giovedì 27 giugno 2013

Il rame

di Giorgio Valdès

L’introduzione della lavorazione del rame in Sardegna si fa risalire al 2800/2700 a.C. circa e pertanto in corrispondenza della fine del neolitico recente e della cultura di Ozieri.
I Pelasgi chiamavano il rame pacur o bacur, parole che non presentano alcuna affinità con il termine sardo ràmini o con quelli in uso tempo fa, come: ràmine, arramini, ramu (dal vocabolario del canonico Giovanni Spano), ma che possono invece ricollegarsi alla parola tardo latina cuprum (precedentemente chiamato aes), che rimanda all’isola di Cipro, uno dei più importanti luoghi di estrazione, talché i romani usavano chiamare il metallo proveniente da quell’isola come aes cyprium o aes cuprum.
E’ opinione diffusa, specie tra i cultori del “classicismo ad ogni costo”, che la parola rame origini dal latino parlato aramen, a sua volta derivato dalla citata parola aes.
Ma a parte la radice aes, da dove è saltato fuori il suffisso ramen?
Non solo, ma è credibile che i sardi, i quali conoscevano questo metallo e la sua lavorazione quanto meno dagli inizi del terzo millennio a.C., non gli avessero assegnato alcun nome, aspettando che fossero i latini ad attribuirglielo, più di 2000 anni più tardi ?

Si tratta ovviamente di una tesi poco verosimile e quindi, per prospettare un’ipotesi più realistica sull’origine del vocabolo, occorre fare una piccola digressione, osservando che nello stesso periodo della presunta comparsa in Sardegna di questo metallo, in Egitto terminava il periodo predinastico ed iniziava quello dell’Antico Regno  (III dinastia).
Con la terra dei faraoni i nostri antichi naviganti avevano stabilito frequenti contatti, che probabilmente risalivano a qualche migliaia d’anni prima (i sardi navigavano per commerciare ossidiana almeno a decorrere dal VI millennio a.C.), al punto che, come afferma lo studioso Antonio Bonifacio riprendendo le considerazioni del celebre egittologo sir Wallis Budge, nei Testi delle Piramidi si parla quasi ossessivamente dell’isola della creazione, situata nel bell’occidente, luogo da cui provenivano i primi re stellari egizi.

E’ quindi assolutamente ragionevole ipotizzare che la parola sarda ramini possa originare da termini geroglifici in uso nell’antico Egitto, considerato tra l’altro che in quella terra l’utilizzo del rame risale probabilmente alla metà del quinto millennio a.C.. 
 Tale segno era costituito da una sorta di buca con acqua che, secondo la celebre egittologa M.Carmela Betrò, rappresentava il geroglifico dell’utero con valore fonetico hm (connesso a varie parole tra cui  hmt = donna), da leggersi, indifferentemente come hem o ham.

Secondo la stessa Betrò, “ ….come hmt il segno finì per designare, insieme all’utero, anche il rame”.
Non è chiara quale sia l’attinenza esistente tra i due significati del geroglifico, ma è indubbio che il rame rappresentava qualcosa di prezioso come lo erano il ventre materno e l’acqua, entrambi intesi come fonti di vita e luoghi di anelato ritorno.

Va anche osservato che attualmente il cosiddetto Specchio di Venere, simbolo della donna, per gli alchimisti è anche emblema del rame.Detto questo, per scoprire l’origine del termine sardo ramini (e simili), senza scomodare i latini, ci vengono incontro le simbologie riportate su alcuni vasi rinvenuti nel paese di Sardara, località S.Anastasia [1], nei quali si osservano dei cerchielli (uguali ai segni geroglifici indicativi del sole ra) sovrastanti la coppa sporgente (uguale al citato segno geroglifico hm), che sembrano penetrarvi all’interno sino ad intercettare le sottostanti greche, che sempre in termini geroglifici raffiguravano l’acqua ed avevano il valore fonetico n
Rileggendo i simboli nel loro complesso si otterrebbe allora la parola ra-hm-n o rahmen, evidentemente simile ai vocaboli sardi ramini o ramine che dir si voglia.


Ma anche il termine ramu, indicato nelle premesse e utilizzato nel nord Sardegna (dal vocabolario del canonico Giovanni Spano), è leggibile sulla superficie del vaso di S.Anastasia, se si considera che in geroglifico la raffigurazione di più greche si legge mw ed ha il significato di grande quantità d’acqua.
In questo caso, la sequenza dei segni geroglifici sarebbe: ra-hm-mw = ramu.
Tutte parole che in un periodo molto successivo sono state sicuramente acquisite dalla lingua latina e trasformate in aramen.


[1] Il sito di S.Anastasia è celebre anche per la grande quantità di oggetti di rame e frammenti ox-hide in esso rinvenuti  (“La circolazione del rame in Sardegna e nel Mediterraneo: i lingotti ox-hide” di Fabio Serchisu)

Note di redazione: era in programma una foto del giorno, che ci sembra appropriato inserire qui.
Rame ed Età del Rame in Sardegna: le mappe (MP)
Sin: Carta di distribuzione dei siti dell' età del Rame in Sardegna; Dx: Carta di distribuzione dei siti in relazione alle zone minerarie. Da: Melis, Maria Grazia (2000) L'Età del Rame in Sardegna: origine ed evoluzione degli aspetti autoctoni. Villanova Monteleone, Soter Editrice.