martedì 4 giugno 2013

Navi sarde ed egizie. Collegamenti?

di Mikkelj Tzoroddu

Il 19 dicembre 2012 demmo, qui, il nostro contributo sui contatti fra Sardegna ed Egitto a far data da almeno 5300 anni da oggi. Ritornammo sull’argomento, sempre qui, il 7 febbraio c.a., producendo nuovi indirizzi di ricerca basati su alcuni oggetti-codice di diffusione universale: soldato con armatura e lunghe corna, soldato arciere, arciere cacciatore ed ancora arco e nave.

Ora, i signori Bettina Massidda e Marco Garau, bontà loro, mi hanno fatto avere in prestito il loro libro “Atlantide Sardegna, isola dei Faraoni” del 2006, di P.V. Poddighe. A pag. 28 l’autore fa riferimento al: «[...] particolare della domu de jana numero XIX (necropoli sarda di Montessu dintorni di Villaperuccio, Sulcis) ove vi è raffigurata una nave con altare centrale, simile a quelle dipinte nei vascolari materiali neolitici della cultura di Gerza (Egitto, Naqada II)». 

                      La tipologia vascolare cui si riferisce  Poddighe                  Fig. Montessu 1

Ricordiamo cosa disse il Lilliu (nel ’95 in, Carbonia e il Sulcis. Archeologia e territorio, cur. V. Santoni, ed. S’Alvure) nel trattare il complesso di Montessu e, specificamente il contenuto di quella che pare essere la domo XIX. Egli dichiara: «[…] In altro sepolcro si intrecciano baroccamente disegni cornuti semplici e doppi ad apici evoluti in dentro con in mezzo una sorta di calice a fiore di loto di oscuro simbolismo». E, già nel lontano 1981 ciascuno di noi poteva vedere, su Ichnussa (ed. Garzanti Scheiwiller), nell’appendice 1 curata da E. Atzeni, due bellissime foto dell’interno della tomba XIX (i cui particolari sono definiti dall’autore “corna in bassorilievo”), di cui la prima (Montessu 1) riproducente la nave in oggetto, che per nostro conto colleghiamo ad alcune fra quelle presenti anche sulle pareti di Nag el-Hamdulab, oltreché su ceramiche (non solo egizie), come afferma il Poddighe. Ma, ahinoi, la colpevole latitanza d’una precisa documentazione archeologica delle “circa quaranta” (sic!) domos de jana, ci permette solo una superficiale conoscenza della Necropoli di Montessu, della cui vetustà per esempio, possiamo solo indirettamente arguire arrivi al Neolitico recente che, stando alla cronologia stabilita dal Tykot, risulterebbe risalire al periodo 4000-3200? BC. Bene, il collegamento temporale con quella antichità egizia sarebbe quindi ben presente, precedendola pur anco. Veda il lettore se, nella prepotente architettura segnica manifestantesi attorno ai seimila anni addietro, nella Sardegna meridionale, riproducente quel richiamo universale a concordanze archetipiche, sia anche presente quella parentela stilistica cioè, più profondamente culturale, che qui si vuol richiamare. Ma, qui proprio, reputiamo obbligo di obiettiva disamina, dare anche conto della coscienza acquisita sul tema, da un sardo, pratico e in terra ben piantato, chiamato Roberto Balia (quello dei “canis gherradoris”). Nella rivista Lacanas, 17, 2005, è riportata una sua nota, dall’eloquente titolo Is Marineris, cioè “Dimora degli Uomini abituati a travalicare i mari”, che così, liberamente riassumiamo: “Montessu, arroccata sul fianco alto di una collina, guarda verso il Golfo di Palmas; nella tomba “sa gruta de is procus” è scolpita la chiglia di una barca di m. 4,20x2,30x0,50; una tomba vicina presenta ugualmente un natante (più che piscina) scolpito nel pavimento: di forma semicircolare, ha un diametro di circa m. 4,50 per circa 50 centimetri di profondità ed inoltre, gli scalini per accedere, sono stati pensati e scolpiti per simulare l’acqua che scorre o il moto ondoso; in altra tomba, detta del Toro, troviamo alcune particolari incisioni, tra cui un motivo a navicella, ritenuto ufficialmente una protome taurina, che ipotizzo possa invece  rappresentare due chiglie sovrapposte di nave che, per la particolare conformazione ricordano le imbarcazioni mesopotamiche, dalle grandi prue e alte poppe. L’acqua, elemento dominante del sito archeologico, risulta testimonianza del rapporto privilegiato dei Sardi con il mare”. Ci preme chiarire essere questo, delle navi mesopotamiche, argomento lungamente dibattuto fra coloro che pensarono essere, i Mesopotamici, andati ad influenzare l’Egitto e coloro che pensarono il contrario, essere cioè quest’ultima area ad aver influenzato quella fra i Due Fiumi ad oriente. Certo, ci sarebbe molto aggradato i nostri cattedratici avessero anch’essi attivato confronti di tal genere inserendo, nel secolare dibattito, anche i Sardi dell’antico Neolitico, che avevano diritti, quanti e più, dei popoli nominati! Ma, disgraziati noi! Il sardo studioso più titolato risulta fosse più interessato a tessere confronti con piante ornamentali di stagni giapponesi! Ebbene (ed in più), ci sfugge prepotente di penna la seguente, marcata dichiarazione: quanto viene offerto dalla breve nota del Balia (lontana da afone, scolorite dichiarazioni frutto d’un morto quotidiano tran tran) è così qualitativamente sovrabbondante di dati (quasi dei filmati), quali mai percepimmo in alcun testo consultato per documentarci sullo specifico merito!
Nella figura Montessu 1, vediamo la riproduzione (dalla tomba XIX) della nave con la “doppia struttura sulla tolda” definita “altare” dal Poddighe. Mentre, in Montessu 2 è visibile l’espressione del “doppio - uno dentro l’altro”, ovvero le “due chiglie sovrapposte di nave” del Balia, ovvero i “disegni cornuti […] doppi ad apici evoluti in dentro con in mezzo una sorta di calice a fiore di loto” del Lilliu.
Fg. Montessu 2

Cosa troviamo in Egitto:
                                     da uno schizzo del Sayce del 1890-99                 
Fig. Hamdulab 1, 2 e 3. Immagini da ANTIQUITY 86 (2012): 1068–1083, The earliest representations of royal power in Egypt: the rock drawings of Nag el-Hamdulab (Aswan), di  S. Hendrickx, J. C. Darnell, M.C. Gatto


Fig. Barramiya. Immagine da  The African Archaeological Review, 7 (1989), pp. 127-153 , Rock engravings in the Wadi el-Barramiya, Eastern Desert, di G. Fuchs

Nei due natanti rappresentati in fig. Hamdulab 1, vediamo quello in alto, proporci lo stesso motivo di Montessu 1, mentre quello sottostante proclama una “singola struttura”; ma i due natanti insieme, sono  coinvolti a rappresentare una modalità inversa della espressione “doppio - uno dentro l’altro” del particolare di Montessu 2.  In Hamdulab 2, (lo schizzo del Sayce) ci parla invece “la singola struttura”. In Hamdulab 3, ci fronteggia l’elemento grafico che vuol rilevare l’essenza del concetto “doppio - uno dentro l’altro”, ma più vicino, nel racconto d’insieme, a Montessu 2; è qui espressa però la “doppia struttura” (o altare) nel natante in basso, mentre ne è rappresentata una “singola” in quello in alto: tale inversione sembra fornire diversa priorità di valore fra le due espressioni.   
Invece, il messaggio che ci proviene da El Barramiya, non trova registrato quel collegamento che descrive la “struttura” sulla tolda della nave; il sito (ET-A/WB4) e le scene, contemporanee ivi contenute: «can be dated to the transition from the prehistoric to the dynastic periods», ci rassicura il Fuchs: quindi allo stesso periodo di El Hamdulab. È però presente nella fig. Barramiya una forte espressione del “doppio - uno dentro l’altro” in relazione alla dimensione del natante sottostante, lungo ben 1,80 metri.
Dall’intimo della nostra pur straordinaria ignoranza riguardo i parametri in gioco in simile contesto, desideriamo abbozzare un suggerimento di lettura di questi che crediamo essere una categoria di racconti strutturati singolarmente nel ricorso ad universali regole sintattiche organizzate, sull’intero orbe terraqueo, da un insieme culturale umano che condivide modelli di contatto espressivo.
Analizzando questi testi, sul piano della loro composizione, possiamo azzardare l’inizio di un esame almeno del solo aspetto logico, cioè proprio della funzione delle singole “parole”, per immaginare l’individuazione della “unità sintattica minima” inserita nel racconto, nella frase. Abbiamo usato il plurale, in questo caso, per offrire la partecipazione ad ogni lettore che abbia animo d’infilarsi nei meandri dell’ignoto che può portare al nulla! O alla chiarificazione sublime d’un mondo perduto. Un mondo che è propriamente nostro!
Ora, c’è, in tutte le espressioni in esame,  il reiterato uso di “due parole” chiave o parole doppie (la doppia nave, la doppia struttura) che sembrano partecipare alla composizione di un “significato autonomo” e quindi sono lì a ricoprire un ruolo logico all’interno della frase. Sono la particolarità di “due navi una sull’altra”, anzi “due navi una dentro l’altra”, come mirabilmente espresso nel testo di el-Barramiya, ma anche nel messaggio di Montessu 2, nel quale ultimo contesto, il significato pare quasi trascendere i particolari, per arrivare ad una espressione fortemente codificata attraverso un secolare esercizio di pulizia del superfluo per arrivare all’essenziale! In più la evoluzione letteraria di Montessu 2, pare esprimere un ruolo più stringente, in quanto prepotentemente espressa (potremmo dire inglobata) “una dentro l’altra” quasi a voler manifestare una connotazione distintiva e specificativa nell’insieme della proposizione letteraria. Anche sulla evidenziata espressione di fig. Hamdulab 1, è presente una vivace scrittura di “doppio - uno dentro l’altro”, il quale esercizio sintattico possiamo immaginare usi parole unite (con altre, non sappiamo quali) a formare “un significato autonomo”, parendo, non così travolgente come in Montessu 2. Certo, intravvediamo una più criptica ed evoluta elaborazione segnico-sintattica in Montessu 2, quasi gli autori, meglio, i fini letterati della Sardegna meridionale, fossero arrivati ad una elaborazione dei tratti comunicativi di ultimo livello, che poneva i loro capolavori all’avanguardia dell’intento scrittorio-comunicativo, non solo nell’ambito geografico che ora chiamiamo Mediterraneo, ma anche di uno spazio che travalica le nostre attuali sensazioni storico-geografiche, se definiamo (e ce lo permettiamo per logica deduzione osservativa) le manifestazioni scrittorie dell’antico Egitto, orientale e meridionale, che troviamo sia nelle biblioteche di El Barramiya ed El Hamdulab sia nei testi vascolari della corrispondente cultura, approcci, ovvero manifestazioni certo geniali, ma ancora in corso d’opera, in attesa d’una fine elaborazione filosofico letteraria. Risultato, come visto per Montessu, che in Sardegna meridionale si ottenne (forse) almeno quindici secoli prima che in Egitto, se le prime Domos de Jana dell’Isola furono (come pare) scavate a partire dal 4700 BC ma, soprattutto in considerazione del fatto che tali temi letterari potettero essere svolti (naturalmente) molto tempo prima, in strutture presenti alla luce del sole. Strutture di superficie che la mancanza di ricerca sistematica da parte di una metodica scientifica inesistente, continua a lasciare in mano al contadino, al pastore, all’appassionato, al trafugatore, al collezionista d’oltremare. Ci vengono a mente le statue di Monte Prama, che furono lasciate, per due lunghissimi anni, in balia dei soggetti su menzionati e solo dopo circa quaranta anni vediamo, su di esse, nascere una attenzione se non sistematica, almeno da qualche parte onestamente interessata.
Navi sarde ed egizie? Quaranta anni ci sembrano davvero pochi perché si desti un qualche interesse.    
Curiosità:
Dopo quanto espresso, ecco invece, come recita la tristemente “allineata” didascalia della nostra figura Montessu 1, nel sito del Museo Civico Archeologico di Santadi (CI), il giorno 24/05/2013:

"Necropoli di Montessu, protomi taurine "

Grazie, Mikkelj. 

M. Tzoroddu, http://monteprama.blogspot.it/, a. Relazioni di somiglianze fra Sardinna ed Egitto: 5000 anni fa, 19.12.2012; b. Libere considerazioni a seguito delle: “somiglianze fra Sardinna ed Egitto di 5000 anni fa”, 07.02.2013