martedì 24 settembre 2013

Caro amico, ti scrivo..

 Zuanne Frantziscu Pintore, Irgoli, 31 de agustu de su 1939 - Orosei, 24 de capidanne de su 2012

Questo è il primo di una serie di interventi che si succederanno nel corso di questa giornata: in ricordo del nostro caro amico scomparso un anno fa. Li dedichiamo a lui ed ai suoi famigliari. Ognuno degli autori ha scritto qualcosa "a modo suo", anche estemporaneo, così come gli è venuto pensando a Gianfranco. Il primo pezzo è di Francu Pilloni.
Gianfranco in un bel disegno del bravissimo Franco Tabacco

di Francu Pilloni

ricordi che quasi ogni volta che si parlava di politica nel blog, io mi dichiaravo “qualunquista”, anche se non conoscevo Giannini, e Grillo doveva crescere? Casualmente ho ripescato la traccia del mio intervento preparato in occasione di un congresso sindacale. Onestamente non ricordo neppure se avessi letto l'intervento, se l'avessi accorciato o se me l'avessero dato per fatto, accludendo lo scritto alla documentazione congressuale.
È una cosa vecchia di quasi vent'anni, il programma di scrittura mi dice che l'ultima revisione avvenne nel mese di aprile del 1997. 

Purtroppo oramai, se io e te parliamo di politica o di qualsiasi altro argomento, lo dobbiamo fare al passato: non mi pare lodevole o rispettoso che io o altri interpreti un tuo possibile pensiero di fronte all'attualità, a seguito delle cose che hai pensato e scritto in precedenza, negando la possibilità di una ulteriore evoluzione del tuo pensiero e del tuo atteggiamento.
Sono quasi certo che avrai da sorridere per la mia indignazione che appare più propria a un ragazzo che a un pensionato. A proposito, se cambi i nomi e le situazioni dei politici sardi e italiani, vedrai che la sostanza non cambia affatto. E questo mi dà sconforto e, credo, faccia sentire un poco “sardo qualunque” anche te. Ma se così fosse, avrei un sorriso anch'io: tutto sommato noi sardi ci siamo abituati a ridere amaro.

Io sono un SARDO QUALUNQUE, delegato al congresso della Cisl sarda.
Poco sindacalista, ma molto sardo.
Inizio le mie riflessioni, ricordando la descrizione che il poeta Melchiorre Murenu fece di un SARDO QUALUNQUE, andato in tribunale a reclamare giustizia per un torto subito: “Totu sa die cun sa berritta in manu”, lo descrisse il poeta, tutto il giorno a far le riverenze a chi era più potente di lui, nonostante si trovasse lì solo per chiedere giustizia.
Murenu non poteva certo supporre che dopo cento e altri cent’anni, dopo tante lotte, tanti morti e tanto progresso, la situazione in quest’isola non sarebbe cambiata poi di tanto: il SARDO QUALUNQUE, il Popolo Sardo, per il tramite dei suoi rappresentanti, va a reclamare i suoi diritti, ancora oggi “cun sa berritta in manu”, dai vecchi e dai nuovi potenti, o dai potenziali supposti potenti.
I nostri politici regionali degli ultimi 20 o 30 anni, fate voi, passeranno alla storia come i più formidabili negoziatori dell’ultimo millennio: di fronte ad essi i Taillerand, i Metternich  e i Kissinger impallidiscono: i nostri hanno negoziato oltre 3500 accordi, col GOVERNO, con i MINISTRI, con la CASSA, ....con l’IRI, con l’ENI, con l’EFIM, con l’ENEL, con TIRRENIA, ALITALIA, ALISARDA, ....con Moratti, Rovelli, Romiti, Rubattu,... con Agnelli, capretti, porcetti e ... pesce fresco.
I negoziati sono stati di volta in volta denominati, con indiscutibile fantasia, “accordi di programma”, “accordi d’intervento”, “accordi d’area”, “accordi di settore”, oppure “intervento di programma”, “intervento di settore”, “intervento d’area” e così via, tanto sono cose che sapete quanto, se non meglio di me.
Statisticamente questi accordi sono stati rispettati dalle parti contraenti al 50%. 
Vi spiego come: si negozia, ad esempio, la chiusura del tessile di Villacidro, bilanciandola con la promozione di nuove attività produttive, tipo meccanica fine, elettronica di supporto, chimica reversibile (anche qui la fantasia non difetta). Risultato: chiusura della fabbrica al 100 per cento, promozione delle nuove attività allo zero per cento, con una media statistica del rispetto degli accordi al 50%, come detto.
Una sola volta ci fu dato, senza che fossimo costretti a penose contropartite.
Fu una giornata memorabile e andò così.
Erano i tempi in cui a Roma imperava il decisionismo. Il nostro compagno presidente della Giunta, rendendosi conto che le elezioni incalzavano e abbisognava una svolta, alzò il telefono e parlò con la bionda segretaria romana dagli occhi azzurri.
- Che se magna da voi? - lo interruppe lei, appena afferrato il problema.
- Orate del golfo e aragoste di Teulada! - rispose perplesso il nostro compagno presidente.
- Richiama domani che te fisso la data e il menù!
Arrivò il gran giorno stabilito e arrivò anche la delegazione del governo: 1 presidente, 7 ministri, 12 sottosegretari, 23 direttori generali, più ... tanta umanità varia al seguito.
L’incontro avvenne alle 12 e 35, giusto l’ora dell’aperitivo. 
Durò in tutto 25 minuti, a causa dell’inesperienza dei funzionari regionali nel passare le carte da firmare da assessore a ministro, da ministro a presidente e cosi via. Furono firmati quarantaquattro accordi, che il presidente sardo si era premurato di preparare, dietro suggerimento prezioso della bionda segretaria: accordi che prevedevano un flusso di 1.800 miliardi di lire in tre anni verso la Sardegna e, udite!, nulla in cambio!
Fu una giornata memorabile, questo l’ho già detto: di quella giornata memorabile ci sono rimaste due cose: 1° la più nutrita raccolta di autografi che mai un governo abbia rilasciato; 2° il conticino da pagare al ristorante.
Col presidente Palomba, però, è tutta un’altra cosa: uomo coraggioso, uomo fantasioso e pieno di risorse, mi disse uno che lo conosceva di persona.
Io lo votai, lo confesso, ed è inutile che me ne vergogni ora.
La fantasia, il presidente Palomba, la mise subito in gioco col non farsi più fregare a pagare conti di ristorante.
Ora siamo noi sardi, dico noi per dire i nostri assessori, direttori e presidenti, a recarci a Roma, a scroccare il pranzo.
Per fortuna, la compagnia di bandiera riserva tutti i posti dispari di ogni volo Cagliari-Roma-Cagliari ai nostri politici e funzionari. Per fortuna dell’Alitalia, naturalmente!
Il coraggio, il presidente Palomba, lo ha mostrato a più riprese, quando ha denunciato le oscure manovre dei poteri occulti che cercano di insidiare la libera dialettica democratica delle istituzioni sarde: che i poteri siano occulti, io non so; ma le manovre, mi dicono, davvero oscure non sono.
E però egli ha denunciato tutto ciò pubblicamente, incurante del fatto che in questo modo metteva a repentaglio la propria permanenza alla guida della giunta. Un doveroso grazie, presidente, per le sue giunte da primato, almeno come numero.
La performance più brillante però è quella realizzata come commissario delle acque.
Ricordate? 
In una Sardegna senz’acqua e senza pioggia, con innumerevoli cassandre che predicevano un futuro prossimo di desertificazione accelerata per la nostra terra (e noi qui a sognare cammelli e giraffe a Margine Rosso, e quelle alle Maldive coi proventi delle loro infauste previsioni), in quella Sardegna a bocc’asciutta arrivò la nomina governativa che fece del presidente Palomba anche il nostro commissario delle acque. 
Alzi la mano chi avrebbe scommesso un soldo sulle risorse del presidente! 
E invece prima ci dimostrò come ci si poteva fare la doccia con un litro d'acqua, poi la pioggia arrivò: una pioggia bella, lucente, umile, rumorosa e benedetta e pasticciona, come quella cantata da Garcia Lorca. 
E la pioggia continuò, intermittente, a impinguare le falde, a riempire i bacini, senza fare disastri, come accadde altrove, in Italia e nel mondo. Si andò avanti per mesi e mesi: a metà novembre, quando oramai tutti i laghi di Sardegna traboccavano formando bellissime cascate, il nostro Commissario alle acque reputò adempiuto il proprio compito e rimise l’incarico. 
Grazie ancora, presidente!
Altro che il vecchio santo del mio paese!
(Alla fine degli anni quaranta, i messaius del mio paese obbligarono il prete a portare in processione il vecchio santo per invocare la pioggia. Lo conducemmo a spalla sulla collina più alta perché, vedendo tutt’intorno come la siccità aveva ridotto la campagna, il vecchio santo potesse commuoversi per trovare parole convincenti con Dio. 
Che fatica portarlo sino in cima!
Due giorni dopo, nuvole e nuvole imbrunirono il cielo e ...  arrivarono le cavallette.
Arrivarono anche gli americani con la crusca al DDT che uccise tutte le cavallette, che uccise pure le allodole, le pernici, i fringuelli, che uccise pure ... ma questa è un’altra storia).
Avrei anche finito se non mi restasse da accennare alla questione del momento: federalismo sì, federalismo no. Ma quale federalismo? Per quale via? Bicamerale o costituente? 
Bellissimo dilemma: i disoccupati sardi trattengano il respiro. 
L’ex-presidente Cossiga s’è precipitato a Cagliari e ha passeggiato per la via Roma che, dice lui, non è più quella di una volta ( e infatti non si vede più in giro neanche una zeracchedda. o unu piccioccu de crobi!). 
Amiche e amici, è suonata l’ora dei se e dei ma, è tempo di discussioni e battibecchi, dei congiuntivi e dei condizionali. 
Bizantini e bizantinisti, a voi! Viva il distinguo, viva la sottigliezza!
Mentre l’ex-presidente passeggia per via Roma, un suo cugino ministro, da Roma via fax, razionalizza la scuola sarda: col Berlinguer non ci saranno tagli e taglietti, ma solo amputazioni.
Alla fine dei giochi, ci sembrerà una vittoria anche la riduzione dei tagli a “soli” 500 posti, dei 1500 ipotizzati dal ministro: è come se si reputasse fortunato uno a cui hanno tagliato un braccio! 
E la scuola sarda, amputata di un braccio, non potrà rispondere al ministro neppure con quel gesto tipicamente popolare per il quale di braccia ne servono due. 
C’è da chiedersi: ma esiste un punto di rottura, una situazione oltre la quale il SARDO QUALUNQUE dice basta, ma basta davvero, ora sa berritta la tengo in testa?
Stiamo condannando tutta una generazione di sardi all’indigenza: oggi non hanno un lavoro, domani non avranno una pensione.
Esiste un’idea di Autonomismo o di Federalismo o di Indipendentismo, cosa importano i nomi? Un’idea con due o tre cose dentro, come la libertà di disporre noi stessi in questioni di limba, di lavoro e d’ambiente, un’idea semplice alla portata dei bambini, un’idea che possa essere afferrata al volo dal contadino e dal falegname, dal bottegaio e dal pescatore, dal pastore e anche dalle sue capre che non vogliono piegarsi a mangiare aghi di pino per tutta la vita?
Se c’è, tiriamola fuori; andiamo noi, noi pensionati nelle piazze e nelle osterie dei paesi a dire che è tempo di rimboccarci le maniche, è tempo di fare quelle due o tre cose, fregandocene delle compatibilità di Ciampi, per salvare una generazione di giovani disperati che non reggono più, e qualche volta, appunto, si tolgono la vita per questo.  
È tempo di mettere sa berritta in conca, dico io, perché ci servono libere le mani.
Viva la Sardegna e Viva la Cisl. 
Vivano soprattutto i Sardi. I Sardi di oggi, i Sardi di domani.

Hai visto, caro GFP, quanto tempo è trascorso da quando, pur avendo individuato il problema, siamo rimasti ancora “cun sa berritta in manus”? La colpa della nostra incapacità, della nostra inerzia ricade, è ricaduta sui nostri figli. E qui non c'è motivo neanche per ridere amaro.