È quindi certo che essi, nella prima parte della loro esistenza (ben lungi dall’avere maturato delle apprezzabili capacità militari) avessero sviluppato una grande maestria nel relazionarsi con l’esterno, intrattenendo rapporti d’affari e addivenendo a vantaggiosi accordi commerciali con vari soggetti, facendo valere il peso della esperienza diplomatica e della potenza economica acquisite.
A coloro i quali abbiano poca dimestichezza nel visitare i fatti della Cartagine di questo periodo, parrà perfino che la nostra esposizione dei fatti storici ad essa pertinenti, possa essere stata eccessivamente severa. Ma, esservi nulla di autenticamente meritevole da raccontare, se non induzioni partorite ab antiquo e ripetute sino alla noia, dimostra lo studio presentato dal Fantar, nel volume di studi sulla battaglia del Mare Sardo, in relazione al tema trattato. In esso, l’autore avrebbe avuto la grande opportunità di tirar fuori dall’autentico nulla, le misere sorti dei Cartaginesi, così come ce le tramanda la fonte. Invece, colui che è dato essere il miglior conoscitore moderno di Cartagine, destina un terzo del suo intervento, alla traduzione degli autori classici che trattano il tema della Cartagine del VI secolo, includendo nella restante parte del testo, tre pagine comprendenti fotografie.[20] Per rimarcare la mancanza di serie argomentazioni da parte di tutti gli autori che si cimentano nel propinarci una supposta grandezza (militare soprattutto) della città nordafricana, ricordiamo che nello stesso volume appena citato, il Bondì, su undici pagine della sua relazione (Fenici e Punici nel Mediterraneo occidentale tra il 600 e il 500 a.C., testo, pp. 57-68) inserisce ben otto grandi immagini, non assolutamente necessarie, se non ad allungare un testo lungo appena la metà[21]. È, questo, il tristemente noto metodo dell’allungamento, che utilizza fotografie delle spiagge e delle coste dell’Isola, quasi il testo fosse edito dall’ente turistico, da parte di autori dell’area “fenicio-punica”.


[1] P. Cintas, 1950, Céramique punique, Tunis,  l’autore riferisce della scoperta di una piccola cella scavata nella roccia, posta alla base del Santuario di Tanit, contenente un pegno dedicatorio composto di oggetti, quasi tutti di origine greca, i quali è poco probabile risalgano a prima del 725.  Una conferma a questa data  proviene più recentemente, dagli scavi condotti tra il 1986-1994 da H.G. Niemeyer, del’Università di Amburgo, nei versanti orientali della collina di S. Luigi, dove nei livelli attribuiti alla  seconda metà dell’VIII secolo, ove sono presenti le tracce dei muri delle abitazioni più antiche, fu trovata ceramica nuragica probabilmente del IX-VIII secolo, cfr. M. Kollund, 1998, “Sardinian pottery from Carthage”, in Sardinian and Aegean chronology, M. Balmuth e R.H. Tykot eds., pp. 355-358. 
[2] S. Lancel,1995, Carthage a history, Blackwell eds., p. 27; cfr. M.H. Fantar, 2004, I Fenici, in Storia del Mediterraneo nell’antichità, Jacabook, Milano, ove a p. 20 riferisce con risolutezza essere la fondazione riferibile al 814 a.C.  
[3] Troviamo d’accordo su questo punto anche un autorevole studioso:  S. Moscati-1989- Tra Tiro e Cadice, temi e problemi degli studi fenici, ed. II Univ. Roma, p. 119: «la ragione essenziale fu che Cartagine si costituì fin dall’inizio come colonia di commercio».
[4] B.H. Warmington, 1960, Carthage, in ed. italiana del 1968, Storia di Cartagine, Einaudi, Torino, p. 48.
[5] F. Arnulf, 1856, Storie Filippiche di Giustino, XIX, I, 4-5. Il testo dell’Arnulf non riporta la suddivisione in versetti, che abbiamo preso dal lavoro di L. Santi Amantini-1981- Giustino, Storie Filippiche, epitome da Pompeo Trogo, ed. Rusconi, Milano.
[6] S. Moscati, 1989, op. cit., p. 119.
[7] F. Arnulf, 1856, op. cit. XVIII,5,14.
[8] Ci siamo avvalsi dell’Epitome di Giustino, libri XVIII e XIX, e delle Historiarum adversus paganos, Libri septem, di Orosio, libro IV. Abbiamo svolto una ricerca sulla tradizione manoscritta e valutato lavori relativi alle vicende in questione. Siamo arrivati a conclusioni che reputiamo rivoluzionarie per quanto attiene alle vicende riassunte nei testi considerati. La tempificazione nella successione degli avvenimenti ha richiesto una lettura critica delle fonti.
[9] Come vedremo in un capitolo seguente, una attenta analisi dei manoscritti che contengono il testo di Giustino ed un loro confronto con i manoscritti recanti le Storie contro i pagani di Orosio, ci porta alla conclusione che Mazeus concluse infeliciter la sua campagna nella Sicilia occidentale, nella quale isola non potè affatto conquistare colonie, ma fu evidentemente messo in fuga dai Sicani; la data per questo evento ci è fornita da Orosio.  
[10] La successiva campagna in Sardegna dello stesso condottiero si concluse rovinosamente; è lo stesso passo di Orosio a fornirci il periodo in cui inserire tale evento.  
[11] I Nordafricani sconfissero i Cartaginesi costringendoli a riprendere a pagare l’affitto per il possesso del territorio in cui vivevano. 
[12] Un’attenta esegesi del testo di Giustino ed il confronto con Diodoro, ci consegna la seconda vittoria dei Sardiani sui Cartaginesi che, dopo molto guerreggiare: «videro ucciso  il proprio comandante, (e a questo punto, ndr) i Sardiani presero coraggio come se le forze dei Cartaginesi fossero cadute con il loro condottiero», Giustino, XIX,1,8. Questo epilogo, così devastante per la stabilità dello stato cartaginese e così chiaramente espresso dall’epitomatore, possiamo cogliere solo facendo ricorso a quella forza critica che  ha permesso di smascherare l’errata deduzione (tradita) di Polibio in cui si legge che: «i Cartaginesi  consideravano la Sardegna e la Libia come territori propri» in III,23,5A. Tale errata deduzione, posta senza il minimo supporto letterario o storico, prendendo anche a motivo la presenza di località sarde che restituiscono tracce di violenta distruzione nelle loro strutture fortificate, non considerando che sia essa la logica conseguenza di uno scontro lungo e cruento fra eserciti smisurati, capovolge inopinatamente le sorti della guerra, certificando una consistente sconfitta dei Cartaginesi. 
[13] Quì trattasi della vittoria di Gelone su Amilcare, presso Imera.
[14]Tucidide, Storie I,13,6; Trogo Pompeo, in Giustino, Historiarum Philippicarum, XLIII, 5,2;  Pausania, Periegesi della Grecia, X,8 e X,18,7, non è però da escludersi la possibilità che essi siano ricordi di uno stesso evento, rimanendo in tal caso valorizzata la testimonianza, circa una sudditanza cartaginese sul mare, dalla triplice testimonianza dei testi; Erodoto, Storie, I,166,1-2.
[15] Erodoto, Storie, I,167,1.
[16] Polibio- Storie, I, 23, 1-10.
[17]S. Medas, 2008, I Cartaginesi Thalassobiótoi (Appiano, Libica, 64): il primato della navigazione fenicio-punica nel mondo antico, tra tópos e realtà storica, in Le antichità fenicie rivisitate, miti e culture, curr. E. Acquaro e D. Ferrari, pp. 83-98.
[18] W.W. Tarn, 1907, The fleets of the  first punic war, in The Journal of Hellenistic Studies, v. XXVII, part I, p. 57.
[19] S. Medas, 2008, op. cit.
[20] M.H. Fantar, 2000, Carthage au temps de la bataille de la Mer Sardonienne, in μάχη. La battaglia del Mare Sardonio, Studi e ricerche, La Memoria storica-Mythos, Cagliari-Orostano,  pp.73-84.
[21] S.F. Bondì, 2000, Fenici e Punici nel Mediterraneo occidentale tra il 600 e il 500 a.C., in μάχη. La battaglia del Mare Sardonio, op. cit.,  testo, pp. 57-68.

* Immagine ripresa da “Ulisse il piacere della scoperta – Rai Tre.