martedì 27 agosto 2013

L' ossidiana dei fratelli Atzori

di Mikkelj Tzoroddu

Essendo questo lo spazio dedicato all’ossidiana ed avendo manifestato il Sanna una velata malinconia che ricordava Gianni Atzori, desidero con (colpevole?) ritardo dare voce a quella malinconia, legata quivi, non alla sola “preda corbina” (which literal meaning is “black raven stone”) ma anche ad altro. Prendo da una preziosa pubblicazione del 2001, dal titolo emblematico “OSSIDIANA”, interamente dedicata a “Gianni e Peppineddu Atzori” (1).
Estraggo ed aggrego liberamente:

«[…] siamo cresciuti nella bottega di nostro padre che era falegname. Da essa sono usciti pezzi d’artigianato importanti che ancora segnano il volto di Oristano. Per esempio gli infissi di Palazzo Falchi, in via Dritta, realizzati a partire dal ’27; i portali della scuola media n. 1, in piazza Manno; gli arredi liberty di Casa Porcella.»

«[…] punto d’incontro d’un certo movimento intellettuale era diventata la bottega di nostro padre, in via G.M. Angioy, ove s’incontravano il prof. Giorgio Pintus, Lelletto Contini ed a volte Francesco Ciusa

«[…] proprio nello studio del Pintus vedemmo la prima carta geologica e […] cominciammo a conoscere il Sinis. Allora il Sinis era un bosco, non era coltivato, e la macchia mediterranea era talmente alta che al suo interno si formavano degli intricati labirinti, nei quali spesso, ci siamo persi».

Immagine da località di Monte Arci  (1)

Caro lettore, desidero qui, prepotentemente sollecitato dalle parole di Gianni e Peppineddu, fare un collegamento storico che ti porterà, se lo vorrai, a mettere in moto migliaia di tue considerazioni!
Ci sovviene il poeta Silio Italico (circa 25-104 d.C.) che, nel suo poema “Punica”, così racconta lo scontro fra l’esercito sardo, guidato da Josto (pare verso il 215 a.C.) e quello romano condotto da Torquato:
«Quando Osto vede Torquato affrettare l’avanzata e farsi vicine le destre avide di battaglia, approfittando delle insidie del terreno, che ben conosceva, s’involava nella macchia scura e impenetrabile e, seguendo delle scorciatoie predisposte per la fuga, si nascose nella valle ricca di arbusti, sotto il fogliame ombroso […] Tale era la configurazione del terreno e Osto, approfittando della boscaglia impenetrabile, si prendeva gioco di Torquato». Certo (al di là delle mie considerazioni poste in “kircandesossardos”, c’è da rimanere strabiliati, per come quell’ampio territorio rimanesse invariato per duemila anni! Finché, e torniamo a Gianni e Peppineddu:

«Quando poi negli anni cinquanta è cominciata la meccanizzazione agricola, gli effetti sono stati duplici: da un lato è andato perduto un ambiente naturalistico unico, dall’altro sono cominciati ad affiorare una serie impressionante di reperti e testimonianze archeologiche che hanno rivelato una zona della Sardegna che anticamente era tra le più antropizzate e ricche».

Immagine (di probabile provenienza)
da Sennixeddu – Pau – Monte Arci (1)
«[…] la Sardegna offre moltissime varietà litiche, dalla tenera steatite saponaria, alla dura ossidiana. La prima, per esempio si trova presso Orane e in poche altre zone d’Italia. Pur tenerissima, può resistere anche a 4000 gradi di calore, una caratteristica che dovevano conoscere anche i nuragici visto che la utilizzavano come calco per gli oggetti in bronzo […] Non va dimenticato che in Sardegna e soprattutto nel Monte Arci, dove, l’ossidiana era sicuramente la pietra per eccellenza, c’erano e ci sono tuttora una serie di altre pietre una più bella dell’altra: i cosiddetti diaspri, così chiamati seppur in modo improprio, i calcedoni, i quarzi, addirittura esiste una cava straordinaria di quarzo ametista nonché di altri cristalli molto belli, ubicata vicino a Siris. Abbiamo nel Monte Arci una grandissima varietà di pietre. Occorre cercarle e valorizzarle. Purtroppo, ed è solo un esempio tra tanti, nella cava di Siris ora è stato creato un immondezzaio.
Le perle ai porci insomma!»

(1) "Ossidiana", 2001, cur. I.S. Fenu, ed. Provincia di Oristano.