mercoledì 1 maggio 2013

I gruppi umani, gli scambi, l'agricoltura e l'arte pre-protostorica della Sardegna

di Marcello Cabriolu 

Attraverso precedenti studi[1] si è osservato come la Sardegna del Paleolitico Superiore abbia ricevuto apporti umani continui[2] in un periodo ben definito compreso tra il 36000 BP e il 15000 BP[3], sia da sia da parte di popolazioni stanziate nel sud della Francia e sui Pirenei che da gruppi umani, i quali, provenendo dal Medio Oriente, attraversarono l’Europa Centrale. 

In merito all’origine  dei popoli si sono compiuti studi genetici che hanno permesso di individuare una decina circa di “gruppi genetici” presenti in Europa[4]. Questi principali “gruppi genetici” incidenti per il 74% della popolazione sarda attuale sono gli aplogruppi I, R, G e J[5] di antichissima origine che ci confermano come la Sardegna, nel Paleolitico Superiore abbia ricevuto apporti umani da gruppi di individui formatisi, almeno per l’80%, nell’Europa Centrale, nella penisola Balcanica, nelle steppe euroasiatiche e nel Caucaso[6].


Da studi minuziosi condotti attraverso l’analisi del DNA del cromosoma Y di origine esclusivamente maschile e del DNA mitocondriale esclusivamente femminile, si è potuto isolare due famiglie genetiche in particolare, individuandone anche il loro relativo stanziamento: la “famiglia” genetica Eu8[7], individuabile in gruppi umani giunti in prossimità del Mediterraneo provenendo dall’Europa Centrale e la “famiglia” genetica Eu18 stanziata nell’arco franco-iberico[8]. In buona sostanza si può asserire che al momento della penetrazione nell’antico complesso sardo-corso entrambi i gruppi umani avessero un “background”artistico sia in manufatti mobiliari sia per quanto riguarda la produzione d’arte parietale. La “famiglia” genetica Eu8 era costituita da gruppi umani che crearono diverse statuette dette “Veneri” (Willendorf)[9], incisioni su difese di mammut e varie figure schematiche in avorio su cui compaiono numerose incisioni fusiformi lineari e geometriche[10]. Il gruppo umano appartenente alla “famiglia” genetica Eu18 fu quello che caratterizzò graficamente le grotte e i ripari dell’arco franco–cantabrico sin dal 30000[11] prima del presente, prima attraverso bande di tratti incisi e poi successivamente attraverso opere figurative sia mobiliari che parietali[12]. Tramite indagini e comparazioni si è constatato che durante lo spostamento di questi gruppi verso territori con clima favorevole, essi hanno occupato diversi spazi, che restituiscono ora numerose testimonianze relative all’attività artistica di quegli individui, come ad esempio le incisioni lineari (Riparo Mochi) e le “Veneri” rivenute nei Balzi Rossi, o ancora le incisioni astiformi nell’Isola d’Elba. Impressionante è l’accostamento della “Venere”denominata “Polichinelle”[13] (Balzi Rossi) con quella rinvenuta a Macomer in località S’Adde, tutt’ora in analisi per un doveroso inquadramento nel Paleolitico Superiore in considerazione delle tradizioni plastiche “paleolitiche” e delle comparazioni con esempi allogeni[14]. In merito alle incisioni lineari possiamo ricordare inoltre quelle rinvenute nella parete sinistra rispetto all’ingresso della Grotta Paglicci nel Gargano e sottolineare come tali motivi risultino frequenti nei contesti Epigravettiani[15] della penisola, tanto da supportare ulteriormente la proposta avanzata precedentemente[16] relativa alle numerose incisioni astiformi su pietra rinvenute nel territorio sardo. Assai discutibile è la situazione relativa al fatto che solamente nel contesto sardo – corso risultava assente ciò che caratterizza numerosi siti tardo – paleolitici della penisola e del continente in genere, quali incisioni e pitture parietali, nonostante ci siano più che validi presupposti per l’individuazione di essi. Alla luce degli scarsi rinvenimenti umani relativi al Paleolitico Superiore (limitati esclusivamente alla Grotta Corbeddu[17]), dovuti forse ad una lacuna nella ricerca, risulta ancora difficile considerare un popolamento indigeno protrattosi sin dal Paleolitico Inferiore e che esuli dalle esperienze artistiche dell’Europa Gravettiana. Come inverosimile appare un improvviso exploit nel traffico dell’ossidiana a partire dal Neolitico Antico[18]senza che si tenga conto dell’eventuale distribuzione durante il Paleolitico. Oltretutto entra in gioco un’altra considerazione relativa alla biogeografia della Sardegna o se si preferisce alcune riflessioni sul sistema bio-geografico che lega il complesso Sardo – Corso con la Toscana marittima. Durante il Paleolitico Medio (300000-40000 BP)[19] si estingue la tipologia faunistica denominata “Nesogorale”, formata da un’associazione sbilanciata composta da mammiferi di piccola taglia, in cui i grandi mammiferi sono rappresentati dal Nesogoral Melonii e dal Sus Sondaari, rispettivamente un caprino e un maiale[20], che convivono con ilMacaca maiori e il Prolagus Sardus. Le ridotte dimensioni della fauna sono dovute al fatto che questa tipologia sopravvive da parecchio tempo[21] sul complesso Sardo-Corso ed ha perciò sviluppato caratteri endemici. Infatti l’unica specie indenne alla “miniaturizzazione” che non perde l’attitudine alla corsa è il Nesogoral, forse per la presenza del Chasmaporthetes melei, una iena, probabilmente l’unico predatore degno di nota[22]. Tra le cause dell’estinzione della fauna nesogorale potremmo considerare il mancato adattamento a condizioni climatiche più fredde (valido soprattutto per Macaca maiori), la competizione con i nuovi venuti e l’introduzione di un nuovo grande predatore[23]. Chi sono i nuovi venuti? Il nuovo apporto faunistico è inquadrato come “Tyrrenicola”, di cui fanno parte Tyrrenicola henseli, un piccolo topo; il Megaceros cazioti, un cervo di probabile derivazione dal Megaceros verticornis del continente; il Cynotherium sardous, uno sciacallo o un lupo; e il Mammuthus lamarmorai; mentre della vecchia fauna sopravvive solamente il prolago. La fauna “Tyrrenicola” manifesta, a differenza della “Nesogorale”, scarsità di forme endemiche nane insulari, a parte il Mammuthus lamarmorai alto circa 150 cm, che a differenza degli elefanti nani presenti nelle altre isole del Mediterraneo, attribuiti a paleoxodontini,  è l'unico mammuth nano del bacino del Mediterraneo[24]. Come mai la fauna “Tyrrenicola” non sviluppa elementi di endemismo al contrario di quella “Nesogorale”? La mancata evoluzione della fauna “Tyrrenicola” verso forme di nanismo insulare è forse legata al contemporaneo arrivo di nuove forme di vita dal continente e di un grande predatore che per il solo fatto di cacciare e nutrirsi delle due faune insulari, ha contribuito fattivamente a determinare l’estinzione della fauna “Nesogorale” e impedire alla fauna “Tyrrenicola” di evolversi verso le forme nane[25]. Quali predatori potrebbero aver generato questa situazione? L’unico noto allo stato fossile, tra i nuovi , è il Cynotherium sardous , non idoneo però ad esercitare un tale abbattimento della fauna “Nesogorale”  ed un controllo di quella “Tyrrenicola”. L’ipotesi più convincente è che tra gli elementi della nuova fauna “Tyrrenicola” si sia inserito anche  un uomo pleistocenico, dato che in termini biogeografici la Sardegna dal Pleistocene medio all’Olocene diventa una sorta di Isola oceanica che vede successivamente l’aumento dell’impatto antropico del Neolitico e post-Neolitico spazzare via tutte le originali tassonomie endemiche[26]. Gettate le basi per un’ipotesi di popolamento nel Paleolitico, a questo punto la domanda nasce spontanea: cosa ha fatto del complesso Sardo – Corso, separato da un tratto di mare dal resto del continente, un territorio così attraente rispetto al Sud della Penisola facilmente raggiungibile? Credo che innanzitutto si debba tener conto delle condizioni climatiche e in particolar modo delle temperature marine ma soprattutto di quelle percepite, cariche di umidità, in prossimità delle coste. Uno studio relativo all’Ultimo Massimo Glaciale (circa 18000 BP) ci mostra come gran parte della penisola, se non tutta, risenta ancora di una temperatura non piacevole delle acque (7-9°C) mentre il complesso Sardo-Corso veda delle condizioni più miti nella stagione invernale (9-11°C) e abbastanza tiepide (17°C) nella stagione estiva[27]. Questo dato, sicuramente da non trascurare, è correlato al fatto che nel meridione della penisola avvenga, tra l’Ultimo Massimo Glaciale e la fine della Glaciazione, una dispersione, attraverso una sorta di barriera filtrante come potrebbe essere una parziale emersione del fondale o un sistema di lagune, di mammiferi continentali grandi e piccoli. Nel meridione, Sicilia compresa, scompaiono i grandi predatori, gli elefanti, i daini e le piccole tassonomie endemiche, forse per via del deterioramento climatico e per l’arrivo di piccoli predatori quali la volpe e la mustela[28]. Si può considerare, con un buon margine di sicurezza, che il complesso Sardo – Corso fosse attraente per diversi elementi relativamente importanti per le popolazioni preistoriche: ovvero per l’ossidiana, la selce, la nefrite, la steatite e il sale[29]. Tuttavia, a causa di carenze nelle ricerca che colmate potrebbero rivelare ben altri orizzonti, siamo portati a considerare che nell’area del Mediterraneo centro – occidentale l’uso dell’ossidiana si sia diffuso durante il Neolitico Antico[30], sebbene risultino dei singoli manufatti rinvenuti in contesti Epigravettiani[31]e di fine Paleolitico. Mentre per il settore orientale dell’Europa il prodotto vulcanico, proveniente dai Carpazi, risulta attestato sin dall’Aurignaziano (35000 BP circa), addirittura nell’area del Caucaso i rinvenimenti potrebbero essere riconducibili all’industria Acheuleana[32]. A questo punto è d’obbligo evidenziare che, attraverso lo studio dei modelli distributivi del Mediterraneo occidentale, in un contesto di studi e analisi che vedono la distribuzione dell’ossidiana sarda prevalentemente per vie terrestri seguendo l’arcipelago toscano, si è individuata un’esportazione del prodotto sardo sin nel Sud della Francia[33]. E’ doveroso inoltre sottolineare questo elemento sia per il fatto che il prodotto potesse arrivare nell’arco Franco – Iberico via terra toccando i medesimi siti correlazionati per arte rupestre con la Sardegna Paleolitica, sia per il fatto che potesse giungervi via mare aperto (circa 150 km tra Corsica e la Costa Azzurra) sottintendendo una capacità marinaresca di gran lunga superiore di quanto la maggior parte degli studiosi è disposta ad attribuire ai marinai neolitici. Come è altrettanto doveroso sottolineare la presenza di giacimenti di selce[34] nel Sud della Francia, indizio che alimenta le riflessioni legate allo stanziamento mirato dei gruppi umani paleolitici in particolari contesti dove il relativo home range era in grado di fornire diverse risorse. Non a caso in questo studio come nel precedente lavoro[35]si è sottolineato come le medesime famiglie genetiche, affacciandosi al Mediterraneo, calchino i medesimi siti tra il Sud della Francia, la Liguria, la Toscana e, attraverso il ponte pelagico toscano, il complesso Sardo – Corso, lasciando le medesime tracce antropiche probabilmente in una continua ricerca delle medesime risorse: cacciagione, selce, ossidiana. Nonostante la distribuzione del prodotto di Monte Arci avvenga nell’Italia settentrionale, lo stesso non si può dire per la penisola balcanica dove la supposta distribuzione in Bosnia[36], non suffragata da prove distribuzionali, è stata avanzata a seguito di una confusione nell’analisi a causa di una marcata somiglianza con il prodotto proveniente dall’Anatolia[37]. Tutte queste elaborazioni e relazioni, proposte da vari studiosi, sottostanno comunque ad una regola ferrea a cui non si poteva ovviare: nel Paleolitico Superiore e nel Neolitico Antico non esisteva ancora la ruota[38], tantomeno si impiegavano animali da carico[39], perciò la distribuzione dei materiali avveniva unicamente tramite trasporti umani. In virtù di ciò le quantità distribuite volta per volta dovevano essere sicuramente esigue e proporzionate a quanto i trasportatori, forse per diverse centinaia di chilometri[40], potevano sopportare, il che ovviamente era ancora subordinato alla quantità di materiale estratto. Ecco forse la chiave di volta che spiega lo spostamento di masse umane, e quindi di famiglie genetiche, verso il complesso Sardo – Corso: la necessità di approvvigionare il materiale, di cui si faceva più uso in epoca arcaica, direttamente alle fonti. Necessità nata magari per sopperire alla carenza del prodotto e, date le caratteristiche e il comune impiego dei taglienti, al relativo calo delle prede cacciate conseguentemente alla diminuzione degli strumenti ricavati con le ossidiane. In un’Europa continentale dove i rigori dell’Ultimo Pleniglaciale fecero variare i complessi faunistici, gli uomini non potevano permettersi di rimanere senza armi per cacciare il poco sostentamento rinvenibile: ecco perciò che probabilmente decisero di spostarsi più a Sud per trovare condizioni migliori, maggior numero di prede e possibilità di accedere alle fonti di selci e ossidiane. Tale elaborazione infatti correla l’uso e la distribuzione dell’ossidiana dei Carpazi sin dal Paleolitico Superiore e successivamente, alla luce degli attuali studi, l’impiego del prodotto proveniente dalle isole. Alcuni studi legano ciò alla considerazione che avrebbe più senso, per i siti padani, un approvvigionamento dai trasporti tramite cabotaggio lungo le linee di costa tirreniche anziché dal trasporto attraverso le aree montuose dell’interno[41], ma ricordiamo che per l’approvvigionamento di selce e di pietra verde fu data preferenza all’attraversamento alpino. Ed ecco che alcuni studi introducono e cercano di tenere conto, nel mantenimento e nell’instaurazione dei rapporti di scambio, il rispetto dell’etnicità e il mantenimento dei legami di sangue come fattori significativi nella creazione di partners preferenziali[42]. La considerazione dell’identità dei gruppi e la supposizione di sforzi al fine di mantenere delle relazioni di parentela tra partners di scambio[43] potrebbe essere una chiave per capire le motivazioni di un’integrazione tra componenti di diverse “famiglie genetiche” congiuntesi sulle sponde del Mediterraneo[44]. Ecco perché ora si vanno a considerare le culture mesolitiche e neolitiche in rapporto ad alcune “famiglie genetiche”. Le regioni occidentali – atlantiche, del Mediterraneo nord-occidentale, l’area padana e la penisola in generale mostrano nel Mesolitico una certa omogeneità culturale che gli studi inquadrano come caratterizzata da un’entità tassonomica detta Sauvetterriana o anche Tardenoisiana[45]. Altri studi invece smembrano questo insieme dividendolo in culture diverse caratterizzate ciascuna da famiglie genetiche ben precise e talvolta coincidenti[46]. La cultura Tardenoisiana viene individuata in un’area che comprende attualmente i Pirenei, la Francia, la Germania e parte dell’Europa Centrale ed è caratterizzata da gruppi umani appartenenti all’aplogruppo I, subclade I2 e I2a. La penisola italiana e il complesso Sardo – Corso invece vengono descritti come caratterizzati dalla Cultura della Ceramica cardiale imputabile a gruppi umani contraddistinti geneticamente dagli aplogruppi G, subclade G2a, e I, subclade I2a e E-V13. Chiaramente le aree di contatto tra le culture mostrano un amalgama verosimilmente sia genetico che tassonomico che in seguito sfocerà nella cultura megalitica. Questo fattore ci supporta nel considerare almeno a grandi linee un patrimonio di conoscenze e culturale quasi unico per tutta questa area geografica, consolidato dai legami di sangue (I2a) originatisi nel Paleolitico Superiore[47]. L’aplogruppo I2a rappresenta infatti la diretta discendenza patrilineare degli uomini vissuti nell’Occidente Europeo durante il Paleolitico Superiore[48], accostando le popolazioni dell’Europa occidentale con quelle Balcaniche e delle Alpi Dinariche, e i Sardi con le popolazioni Iberiche e delle isole Britanniche. Quando nasce la Cultura della Ceramica Cardiale? Secondo la genetica questo avviene quando le popolazioni della vecchia Europa vengono a contatto con agricoltori e pastori medio orientali caratterizzati da un Y-DNA dei gruppi G2 ed E-V13. L’aplogruppo G, che accomuna Inghilterra, Mediterraneo occidentale e orientale manifesta tutt’ora, nella popolazione sarda, un’incidenza che va dal 20-40%, forse tra le percentuali più alte del Mediterraneo[49]. Questo dato risulta importantissimo in quanto per i ricercatori pone un preciso riferimento negli eventi preistorici dell’Europa occidentale. Con un buon margine di sicurezza si può dichiarare che i gruppi umani sardi del Neolitico Antico (5800-5300 a.C), forse attraverso gli scambi di selce, nefrite, ossidiana e sale, furono i primi agricoltori dell’Europa occidentale o concorsero per primi a diffondere l’agricoltura nell’Europa occidentale[50]. I primi ricettori della rivoluzione neolitica, di conseguenza, sono parsi infatti tutti quei contesti terrieri che contornano il complesso Sardo-Corso: l’arco iberico-franco-ligure-toscano e l’immediato Nord Africa del Tell Atlas e delle Aures Mountain[51], aprendo una porta culturale[52] che in seguito lascerà spazi a scambi commerciali e culturali. Gli studi di settore individuano persino due percorsi di diffusione dell’agricoltura all’interno dell’Europa, contemporanei[53] all’arrivo della rivoluzione neolitica nelle coste continentali: il primo segue il bacino fluviale del Rodano, la regione di Glozel e parte del bacino fluviale del Reno; il secondo si snoda lungo il bacino dei fiumi Garonna e Dordogna e giunge addirittura alle propaggini meridionali della Bretagna seguendo il bacino della Loira[54]. Ed è proprio lungo questi percorsi che verosimilmente si può credere che i Sardi, tra la distribuzione dell’ossidiana, lo scambio di selce e l’approvvigionamento di altri prodotti abbiano diffuso l’agricoltura nell’Europa occidentale[55] attraverso una serie di migrazioni verso la Penisola o svariate tratte inserite nelle reti dei traffici. A questa conclusione ci portano i recenti studi proposti a seguito delle analisi condotte sulla Mummia di Similaun i cui risultati sulle componenti genetiche rivelano una stretta parentela con le genti sarde stanziate sulla penisola (non giunte attraverso “recenti” migrazioni dalla Sardegna), inserite e “molto vicine” geneticamente alle popolazioni poste nella regione Alpina meridionale di 5000 anni fa[56]. Cosa accadde geneticamente nell’Europa Occidentale contemporaneamente all’introduzione dell’agricoltura probabilmente operata dai Sardi? Si può osservare che le regioni indicate precedentemente si ritrovano omogenee dal punto di vista “sanguineo” mostrando infatti, dalla Bretagna fino al Reno, dalla Loira sino all’Atlante orientale passando per le Baleari e il complesso Sardo-Corso, la presenza dei gruppi umani distinguibili in aplogruppi I2, I2a, I2b G2a, E1b, E-V13[57]. Proprio in questo momento è corretto considerare l’identità dei gruppi e i loro sforzi finalizzati al mantenimento delle relazioni di parentela tra partners di scambio[58] quale chiave di lettura per capire le motivazioni di integrazione tra componenti di diverse “famiglie genetiche” distribuitesi sulle sponde del Mediterraneo. Dal bacino della Loira (in generale viene considerato così il Nord-ovest della Francia) si osserva la nascita della Cultura Megalitica (V millen. a.C.) e della copertura a corbellatura[59], con successivo irradiamento culturale alle regioni correlate da scambi commerciali. Questa considerazione meriterebbe un’ampia revisione che spieghi come mai la diffusione dell’agricoltura giunga dalla Sardegna alla Bretagna in circa 500 anni e il Megalitismo e la corbellatura si irradino, seguendo il percorso inverso, in 2000 anni[60] (III millen. a.C.), anziché considerare un eventuale contatto preferenziale dato dai legami di sangue tra le rispettive popolazioni[61]. Si è evidenziata questa considerazione per ribadire che per alcuni studiosi la comparsa e la diffusione dei megaliti, in qualche modo legata all’elemento marino[62], segna l’inizio dell’agricoltura[63], ed è in virtù di ciò che ci si chiede dove, e per opera di chi, sia effettivamente nato il Megalitismo. Ed è proprio in base ai legami di sangue e alle affinità e predisposizioni culturali che, andando ad analizzare le evidenze rinvenute, si cerca di sviluppare lo studio relativo all’arte parietale e mobile che compare nel Mediterraneo Occidentale.

[1] Marcello CABRIOLU 2013, Buon sangue non mente – Il Paleolitico in Sardegna, http://www.academia.edu/2363851/Buon_sangue_non_mente_-_il_Paleolitico_in_Sardegna
[2] E. Sanna, Nella Preistoria l’origine dei Sardi, CUEC, Cagliari 2009, pag 21
[3] E. Sanna, Nella Preistoria l’origine dei Sardi, CUEC, Cagliari 2009, pag 22; L. VARESI, M.MEMMI, M.C.CRISTOFARI, G.E MAMELI, C.M. CALO’, G.VONA (2000) Mitochondrial control region sequenze variation in the Corsican population, France, American Journal of Human Biology, 12:339-351; O. NIOI, La Sardegna è anche un’isola genetica, in Lacanas 45, IV 2010 pag.104-107
[4] O. NIOI, Genetica dell’Europa e Megalitismo: un collegamento ormai incontestabile, in Lacanas 40, V 2009 pag.104-106
[5] http://www.eupedia.com/europe/european_y-dna_haplogroups.shtml
[6] O. NIOI, La Sardegna è anche un’isola genetica, in Lacanas 45, IV 2010 pag.104-107
[7] Semino, O., Passarono, G., Oefner, P.J., Lin, A.A., Arbuzova, S., Beckman, L.E., De Benedictis G., Francalacci, P., Kouvatsi, A., Limborska, S., Marcikiæ, M., Mika, A., Mika, B.,Primorac, D., Sanrachiara-Benerecetti, A.S., Cavalli-Sforza, L.L., Underhill, P.A., 2000,The genetic legacy of Paleolithic Homo sapiens sapiens in extant Europeans: a Ychromosome
perspective. Science, 290: 1155-1159
[8] Sanna, E., Iovine, M. C., Calò, C. M., 2006, La deriva genetica ed il flusso genico interno hanno condizionato
l’attuale struttura biologica della popolazione sarda? Antropo, 12, 43-52. www.didac.ehu.es/antropo; E. Sanna, Nella Preistoria l’origine dei Sardi, CUEC, Cagliari 2009, pag 21; Semino, O., Passarono, G., Oefner, P.J., Lin, A.A., Arbuzova, S., Beckman, L.E., De Benedictis G., Francalacci, P., Kouvatsi, A., Limborska, S., Marcikiæ, M., Mika, A., Mika, B.,Primorac, D., Sanrachiara-Benerecetti, A.S., Cavalli-Sforza, L.L., Underhill, P.A., 2000,The genetic legacy of Paleolithic Homo sapiens sapiens in extant Europeans: a Ychromosome
perspective. Science, 290: 1155-1159
[9] Colin RENFREW, Paul BAHN, ARCHEOLOGIA – Teorie, Metodi, Pratica, Editrice Zanichelli, Bologna 2005, pag.352
[10] Alberto BROGLIO, Introduzione al Paleolitico, Editori LATERZA, Roma – Bari 2006, pag.262 tav IV
[11] Colin RENFREW, Paul BAHN, ARCHEOLOGIA – Teorie, Metodi, Pratica, Editrice Zanichelli, Bologna 2005, pag.350
[12] Alberto BROGLIO, Introduzione al Paleolitico, Editori LATERZA, Roma – Bari 2006, pag.243
[13] Margherita MUSSI, Earliest Italy An Overview of the Italian Paleolithic and Mesolithic, Kluwer Academic Publishers, 2002 New York, pag. 260 fig. 6.20.b
[14] Margherita MUSSI, Earliest Italy An Overview of the Italian Paleolithic and Mesolithic, Kluwer Academic Publishers, 2002 New York, pag. 332
[15] Margherita MUSSI, Earliest Italy An Overview of the Italian Paleolithic and Mesolithic, Kluwer Academic Publishers, 2002 New York, pag. 264
[16] Marcello CABRIOLU 2013, Buon sangue non mente – Il Paleolitico in Sardegna, uhttp://www.academia.edu/2363851/Buon_sangue_non_mente_-_il_Paleolitico_in_Sardegna
[17] Il rinvenimento di una falange supposta come umana nelle Grotta Nurighe nel comune di Cheremule è stato recentemente rivisto e confrontato con diversi rinvenimenti relativi a Neanderthal, Australopiteci e Homo Sapiens sapiens dando esito negativo. Il successivo confronto con resti faunistici ha rivelato l’assoluta estraneità al genereHomo e l’appartenenza del reperto alla famiglia degli avvoltoi accitipridi (Francesco Mallegni, Antonio Serra, Luciano Trebini, Barbara Wilkens, La falange nella grotta di Nurighe presso Cheremule: revisione e nuove informazioni, inSardinia, Corsica ET Baleares antiqvae An International Journal of Archaeology ix , 2011 pisa · roma, FABRIZIO SERRA EDITORE mmXII
[18] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[19] Alberto BROGLIO, Introduzione al Paleolitico, Editori LATERZA, Roma – Bari 2006, pag.45, fig. 9
[20] Walter LANDINI, Biogeografia storica delle isole del Mediterraneo, Dispensa AA 2010-2011per l’Esame di Paleontologia, Università di Pisa, Corso di laurea in scienze geologiche.
[21] Questa fauna comprendeva: elementi autoctoni, presenti al distacco del blocco sardo – corso dall'Europa, nuovi arrivati durante la crisi di salinità del Messiniano, elementi della fase Capu Mannu-Mandriola.
[22] Walter LANDINI, Biogeografia storica delle isole del Mediterraneo, Dispensa AA 2010-2011per l’Esame di Paleontologia, Università di Pisa, Corso di laurea in scienze geologiche
[23] Walter LANDINI, Biogeografia storica delle isole del Mediterraneo, Dispensa AA 2010-2011per l’Esame di Paleontologia, Università di Pisa, Corso di laurea in scienze geologiche
[24] Walter LANDINI, Biogeografia storica delle isole del Mediterraneo, Dispensa AA 2010-2011per l’Esame di Paleontologia, Università di Pisa, Corso di laurea in scienze geologiche
[25] Walter LANDINI, Biogeografia storica delle isole del Mediterraneo, Dispensa AA 2010-2011per l’Esame di Paleontologia, Università di Pisa, Corso di laurea in scienze geologiche
[26] Walter LANDINI, Biogeografia storica delle isole del Mediterraneo, Dispensa AA 2010-2011per l’Esame di Paleontologia, Università di Pisa, Corso di laurea in scienze geologiche
[27] Jordi SERANGELI, Michael BOLUS, Europe during the Last Glaciation: Differences in perception North and South of the Alps, Hugo Obermaier Society. 49th Annual Meeting in Trento (10th - 14th of April, 2007), Preistoria Alpina, 44 (2009): 9-15, Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento 2009
[28] Walter LANDINI, Biogeografia storica delle isole del Mediterraneo, Dispensa AA 2010-2011per l’Esame di Paleontologia, Università di Pisa, Corso di laurea in scienze geologiche
[29] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[30] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[31] Robert H. TYKOT (1999): Islands in the Stream. Stone Age Cultural Dynamics in Sardinia and Corsica, in Social Dynamics of the Prehistoric Central Mediterranean, pp. 67-82.
[32] SORESSI M., DIBBLE H.L. (2003): Multiple approaches to the Study of Bifaccial Technologies, Philadelphia, 2003.
[33] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[34] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[35] Marcello CABRIOLU 2013, Buon sangue non mente – Il Paleolitico in Sardegna, http://www.academia.edu/2363851/Buon_sangue_non_mente_-_il_Paleolitico_in_Sardegna
[36] Piero CERULEO, NUOVI ELEMENTI SULLE VIE DELL’OSSIDIANA DALLE ISOLE AL CONTINENTE E SUL CASO DELLA SABINA E DELLA VALLE DELL’ANIENE, Annali 2007, pag 103
[37] O. WILLIAMS – THORPE (1995) Obsidian in the Mediterranean and the near East: a provenancing succes story, Archaeometry 37, p.217-248
[38] Si presume sia stata inventata in Mesopotamia nel V millennio a.C. come componente di un tornio da vasario
[39] Anche in merito alla domesticazione di animali da impiegare come bestie da carico non si hanno notizie se non successivamente alla rivoluzione neolitica.
[40] Piero CERULEO, NUOVI ELEMENTI SULLE VIE DELL’OSSIDIANA DALLE ISOLE AL CONTINENTE E SUL CASO DELLA SABINA E DELLA VALLE DELL’ANIENE, Annali 2007, pag 108
[41] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[42] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[43] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[44] Marcello CABRIOLU 2013, Buon sangue non mente – Il Paleolitico in Sardegna, http://www.academia.edu/2363851/Buon_sangue_non_mente_-_il_Paleolitico_in_Sardegna
[45] Alberto BROGLIO, Introduzione al Paleolitico, Editori LATERZA, Roma – Bari 2006, pag.267
[46] http://www.eupedia.com/europe/neolithic_europe_map.shtml
[47] http://www.eupedia.com/europe/Haplogroup_I2_Y-DNA.shtml
[48] http://www.eupedia.com/europe/Haplogroup_I2_Y-DNA.shtml
[49] http://www.eupedia.com/europe/Haplogroup_G2a_Y-DNA.shtml
[50] http://www.eupedia.com/europe/Haplogroup_G2a_Y-DNA.shtml
[51] Curioso sottolineare come a levante della foce del Rodano si individui un massiccio montuoso denominato Massif de Maures, le popolazioni stanziate nell’Atlante centro orientale si riconoscano come Mauri e Kabili, e i Sardi si riconoscano goliardicamente come Maurri e Gabili. Probabilmente la toponomastica e l’etnonomastica si possono considerare in maniera affidabile parecchio tempo dopo rispetto al Neolitico Antico ma la presenza di questi elementi, secondo chi scrive, non è un dato da scartare a priori.
[52] La diffusione dell’agricoltura in queste terre è data in una forbice temporale compresa il 5300 a.C. e il 4800 a.C.
[53] Anche in tutte queste aree è indicata la stessa finestra di tempo per la diffusione dell’agricoltura 5300-4800 a.C.
[54] http://www.eupedia.com/europe/Haplogroup_G2a_Y-DNA.shtml
[55] http://www.ashg.org/2012meeting/abstracts/fulltext/f120123058.htm
[56] M. Sikora1, M. Carpenter1, A. Moreno-Estrada1, B. M. Henn1, P. A. Underhill1, I. Zara2, M. Pitzalis3, C. Sidore3,4,5, F. Reinier2, M. Marcelli2, A. Angius3,4, C. Jones2, T. T. Harkins6, A. Keller7,8, A. Zink9, G. Abecasis4, S. Sanna3, F. Cucca3, C. D. BustamanteOn the Sardinian ancestry of the Tyrolean Iceman. 1) Department of Genetics, Stanford University, Stanford, CA, USA; 2) CRS4, Center for Advanced Studies, Research and Development in Sardinia, Parco Scientifico e Tecnologico della Sardegna, Pula, Italy; 3) Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica (IRGB), CNR, Monserrato, Italy; 4) Center for Statistical Genetics, Ann Arbor, University of Michigan, MI, USA; 5) Università degli Studi di Sassari, Dip. Scienze Biomediche, Sassari, Italy; 6) Genome Sequencing Collaborations Group, Life Technologies, Beverly, MA, USA; 7) Department of Human Genetics, Saarland University, Homburg, Germany; 8) Siemens Healthcare, Erlangen, Germany; 9) Institute for Mummies and the Iceman, EURAC research, Bolzano, Italy  “Our results show that the Tyrolean Iceman was not a recent migrant from Sardinia, but rather that among contemporary Europeans, Sardinians represent the population most closely related to populations present in the Southern Alpine region around 5000 years ago”
[57] http://www.eupedia.com/europe/neolithic_europe_map.shtml
[58] Robert H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Central and Western Mediterranean–“Journal of Mediterranean Archaeology, vol. 9(1), 1996
[59] Giacomo PAGLIETTI, La copertura a corbellatura nei monumenti preistorici dell’area occidentale euro mediterranea, in Ricerche e confronti 2006, Giornate di studio di archeologia e storia dell’arte, Cagliari 2001 pp. 91-106
[60] Giacomo PAGLIETTI, La copertura a corbellatura nei monumenti preistorici dell’area occidentale euro mediterranea, in Ricerche e confronti 2006, Giornate di studio di archeologia e storia dell’arte, Cagliari 2001 pp. 91-106
[61] http://www.eupedia.com/europe/Haplogroup_I2_Y-DNA.shtml “I2a1a (M26, L158, L159.1/S169.1) was known as I1b2 until 2005, I1b1b in 2006-7, and I2a1 from 2008 to 2010. It is found chiefly among the Sardinians and the Basques, and is rarely found outside Iberia, Western France, the West coast of Italy and the Mediterranean coast of the Maghreb. It accounts for approximately 40% of all Y-DNA haplogroups among the Sardinians. I2a1a is estimated to be 8,000 years old.”
[62] Colin Renfrew,[1973], Before Civilization. The Radio-carbon Revolution and Prehistoric Europe, Harmondsworth, Penguin Books, pag 138-157 ; 1973 [trad. it., L’Europa della Preistoria, Roma - Bari, Laterza, 1987]; Mirella Cipolloni Sampò,[1990], Dolmen. Architetture preistoriche in Europa, Roma, De Luca Edizioni d’Arte, pag 22 1990; James Hibbs, [1983], The Neolithic of Brittany, in C. Scarre (ed.), Ancient France. Neolithic Societies and their Landscape, 6000-2000 BC, Edinburgh, Edinburgh University Press, pp. 271-323
[63] Jean L’Helgouac’h, [1996], I megaliti d’Europa, in J. Guilaine - S. Settis (eds.), Storia d’Europa, vol. II,
Preistoria e antichità, tomo I, Torino, Einaudi, pp. 213-248