domenica 30 giugno 2013

La visione immaginifica sugli antichi



Il tempio funerario del re Mentuhotep II  (2061-2010 a.C.) a Deir el-Bahari. Sullo sfondo si intravedono parte del tempio della regina Hatshepsut (1479-1458 a.C.) e del tempio di Thuthmosis III (1479-1425).

Questo post mi è stato ispirato da una discussione su facebook, sul tema "plausibilità di una ricostruzione". Non c'entra nulla con lo specifico di quanto si stava discutendo, ma mi ha fatto ripescare dalla memoria questo soggetto: il tempio funerario di Mentuhotep II, ciò che manca sulla piattaforma superiore e come è stato ricostruito dagli studiosi.

Dopo il I periodo intermedio, l' Egitto fu riunito sotto il regno del faraone di Tebe Mentuhotep II (XI dinastia), che regnò tra il 2061 ed il 2010 a.C..  Sua madre era quella Iah che abbiamo già incontrato, omonima del dio lunare Iah o Ah. Il re aveva una certa predilizione a farsi ritrarre un pò più alto degli altri, come fosse affetto da gigantismo (si veda ad esempio la scena incisa a a Shatt-el-Rigal). Aveva anche una predilizione per "strani" monumenti e se ne fece costruire uno funerario, assolutamente inusuale, a Deir el-Bahari, dando inizio a quel maestoso complesso che in seguito comprenderà il famoso tempio di Hatshepsut e quello di Thuhtmosis III. Il tempio del re della XI dinastia è costruito a più livelli, con la camera mortuaria sotteranea e una rampa d'accesso al piano superiore, dove si trova una struttura tipo mastaba che però apparentemente è monca: c'era sopra qualcos'altro.

E qui viene il bello e si scatena la fantasia: cosa c'era sopra? I vari egittologi che vi hanno lavorato, conoscendo storia, simbolismo e architetture dell' antico Egitto, hanno prodotto tre ricostruzioni che considerano plausibili. Tutti hanno applicato il cosiddetto - e tanto invocato, spesso a sproposito- "rasoio di Occam", partendo dai dati archeologici disponibili e facendo ipotesi minime. Riporto la figura, con didascalia originale, presa  da  Barry J. Kemp, Ancient Egypt: Anatomy of a Civilization, Routledge, 2006.



Ora, io sono certa che abbiano lavorato tutti secondo coscienza, non so se abbiano lavorato secondo scienza, ma di certo hanno seguito-o creduto di seguire- la regola d'oro di Occam "A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire". Vattelapesca che voleva esattamente dire con questo Occam, ma chi si occupa di archeologia, soprattutto quella nuragica, sbandiera spesso questo concetto a destra e a manca. 
Il fatto è che la "spiegazione più semplice" è un criterio aleatorio e giocoforza largamente soggettivo. Inoltre non tiene conto di una cosa:  la realtà è..... la realtà e non sempre è la possibilità più semplice. 

Nella fattispecie, le tre ricostruzioni della parte mancante del tempio, attingono a quello che si trova in altre costruzioni templari e/o funerarie egizie ed alle ben note simbologie, ma in questo caso c'è un problema insormontabile: la costruzione, a detta di tutti coloro che ne hanno scritto e parlato, è DEL TUTTO ANOMALA. Barry Kemps non può che concludere: se e quale di queste tre ricostruzioni sia corretta, non lo sapremo mai. 
Per questo, forse anche per mia deformazione professionale, prediligo sempre i dati empirici e non riesco a farmi piacere le ricostruzioni, inclusi i generalmente orridi docu-film che oggi accompagnano, invariabilmente, ogni programma che parla di storia e archeologia: preferisco i film veri, che hanno meno pretese di essere scientifici; le ricostruzioni le trovo troppo spesso fuorvianti. Ma soprattutto trovo che siano opinion makers: vengono presentate all'inizio come mere ipotesi,  vengono in seguito ripresentate come uniche ricostruzioni "plausibili", ed al terzo stadio divengono certezze. 

E' anche per questo che, parlando di pubblicazioni recentissime, prediligo di gran lunga il libro "Simbolo di un simbolo, i modelli di nuraghe" (a cura di Franco Campus e Valentina Leonelli) al pur tanto atteso  ed incensato "Giganti di pietra, Monte Prama, l' Heeron che cambia la storia della Sardegna e del Mediterraneo (A. Bedini, C. Tronchetti, G. Ugas & R. Zucca). In quest'ultimo il primo impatto che si ha aprendo il libro è la ricostruzione dell' architetto (bravissimo per carità) Panaiotis Kruklidis: questo primo impatto dà l' impronta a tutto il libro, finchè il lettore si dimentica perfino che è una mera ricostruzione. I disegni ricostruttivi delle statue, al centro del libro ed anche essi magistralmente eseguiti, dovrebbero servire a mettere in evidenza alcuni particolari ed a "restituire per intero le tre tipologie finora ritrovate delle statue di Monte Prama". L' impressione che fanno a me è che restituiscano un'immagine media che tra le statue reali neppure esiste e, alla fine, che siano tremendamente  tristi.