domenica 28 aprile 2013

Un santo nuragico e uno spillo sardo - egizio per l'eternità.

di Gigi Sanna
Fig. 1
Premessa
   Noto con un certo disappunto che il dott. Zucca non ha messo (1), tra i 'miei'' documenti, cioè tra quelli attestanti la scrittura nuragica, l'ormai noto 'spillone' pubblicato da P. Bernardini nel 2011. Pazienza, vuol dire che non ha visto (o non ha voluto vedere) la mostra didattica della scrittura nuragica di Macomer (2) allestita dalla Società Culturale Solene nei vani superiori della storica casa del poeta Melchiorre Murenu. 

Mi dispiace tanto perchè il nostro vivo interesse sul reperto epigrafico c'è stato e qualcosina si sarebbe  potuta riferire, magari in una noticina nascosta, se non altro perchè la mostra (che si può sempre visitare) intendeva in qualche modo replicare, con una garbata polemica a distanza,  a quella 'miserina miserina' allestita presso i locali del Museo Nazionale di Cagliari (3).
 Nella mostra di Macomer  vi  sono quaranta pannelli con centinaia di foto e centinaia di tabelle; ci sono misure, siti, riferimenti, comparazioni che si oppongono con vigore, soprattutto argomentativo, allo 'assolutamente no' (dell'inesistenza cioè della scrittura nuragica)  implicito della mostra stessa cagliaritana.
   Uno di questi pannelli è dedicato interamente al suddetto  spillone di Antas di Fluminimamgiore. Con tutte le difficoltà di studio e di presentazione dell'oggetto dovute alla pubblicazione iniziale, del tutto inadeguata (v. più avanti), da parte dell'archeologo  Bernardini.     

1. Il tempio di Antas di Fluminimaggiore. Descrizione dell'oggetto. Tipologia

    Detto ciò, entriamo subito in argomento, ovvero nel tema specifico relativo al documento rinvenuto nei pressi  del famoso tempio di Antas di Fluminimaggiore, edificio questo (v. fig.2)  a colonne (antas in sardo) molto antico (4) con un culto nuragico per il 'sardus pater'  indigeno Baba-y (o, più precisamente  con rigore paleografico, Bab-y), sorto, con ogni probabilità nei primi secoli del primo Millennio a.C., poi convertito in tempio con con culto sincretistico sardo punico  (presenza del dio Sid) ed infine con culto sardo - romano (5). La pianta del santuario riproduceva, verosimilmente ampliata, altri tempietti nuragici ad Antas, cioè a colonne,  di cui però ci resta solo il nome o l'immagine disegnata su delle pietre (v. figg. 3-4). In una pietra del tutto eccezionale rinvenuta, pare, nel territorio di Samugheo, il tempio anche qui esastilo, cioè a sei colonne (6), è riprodotto nella sua interezza (v. fig. 5)  con tanto di tetto a doppio spiovente e di timpano sul quale è scritta la voce 'yhh' (7).   
                     Fig. 2                                                          Fig.3 Pietra di Aidomaggiore

                      Fig.4. Pietra da località sconosciuta                                                       Fig.5
  

Nelle vicinanze del tempio in una tomba o in un vano annesso alla tomba (8) fu trovato, tra altri oggetti in bronzo, uno spillone  di tipologia (v. figg..6-7) prettamente nuragica (9) , recante, in caratteri assai minuscoli, per un tratto della verga di circa 1,5 cm, alcuni evidenti segni di scrittura (v. fig. 1). La tipologia dello spillone differisce però sensibilmente rispetto a quella degli altri perché esso è munito di una elegante capocchia formata da quattro minuscoli dischi concentrici staccati e da una vistosa protuberanza rotonda o pomello finale. Il dettaglio, come si vedrà più avanti, è molto importante non solo ai fini della comprensione dell'oggetto in sé ma anche ai fini della comprensione di ciò che rimane dell' intera scritta.  

Fig. 6

Fig. 7


2. In margine a 'In margine ad uno spillone con iscrizione da Antas (P. Bartoloni).

  Lo studioso Piero Bartoloni in poche ma dense paginette parla apertis verbis  della inadeguatezza e dell'assoluta inconsistenza della presentazione del reperto da parte del collega, cioè dell'archeologo Paolo Bernardini. Sintetizziamo i seguenti suoi pesanti (molto pesanti) rilievi (10) che riteniamo che ognuno non possa non condividere:

1)       Illustrazione totalmente priva di misure di riferimento e quindi suscettibile di creare equivoci nella sua funzione (p. 27).
2)       Illustrazione presentata in entrambe le occasioni non in maniera chiara e di modesta qualità (p. 27), cosa che non aiuta chi legge a poter interpretare in qualche modo l'iscrizione.
3)       Interpretazione non convincente, perché insufficiente, della lettera kaph e tentativi individuazione, del tutto arbitrari, dei successivi segni  e cioè le consonanti resh e mem.
4)       Insufficienza di  specialistica  di epigrafia fenicia (ancor più grave perché dichiarata)
5)       Cronologia del contesto non delineata con precisione con 'sospetto' di datazione bassa con il sospetto del fine di portare, in qualche modo,  l'iscrizione al periodo fenicio (VIII se. a.C.)
6)       La tarda presentazione (2010) di un reperto rinvenuto, forse, tra il 1990 - 1993 (11).
7)       La notizia della scoperta non accompagnata da nessuna immagine della sepoltura presso la quale fu rinvenuto lo spillone.
8)       Asserzione non veritiera che la scritta possa essere fenicia dal momento che nell'area del tempio non è stata mai trovata una testimonianza che sia riconducibile alla cultura materiale fenicia.


3. Le quattro interpretazioni ovvero i tentativi di lettura delle spillone: Bernardini, Ugas, Bartoloni, Zucca.

    Dalla suddetta presentazione dell'oggetto da parte del Bernardini ci sono state altri tre (12) pronunciamenti che hanno riguardato i segni e la scritta specifica contenuta nello spillone. Mentre Piero Bartoloni li ha giudicati non fenici (ma senza ulteriori precisazioni circa l'alfabeto riguardante la sequenza di essi), Giovanni Ugas (capovolgendo lo spillone ovvero la presentazione dei segni del Bernardini) li ha giudicati greci e Raimondo Zucca cipro- minoici. La tabella (v. fig. 8) riassuntiva di Aba Losi (13), con l'indicazione dei segni e l'interpretazione del loro valore fonetico,  può agevolare l'intelligenza di chi ci legge: 
Fig. 8

4.  Nostra interpretazione epigrafica e paleografica. Il nome di Gayni.

   La nostra interpretazione epigrafica ci porta a dissentire non poco da tutti e quattro gli studiosi . In primo luogo per quanto riguarda l'individuazione dei segni. Infatti, posta la concordanza generale sul primo segno a destra (ma che comunque non deve assolutamente avere, come fa il Bernardini, i tre segni agglutinati in quanto essi sono volutamente 'accostati': fig. 9, C ), il segno seguente, se solo si osserva bene, non è dato affatto da una semplice asta verticale  in quanto essa viene completata da un tratto superiore (v. fig. 9,B) che procede in modo lievemente obliquo verso l'alto offrendo una gimel. Il presunto terzo segno individuato da Bernardini  non può essere una mem (14) in quanto sussistono chiaramente nella superficie non un segno ma due segni (quindi un terzo e un quarto ancora rispetto ai primi due)  separati e più precisamente una yod ed una nun (v. fig. 9 B). Il quinto segno risulta ugualmente una yod  e non può essere 'oggettivamente' unito al successivo segno verticale (v. fig.9, A). Per quanto riguarda il resto della scritta (v. fig.9, A) i tentativi di individuazione dei segni sono, in tutta evidenza, aleatori in quanto il cancro del bronzo ha corroso del tutto la superficie dello spillone in quel punto. Un epigrafista serio a questo punto può mettere solo una  crux desperationis e calcolare, semmai, per quel pochissimo che può servire,  quanti segni ancora possono essere interessati dalla corrosione.
Fig. 9

 Quindi noi abbiamo, dell'intera scritta, solo cinque segni certi: un segno a tridente disarticolato, una gimel, una yod (15), una nun e ancora una yod. Dette lettere, non ci sono estranee per forma e per fonetica, in quanto sono tutte ben attestate nella scrittura nuragica, come si può vedere dal nostro alfabeto aggiornato al 2011 (i segni interessati sono evidenziati con il cerchietto arancione).

Fig. 10

  Sarà bene ora, sulla base della documentazione epigrafica nuragica suesposta, soffermarsi sulla sequenza offerta dal secondo, terzo, quarto e quinto segno e cioè GYNY. 

Fig. 11

Detta sequenza, con voce indicante nome di persona (16) si riscontra altre due volte nei documenti nuragici: una prima volta nella tavoletta sigillo A 5 (v. figg.12 -13 ) e una seconda volta nell'anello di Pallosu  di San Vero Milis (v. figg.14 -15 -16)..); si trova cioè in due oggetti riportanti significanti o lettere alfabetiche uguali per valore fonetico ma diverse come aspetto (17). In entrambi i casi però i segni risultano accomunati a quelli dello spillone per una  evidente singolarità: che si tratta di grafemi estremamente piccoli, quasi che gli scribi nuragici facessero a gara per riprodurre i nomi (e certi nomi) nella maniera meno visibile possibile (18)

 Fig. 12                                             Fig. 13

Fig. 14                                               Fig. 15.                                     Fig. 16

La tabella seguente con i 12 grafemi (due di essi agglutinati per nesso) può rendere più netta  l'evidenza che in tutti e tre i casi ci troviamo di fronte ad un nome proprio di persona e sempre allo stesso nome; un nome però che non assume solo importanza dal punto di vista del lessico della documentazione nuragica ma anche da quello della linguistica storica isolana  e, soprattutto, della storia della religione  della Sardegna. Infatti, compare per la prima volta, e non a caso  attestato  in più documenti, tutti di bronzo (cioè nel metallo prezioso),  il nome G(a)yn-y, ovvero il nome di colui che in epoca cristiana  sarà  uno dei santi più venerati dell'Isola,  con chiese (v. fig.18) e toponimi (Santu Gavine, Santuaine, Santu Aini) presenti in numerosi luoghi,  dei quali ultimi il paese di San Gavino (Santuaini)  è il più noto di tutti (19),
   Si deve far presente però che in tutte e tre le sequenze la consonante semitica yod  finale assume, con ogni probabilità, valore di 'mater lectionis' , cioè quello di una consonante che viene adoperata per la la vocale 'i' onde notare il suono vocalico 'deittico'  e non più consonantico del grafema. L'uso delle 'matres lectionis' è noto agli studiosi di epigrafia semitica che hanno da tempo capito che esso è un accorgimento d'obbligo (20) particolarmente quando gli scribi di lingua e alfabeto semitico si trovavano di fronte a delle parole straniere (in genere di ceppo indoeuropeo) che per essere ben lette e comprese avevano assolutamente bisogno della notazione delle vocali. Scrivere GYN con le sole consonanti non sarebbe stato sufficiente a dare la non lieve sfumatura di significato data dal suono vocalico finale.     
Fig. 17

Fig.18. La basilica di San Gavino in Portotorres 


5. Ipotesi sul significato del kaph disarticolato 

    Il kaph disarticolato è un segno noto nella documentazione segnica isolana (v. alfabeto in fig. 10). L'origine del segno sta nel pittogramma egiziano che raffigura il 'palmo' della mano (21), passato poi al protosinaitico, al protocananaico e quindi, sempre più stilizzato, al fenicio. Il significato è però anche quello (16) di 'palma' (albero palma, alberello 'palma' schematico) di cui resta in Sardegna una bella e significativa presenza arcaica nel masso della capanna di Perdu Pes di Paulilatino che reca la scritta BŠKR'a Š (22).

Fig. 19                                                                      Fig. 20

   Ora, la scrittura nuragica si serve spesso (23) del segno alfabetico ma per indicare non il suo valore consonantico acrofonico ma quello logografico pittografico che ha dato origine alla consonante alfabetica. In questo caso cioè il segno non sta per il suono acrofonico della consonante 'k' ma per il suono dell'intera parola semitica  ' kaph' ( כף ).  Ma la parola oltre che significare 'palma della mano' e 'palma alberello' ha il valore di 'potere' sia di Dio che degli uomini. Lo scriba nuragico procede qui per 'accostamento' e non agglutina i tre tratti della  kaph in quanto essi gli servono per dare il numero 'tre' che è sempre il segno della divinità o del 'divino', quello che numerosissime volte compare nella documentazione (24).  Allora, se così è (anche per dei motivi che si vedranno più avanti) il segno potrebbe valere 'potere del dio, divino' , significato che, collegato al resto della sequenza fonetica e del nome di persona che abbiamo individuato, dà l' espressione  'potere del divino gayni   […]. Lo spillone di Antas reca quindi inciso in caratteri minuscoli, quasi invisibili e illeggibili a occhio nudo, il nome di un personaggio 'dio' o 'divino'. Ma perché ciò (25)? Per quale motivo lo scriba riporta il nome di esso in una superficie 'incredibile', potremmo dire assurda, essendo del tutto inadeguata alla scrittura? Tanto inadeguata che è facile osservare che il bulino (per es. nella composizione di una consonante così problematica per forma come la nun) non rende le lettere perfette ma incerte se non  approssimative. Insomma: perché si scrive in uno....spillo?       


6.  Lo spillone non è un 'athyrma'. Il suo significato in nuragico. Il Djed e il sincretismmo sardo egiziano nel culto dei morti.

     Una risposta c'è è va, ancora una volta (26), ricercata nel primo requisito della 'griglia di Sassari'  il quale  ci dice che spesso nella scrittura nuragica bisogna calcolare ed esprimere foneticamente anche il valore o significato del supporto, dell'oggetto in cui insiste la scritta . Pertanto dovremo aggiungere al resto della scritta la parola 'spillone': spillone della forza (del potere) divino di gayni.  Se così è lo spillone non è un semplice  'athyrma' (27) e cioè un monile, un oggetto di metallo prezioso per ornamento della persona, ma un amuleto con funzioni magico -religiose; oggetto nel quale c'è riportato il nome di una persona divina, dalle prerogative e qualità divine. Si tenga presente che, a detta degli archeologi scopritori, lo spillone venne rinvenuto in una delle 'fossette ...interpretabili come luoghi di offerte votive che circondavano (28) alcune tombe, esplorate tra il 1990 -93 . Questo fatto tende a confermare che l'athyrma non è un athyrma  ma qualcosa di molto più significativo e che il minuscolo oggetto comprende due aspetti, a mio giudizio, molto chiari: quello dello spillone in sé, con significato cultuale funerario magico - simbolico di 'stabilità', di 'forza' e quello di consolidamento di quella forza attraverso la scrittura 'nascosta' contenente  il nome di un divino garante, di un figlio del Dio, intercessore per il 'BA' o l'anima del defunto (o dei defunti) anelante, dopo il giudizio favorevole del 'tribunale',  di poter vedere  con gioia la luce del Grande Padre. Per potere risorgere e vivere per l'eternità.
     Ma c'è un ulteriore non piccolo dettaglio dello spillone che riteniamo possa aggiungere solidità a quello che abbiamo sostenuto sinora.  Ognuno potrà notare che lo spillone nuragico si presenta nella parte 'femminile' (quella maschile ovviamente è la 'verga') con una forma molto peculiare che non può essere frutto del caso o espediente meramente decorativo dell'oggetto (v. fig 21) . In quello spillone, secondo me, non c'è niente di solo decorativo ed ogni spazio e parte di esso sono impegnati nel fornire valori fonetici (aspetto questo che ricorda tanto gli spazi 'pieni' dei sigilli di Tzricotu e dell'anello di Pallosu). Infatti, il disegno della 'capocchia' risulta pressoché identico a quello dei Djed egizi, ai cosiddetti 'pilastri' sacri formati da una parte superiore con quattro dischi o quattro 'coppe' o  quattro elementi quadrangolari disposti uno sopra l'altro e fermati o chiusi  da un' appendice più o meno accentuata (v. figg. 22-23 -24 -25). 

       Fig. 21                Fig. 22          Fig. 23                Fig. 24                               Fig. 25

 I djed o zed sono, come si sa,  uno dei simboli più 'forti' o significativi della religione egizia legata al culto dei morti. Ricorrono nei geroglifici delle tombe decine e decine di volte e vengono ritenuti dalla maggior parte degli egittologi come simbolo della colonna vertebrale del Dio Osiride  Per gli Egiziani, la 'spina' dorsale costituiva il luogo del fluido vitale, e simboleggiava la stabilità e la vita eterna (ḍdi, parola dalla quale ha origine la voce djed, significa appunto "essere stabile").
   Ora, non è chi non veda il perfetto rapporto concettuale che intercorre tra 'djed' - stabilità e 'spillone' - stabilità, fermezza. Per i nuragici lo spillone poteva quindi avere di per sé, con la forma egizia o non, nella varia e complessa simbologia funeraria, il significato di stabilità o di forza per  il cammino felice del defunto prima del quale il Dio (Anubi o altri che fosse) eseguiva il severo processo della piuma e del cuore. Ma perché detto processo avesse buon fine e il defunto potesse rivedere la luce, lo scriba forse su committenza,  aggiunge un ulteriore elemento di forza: il nome di un 'santo', di un figlio del Dio che potesse intercedere in nome del Padre. Ecco perché lo spillone riporta il nome di gayni , del 'divino' gayni, del  'santo'  gayni.
  Comprendiamo quindi che  lo spillone nuragico assolve, scritto com'è,  alla stessa precisa funzione protettiva e 'salvifica' dello scarabeo sardo-egizio che riporta il nome del faraone  Men -keper-re figlio di Ra e di yhh; scarabeo trovato (con un altro scarabeo ancora)  sul petto del defunto in una tomba nuragica di Monte Sirai (29). Un figlio di un dio, un grandissimo santo Faraone egizio nello scarabeo  e un grandissimo  'faraone'  o 'aba-y (padre eminente) sardo  nello spillone di Antas, anch'esso figlio del Dio, salvano e proteggono  nello stesso modo l'anima del trapassato.
  E non c'è da sorprendersi allora se gli egiziani davano, attraverso i suoi simboli più potenti, le fattezze umane del faraone (v. figg. 26 -27 -28) ai djed; perché il faraone sia da vivo che da morto incarnava la ' colonna vertebrale' divina della stabilità, della fermezza e della forza. Il Gayny sardo incarnava anch'esso la 'stabilità' del padre e da 'padre' terreno dio anche lui, da morto divinizzato, proteggeva i defunti nell' aldilà .
   Ci spieghiamo così il fatto che ancora oggi, a distanza di 3000 anni e più il santo nuragico, prestato alla religione cristiana, sia ancora venerato così intensamente con i 'gosos' e le feste in suo onore,  in tutta la Sardegna  E' cambiato da tanto tempo il momento storico, è cambiata da quasi duemila anni la religione ma non è cambiato affatto, per la devozione dei Sardi,  il santo che proteggeva  e faceva  miracoli perché esso è sempre santo e ancora, in qualche modo, figlio di Dio. E, aggiungiamo, 'quasi' (30) dello stesso dio, 'el  yhwh.   

   Fig. 26                                       Fig. 27                                             Fig. 28


Note ed indicazioni bibliografiche

1)       Zucca R., 2012, Storiografia della problematica della scrittura nuragica, in .Bollettino di Studi Sardi, Anno V, numero 5, dicembre 2012
2)       La mostra, inaugurata ufficialmente  il 28 Ottobre del 2011 (v. gianfrancopintore blogspot.com, 15.X. 2011), è attualmente visitabile in quanto voluta 'permanente' dall'Associazione Solene. Il pannello interessato alla presentazione e all' illustrazione del documento è il n. 14.
3)       Parole di Segni. L'alba della scrittura in Sardegna, a cura di M. Minoja con la collaborazione scientifica di C. Cossu, M. Migaleddu e Donatella Salvi (15 aprile -15 novembre 2011).
4)       V. R. Zucca, Il tempio di Antas, Delfino ed. Sassari 1989. 
5)       V. ancora R. Zucca, Il tempio di Antas, cit. pp. 33 -50.
6)       Per questo e i precedenti documenti si veda G. Sanna 2009, La stele di Nora. Il dio, il dono, il santo. The God, the Gift, the Saint: (trad. in inglese di Aba Losi),  PTM Mogoro,  pp. 91 - 93  e figg. 2-3-4. Va detto qui per inciso che anche il disegno centrale del vaso nuragico della cosiddetta  Capanna delle Riunioni del Nuraghe La Prisgiona di Arzachena, a nostro giudizio, intende alludere alle sei colonne del tempio fallico - taurino solare e lunare assieme (v. ancora G. Sanna, La stele di Nora, cit. p. 55).
7)        V. G.Sanna, La stele di Nora, cit. p. 93 fig.4 e didascalia.
8)       Il luogo non è ben specificato dal Bernardini. Si veda P. Bartoloni, In margine ad uno spillone con iscrizione da Antas, Sardinia, corsica et Baleares, 9 , 2011, p. 28.
9)       P. Bartoloni 2011, In margine ad uno spillone, ecc. cit. p. 28.
10)    Su ciò, ovvero sul giudizio estremamente negativo sulla conduzione e sulla caratura non scientifica del saggio del Bernardini,  v. Aba Losi, Lo spillone di Antas secondo Raimondo Zucca. Et al., in monteprama. blog (21. 4.2013).
11)    Accusa gravissima, quasi di 'imboscamento' dell'oggetto, dati i  vent'anni trascorsi  (se il reperto è degli inizi degli anni '90) o addirittura i trenta anni (se l'oggetto è del 1984, rinvenuto durante gli scavi della necropoli nuragica eseguiti da G. Ugas:  G. Ugas – G. Lucia, Primi scavi nel sepolcreto nuragico di Antas, in  AA V V, La Sardegna nel Mediterraneo tra il secondo ed il primo millennio a.C. , Cagliari 1987, pp. 255 e segg.  Di questo ritardo incredibile di pubblicazione nulla, naturalmente, si dice. Non una parola, nonostante la semplice considerazione che sin dal 1996, cioè dal momento della pubblicazione dei sigilli cerimoniali di Tzricotu di Cabras, dell'anello di Pallosu di San Vero Milis e via via di tutti gli altri documenti attestanti la scrittura nuragica, fosse balzata di prepotenza la 'quaestio' su di essa con accenti polemici fortissimi,  spinti sino alla categorica  'negazione' che essa potesse essere presente. Quello spillone nuragico scritto (con scrittura fenicia o altra che fosse) andava 'proposto' subito per un efficace e pronto ( e soprattutto sereno) dibattito scientifico!
12)    V. A. Losi, Lo spillone di Antas, ecc. cit. , in monteprama.blog (21. 4. 2013).
13)     A. Losi, ibidem. Prendiamo in prestito la sua tabella con la sola variante, per motivi di maggiore nostra chiarezza,  della distinzione analitica dell'ipotesi di Bernardini e di Ugas.
14)    V. la giusta contestazione e le obbiezioni puntuali del Bartoloni (In margine ad uno spillone, cit. p. 28) sul segno mem inesistente e, se anche esistente, mai rapportabile ad un mem di tipologia fenicia (se non, cosa del tutto 'improponibile', nell'alfabeto cosiddetto neopunico).  Risulta evidente il tentativo continuo del Bernardini ( che così procede per tutte le lettere!) di 'addomesticare', in qualche modo, il dato epigrafico per renderlo paleograficamente sostenibile e attendibile (cioè fenicio). Si cerca cioè di imporre la 'visione' soggettiva e ideologica dell'epigrafista rispetto al dato visivo oggettivo del documento. Si contravviene così ad una delle norme più categoriche della scienza epigrafica: il rispetto assoluto del testo tradito ( cf. M. Guarducci, L'epigrafia greca dalle origini al tardo impero, I.P.eZ.S, Roma 2005, p. 4). Non si possono tracciare segmenti arbitrari, unire linee e tratti per rendere 'leggibile' quello che non si riesce a leggere, non si può forzare su ciò che non si deve! Perché quella dell'intervento integrativo, soprattutto per gli alfabeti molto arcaici, è sempre un'operazione rischiosissima e qualora si attui deve essere eseguita con la massima cautela e risultare sempre molto giustificata.
15)    La yod è ad asta verticale (segno fallico) è uno dei tre modi fondamentali per notare la consonante semitica in nuragico.  Il secondo modo è quello  della 'Y' (quella che usiamo ancora noi dopo 3500 anni!) che può essere orientata in nuragico come si preferisce. Infine il terzo  modo, quello meno comune, è ad arco di luna nascente ( che si oppone alla consonante aspirata hē ad arco di luna calante). V. alfabeto fig.  10.
16)    V. G. Sanna, Sardōa Grammata, 'ag 'ab sa'an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, 12, 3.4, p. 512.; 12. doc. 11, p. 525.
17)    In particolare ciò riguarda la lettera 'yod' che nel documento di Pallosu sembrerebbe recenziore rispetto a Tzricotu . Sull'origine e l' antichità (presunta) della lettera di Pallosu si veda E. Attardo, La scrittura delle punte di freccia, in Litterae Caelestes, 2,  Center for Medioeval  and Renaissance Studies, UC Los Angeles, 2007, p. 184 (v. anche Considerazioni conclusive , ibidem p. 191).
18)     G.Sanna, Calligrafia e stile scrittorio. Tecnica micrografica; in Sardōa grammata, cit. 11, 7 pp. 437 – 442.
19)    Per il santo sardo da rapportare  al nome di un altro 'santo' nuragico e cioè Lephisy di Nora e, con ogni probabilità anche al 'santo' Bonargan  dello scarabeo di Tharros, v. G. Sanna 2009, La stele di Nora, cit. , cap. 3, pp. 88 -90; idem, Su 'carrabusu' de Tharros. Gan Ba'anar fizu de Horus pipieddu naschidu dae su frore 'e su loto (parte II), in gianfracopintore blogspot.com (27. 4.2012).  Per la 'storia' del santo, martire cristiano del IV secolo d.C., e del suo sempre florido culto nell'Isola, con santuari e chiese sparsi dappertutto ( Portotorres, San Gavino Monreale, Aidomaggiore, Borore, Elini, Gavoi, Mamoiada, Oniferi, Bono, Esporlatu, ecc.), si  veda soprattutto A. F. Spada, Storia della chiesa cristiana e dei suoi santi. Il primo Millennio. S'Alvure ed., Oristano, pp. 183 -188.
20)    V. M. G.Amadasi, Sulla formazione e la diffusione dell'alfabeto; in Scritture mediterranee tra il IX e il VII secolo a.C.. Atti del Seminario. Università degli Studi di Milano, Istituto di Storia Antica ( 23 -24 febbraio 1998), Edizioni ET Milano 1999, pp. 27 -51; Dibattito. Interventi sulla relazione Amadasi, pp. 127 -134 (interventi di Aloni, Amadasi, Poccetti, Cordano, Bagnasco, Pandolfini, Brugnatelli, Aspesi, Cassio, Lazzarini, Alfieri).
21)     E. Attardo, Litterae Caelestes, cit.  p. 158.
22)    G. Sanna, Le iscrizioni in alfabeto nuragico (protosinaitico e protocananaico) della capanna di Perdu Pes di Paulilatino; in Quaderni Oristanesi, 59/60, PTM ed. Mogoro , Aprile 2008, pp. 5 - 34.
23)    Vedi come es. la 'aleph centrale della stele di Nora (l. 5) preceduta dallo he' indicativo (cf. G.Sanna, La stele di Nora, cit. cap. 3, pp. 85 -86), nonché la stessa lettera  'aleph  nel cosiddetto 'ciondolo di Allai' (ib.,  pp. 61 - 65 e figg. 25 -26) sempre  con evidente valore logografico : 'abd + 'aleph  (servo del toro).
24)    V. G. Sanna, Sardōa  Grammata, cit. passim; in part. .cap. 4, pp. 75 - 179;  idem,  La stele di Nora, cit. cap. 3. p. 93,  fig. 4.
25)    E' questa una domanda che mi sembra che non si ponga nessuno degli epigrafisti archeologi, quasi che scrivere sulla superficie di uno spillone fosse prassi comune e riscontrabile in  altra documentazione, interna o esterna. Invece si focalizza l'attenzione solo sui 'segni' evidenti della scrittura,  resi del tutto ciechi dal concetto che 'oggi' si ha di scrittura che esclude dai significanti (e quindi dai significati) il supporto, ovvero la superficie sulla quale essi segni insistono.
26)    V. G.Sanna, Scrittura nuragica: ecco il sistema.Forse unico nella storia della scrittura; in Monti Prama, Rivista semestrale di cultura di Quaderni Oristanesi, n. 62, Dicembre 2011, pp. 25 - 38.
27)     P. Bartoloni, In margine ad uno spillone, ecc., cit. p. 27.
28)    P. Bartoloni, In margine ad uno spillone, ecc. cit. p. 27.
29)    V. M. Guirguis, S. Enzo, G. Piga, Scarabei dalla necropoli fenicia e punica di Monte Sirai. Studio crono-tipologico e archeometrico dei reperti rinvenuti tra il 2005 e il 2007, in Sardinia, Corsica et Baleares Antiquae, 7 (2009), pp. 101-116; A. Losi, Gli 'omini' di Amun negli scarabei sardi, in gianfrancopintore blogspot.com (16.3.2012); G. Sanna, Lo scarabeo di Monte Sirai. L'obelisco di Amun Ra e di Yhh Nl. Faraoni santi egiziani e 'padri' santi nuragici (parte I), in gianfrancopintore blogspot.com. (23. 4.2012).
30)    Il 'quasi' perché  di 'religio' cananaico- siriana e non ancora 'biblica' ebraica.