domenica 16 giugno 2013

La spinta propulsiva

di Nanni Falconi


La guerra per il sardo non va più fatta in retroguardia, sempre con l’idea di salvarla e preservarla, ma in avanguardia e all’attacco. Si, all’attacco perché il nostro presente è fermo nella palude di uno stato che non è capace, non lo è mai stato, di infondere coraggio per andare avanti.
In Sardegna è la lingua sarda il cuore dello sviluppo economico, è da molto tempo che lo si dice.
Lo è perché è anche il cuore dello sviluppo culturale e sociale. Senza questo rinnovarsi socialmente non ci può essere sviluppo economico. Uno sviluppo economico che non può essere calcolato solamente nella ricchezza materiale di una nazione, ma anche nella  qualità di vita della comunità.

Non dobbiamo raffrontarsi con nessuno. La qualità della nostra vita ce la dobbiamo inventare noi.

Per imparare l’italiano, perché voleva  l’Italia unita in un sentimento nazionale forte, lo stato ha fatto promesse ai sardi che non ha potuto mantenere. La gran parte dell’Italia non si sente italiana, o non lo è con quel profondo sentimento italiano che fa unire davvero un popolo. Il guaio è che così facendo ha tolto anche a noi un sentimento nazionale d’identità. Ce lo ha tolto perché ha distrutto la nostra lingua. Al giorno d’oggi la lingua sarda non ci unisce più come prima.

Gigi Sanna, in una sua risposta a un mio articolo uscito in Monte Prama, fa il racconto di un fatto che gli è capitato.
Cit: “Durante una gita nel Continente i ragazzi nell'autobus si erano divisi praticamente in due gruppi: quelli che cantavano in sardo e quelli che, ammutoliti, lo subivano per un certo tempo, per poi prendere il sopravvento con i canti in italiano. Prendevano il sopravvento semplicemente perché le canzoni in italiano facevano parte di un patrimonio condiviso dai due gruppi e pertanto il canto diventava corale e accettato di buon grado. Ma quella esperienza mi fece capire che ormai in Sardegna era in atto un fenomeno terrificante: che il sardo, nei fatti, divideva invece che unire.”

La nostra questione è tutta in queste poche parole.

L’italiano unisce ma non ci porta che fame e disperazione perché la sua è una unione soltanto linguistica, una unione che non ci porta da nessuna parte.
Non è l’italiano che ci può guidare, che poi, “ oi la vendetta di tziu Paddori” il nostro  italiano, per la maggioranza dei sardi, non è la lingua che ci occorre in Italia; la maggioranza  di noi non parla l’italiano standard.
Siamo, già lo vediamo tutti, come una nave in mezzo al mare con la bussola rotta. Non sappiamo dove trovare un porto sicuro.

Penso che il lavoro che noi sardi possiamo mettere in cantiere per imparare di nuovo la nostra lingua può aiutarci a unirci per raggiungere altri scopi.
E penso che questa unione, che è un fatto culturale, ci possa aiutare anche in tutte le cose pratiche della vita; e sto pensando all’economia.
Una unione che ci porterebbe a un modo diverso di pensare, a un pensiero che ci liberi e ci faccia uscire dalla speranza che siano altri a aiutarci a migliorare le cose. Senza questa liberazione non riusciamo a concludere nulla.
Qualche volta mi chiedo, senza riuscire mai a darmi una risposta chiara, se senza insegnarci l’italiano avremmo avuto quella industrializzazione selvaggia e falsa che l’Italia ci ha imposto e che ci ha lasciato in eredità marciume, disocupazione e inquinamento, o anche la confisca di vaste estensioni di terreno per farne basi militari. 
Mi chiedo se i governi italiani si sarebbero fidati così tanto di noi se non avessimo parlato la loro stessa lingua.