sabato 11 maggio 2013

Gli enigmi di Francesco:soluzione

di Francesco Masia

La composizione che vi ho proposto risale a molti anni fa (divagazioni lungo l’università, diciamo), quando risultò l’approdo (senza ambizioni e di fatto sterile) di una sorta di studio (o divagazione, appunto) sulle geometrie illusorie alla Escher, il maestro olandese delle distorsioni e delle costruzioni impossibili (Maurits Cornelis Escher, 1898-1972).
La trasformazione di una particolare figura mi ispirò, evidentemente, a immaginare quei piani artificiosamente spianati come righe pronte ad accogliere un testo.




Ogni piano, astrattamente autonomo, ricevette così un testo rispettoso dei vincoli dettati dagli spazi: tre brevi componimenti, ciascuno distribuito su 6 righe (4 periferiche, di cui 2 superiori che si incrociano  e 2 inferiori che pure si incrociano; e 2 centrali, che si incrociano anch’esse). Colorare i 3 piani secondo l’orientamento del testo su essi (ciascun piano/componimento di un diverso colore) mostrerà meglio la figura. Le righe si leggono “normalmente” (cioè il più normalmente possibile) da sinistra a destra su ciascuna riga e dalle righe superiori a quelle inferiori (passando per le righe centrali); delle righe che si incrociano deve leggersi  per prima quella ascendente (questa è la regola più arbitraria; è che tra le righe superiori quella ascendente inizia più a sinistra, per questo direi mi parve dovesse essere il punto di partenza).
In ragione degli spazi dettati dagli spigoli del solido e in ragione degli incroci su ciascun piano richiedenti la lettera O, i componimenti sono vincolati dallo schema:


O_ _ _ - _ _ _ O_ _ _ _
_ _ _ _O_ _ _ - _ _ _O
_ _ _ - _ _ _
_ _ _ - _ _ _
_ _ _ - _ _ _ - _ _ _O
O_ _ _ - _ _ _ - _ _ _


L’epitome è nata invece lungo questo gioco su Monte Prama, per suggerire (come già scritto nella discussione sul relativo post), con i suoi tre piani tracciati e colorati, che ogni piano appunto sostiene un testo. L’epitome, quindi, reca quelli che potrebbero essere i titoli dei tre componimenti della composizione principale (anch’essi, i titoli, vincolati da uno schema: _ _ _ _ O - O _ _ _ ).




Credo che il motivo per cui conservai tutto senza gettarlo fu che mi colpì e in qualche misura mi piacque l’unità dei tre pezzi, che in partenza non dovevo aspettarmi di raggiungere. Evidentemente il tutto, per quanto forzosamente compresso nello schema necessitato, non riusciva a non esprimere qualcosa di quel mio periodo.
È stato così che quando Aba mi ha chiesto un disegno per il post che avrebbe intitolato “De fusarola e altre questioni” mi è venuto in mente che quella vecchia composizione, sfrondata dalla geometria sottostante (come un reperto antico di cui rimangano le parti incise e non più quelle disegnate o colorate), poteva rappresentare un enigma adeguato al rebus della scrittura nuragica (a rebus). È stato troppo difficile, sappiamo adesso: mi scuso con quanti ci hanno perso del tempo senza soddisfazione, ma quanto al bicchiere mezzo pieno sono contento che il Prof. Sanna, generoso e leale, non sia stato superato (anche se questo non avrebbe dovuto significare un bel nulla).
Come in seguito l’epitome, anche la didascalia “monografemica” (la J) è nata espressamente per Monte Prama: è una sigla, la J (dallo schema di compitazione telefonica in Italiano), per Jolly, forma abbreviata dell’Inglese jolly joker (dai significati attinenti a scherzo, gioco, tranello, lusus); sarebbe anche (ma sono le cose che vengono in mente dopo, casuali e non necessarie, perfettamente inutili come tutto) la J di Jack, la Union Jack, la bandiera britannica che vede sovrapposte le sue tre croci (e qui mi fermo con la numerologia); soprattutto, però, è l’immagine (scrittura con?) dell’amo con cui (amorevolmente) speravo di catturare l’attenzione di voi tutti, certo, ma anzitutto del Prof. Sanna (immaginandolo in realtà non molto incline a perdere il suo tempo in tali futilità), che di nuovo ringrazio molto (se è tutto troppo cervellotico, cerchi di non volermene).
C’è infine un ulteriore indizio, in quella J, riservato a una persona che se mai ci si fosse cimentata non ce lo racconterà (mai dire mai).
Siccome, però, non sono un comico e voglio cercare di essere rispettoso, faccio quello che un comico non deve fare: anticipo, qui, che è umorismo da scuola media e, subito dopo, me ne scuserò.
L’indizio, dicevo (per chi lo sa vedere, in quella che a voi sembra solo una J), sono tre (tenui) barrette orizzontali che svelano trattarsi in realtà di una E: la E di Escher.
Quindi mi scuso, Prof. Zucca, spero sappia sorriderci anche lei. Le giuro che io (posso parlare per me, ma non sarò il solo a poterlo dire sinceramente) quella E la vorrei davvero capire (benché non si tratti in nessun caso della prova definitiva sulla scrittura nuragica); lei l’ha sostenuta davanti a tutti nella facoltà di Lettere, a Sassari (nessun mormorio in sala, la mia mano timidamente sollevata, sicuramente non vista), e io ancora mi dolgo di non averle saputo chiedere allora maggiori lumi.
Ma mi ha fatto tornare giovane: era un pezzo che non mi interrogavo sulla mia stupidità davanti a un Professore.

P.S.: è l’11 Maggio, Aba mi dice che il post (in attesa con altri da giorni) verrà pubblicato stasera. Da che le ho inviato la soluzione mi è capitato di farla vedere a un caro amico, che si era già molto sbattuto per venirne a capo (diffondendolo tra molti conoscenti che pure ci si sono spremuti, anche loro inutilmente); beh, l’ha presa un po’ male (ahi, brutto segnale per quello che potrà venire; ma forse solo gli amici intimi arrivano a dire tutto). In sostanza ha detto che quei versi, che addirittura ritiene probabile aver esaminato tra le varie combinazioni vagliate, sono più difficili a decifrarsi dello stesso solido impossibile, quindi non sarebbero una soluzione proponibile; lui pensava di trovare una citazione di qualche autore noto, magari (una traduzione da) Joice (per la J in didascalia), che aveva perso tempo a spulciare (trovandolo, il Joice, “più semplice di questa roba!”; è un caro e simpatico amico, che penso avrà la vostra solidarietà).
Questo mi fa pensare, da una parte (dall’altra, i suddetti brutti presentimenti), che il gioco era adatto al contesto ancor più di quanto avessi pensato: quando si esamina un antichissimo documento  sardo, cosa ci si aspetta di trovare? Cosa si cerca e cosa si è disposti ad accogliere? Questa composizione, guarda un po’, è scritta proprio da un sardo che, con lettere certo di un alfabeto imparato, nella lingua appresa, scrive cose sue, con un gusto suo. E dà abbastanza l’idea, questa composizione, che se un giorno qualcuno riuscisse mai a darne da solo la corretta interpretazione facilmente non verrebbe creduto, o verrebbe considerato un matto.
O un falsario.
Comunque, per non innervosire con versi che potrebbero rimanere (troppo) ermetici, eccone le prose.

Mesto odio
Oggi assopito / Ragionai meco / Non son per lei ora più caro / Odio sol mio

Triste contrarietà
Stamattina, non ancora ben sveglio, tra me e me riflettevo: la mia amata non prova più affetto per me. Per questo, ce l’ho solo con me stesso.

Lesto orco
Orme riposate  / Rincorri orso / Già tue con lei / Che eri uomo / Orco che sei

Affrettati, orco
Anziché continuare a chiuderti come un orso, affrettati a tornare sui passi già percorsi con lei, allora che eri aperto ed umano invece dell’orco che risulti essere ora.


Verso orse
Ogni incontro / Comporta meno / Pur chi sia / Che sta ben solo / Opra per ciò

Avvicinarsi tra persone chiuse
Più relazioni finite si hanno alle spalle, meno ogni nuovo incontro ci trova generosi , fiduciosi e disposti a farci coinvolgere (quindi, facilmente, poco o nulla ne ricaviamo). Nonostante questo, anche quando arriviamo a stare bene da soli qualcosa ci porta, ancora, ad adoperarci per incontrare nuove persone.