domenica 29 settembre 2013

Giorgio Farris, storico e archeologo. Lo straordinario sigillo di Tzricotu? 'Un documento politico'.

di Gigi Sanna

Di Giorgio Farris, dell'amico fraterno Giorgio Farris, ho avuto l'onore di parlare da poco come relatore nella bellissima commemorazione organizzata dalla Provincia di Oristano e dagli amici di Ghilarza. Una relazione, confesso, non certo agevole da stendere perché Giorgio era, si può dire, in permanente attività culturale e tutta la sua vita, si può dire giorno dopo giorno, è sottolineata da questa intensa attività. Infatti, non era solo un noto e affermato pittore, un grande professionista delle tecniche di quest'arte. Era anche un uomo politico, uno storico, un archeologo nonché un finissimo letterato. Chiunque l'abbia frequentato, anche per un po', questo lo sa bene. 
Figura 1. Un dipinto di Giorgio Farris, "La cacciata degli Ugonotti"
Oggi però, dato il poco tempo a mia disposizione, intendo parlare specificamente (ma molto brevemente), dell' uomo politico. Quando dico uomo politico non intendo riferirmi all'espressione verbale corrente e cioè quella del politico che in quanto tale usa gli strumenti specifici della politica. Intendo quella di uomo e di politico assieme, soprattutto della sua umanità come politico.
  Un finissimo conoscitore dell'animo umano, lo scrittore  greco  Menandro, famosissimo autore di opere teatrali, in un suo celebre verso, molto citato e ripreso da altri commediografi, dice: 'che cosa bella che è l'uomo quando è uomo'. Ecco, Giorgio era una 'cosa bella', una persona con un animo bello. Ma cosa vuol dire - più precisamente -  aver un animo 'bello'? Vuol dire, se posso esprimermi in una sintesi estrema quanto banale, disinteressarsi totalmente di se stesso, non badare al proprio tornaconto ma solo a quello degli altri. Con naturalezza e senza affettazione. La bellezza consisteva in questa  virtù rara, che è difficilissima da trovare, come si sa, soprattutto nel cosiddetto 'uomo politico' il quale, il più delle volte, è egoisticamente solo 'politico' e poco 'uomo', ovvero non dotato, se non per interesse immediato, di umanità, di sentimento di affetto e di disponibilità per tutti coloro che gli stanno accanto.
  Ma la disposizione d'animo di Giorgio che tanto affascinava  non era astratta, un suo modo d'essere caratteriale, ma sempre  concreta, sempre - per così dire - carne: era sempre legata alla comunità, alla società, alla polis di cui sapeva, per certe scelte sue personali, di far parte attiva. Era unita alla consapevolezza che bisognava costantemente impegnarsi per capire il più possibile e tradurre poi, in atti concreti, le aspettative della 'sua' comunità, della sua società, della sua 'città' o polis che vogliamo chiamarla.
   Una disponibilità direi - ricorrendo ad una immagine - a 'cerchi concentrici', dove il primo cerchio o il più interno poteva essere l'ultimo o viceversa il più esterno il primo. In un tutto che riguardava obbligatoriamente in andata la sua città, la Sardegna e il mondo e da qui il mondo, la Sardegna e la sua città. Uno sforzo davvero enorme di curiosità il suo per 'afferrare' e per comprendere. E questo voleva dire innanzitutto studiare, studiare, studiare. Allargare il più possibile la visione della cultura, percorrere la strada difficile di più discipline, perché questa avrebbe portato  inevitabilmente a una visione non angusta ma ampia e aperta della politica.
   Perché cultura e politica per Giorgio erano la stessa cosa: e, per capire questo, basta aver assistito una sola volta ad una sua conferenza o aver letto un suo articolo sull'Unione Sarda o su Quaderni Oristanesi. L'intellettuale oristanese (davvero, come si diceva una volta, un 'intellettuale 'organico') non faceva mai mistero del suo 'sardismo', della sua particolare angolazione di attività e di schieramento, ovvero del suo costante impegno di partire dai  primi cerchi o cerchi interni. Senza arroganza e con garbo ed arte finissima era in grado di  proporlo, si può dire, in ogni circostanza. Uso la parola 'sardismo' e non quella generica di 'sardità' che per Giorgio Farris riengo che non voglia dire proprio niente.
  Uso la parola 'sardismo' perché Giorgio, con il quale vivemmo molti momenti, ora esaltanti e ora molto meno del Partito, era uno che, talvolta,  pur molto soffrendo per una certa linea politica insicura e altalenante, operò in sintonia con le idee, prima autonomistiche (sino alla fine degli anni '70) e poi con quelle più radicali ovvero  indipendentistiche del Partito Sardo d'Azione; un 'sardismo' sempre vigile e cosciente, un sardismo 'critico' attento, in sintonia  con i tempi, tale che lo portò ad essere uno dei principali elaboratori della Mozione indipendentistica oristanese, quella che si impose, insieme a quella cagliaritana e sulcitana, nel noto Congresso di Portotorres del 1981.
    Quel congresso storico che, come tutti sanno, portò il partito sardo ad un diverso progetto politico-istituzionale con un netto rifiuto di uno statuto che, per forza contrattuale e determinazione nei confronti del potere centrale dello Stato, era stato ridicolizzato, più di trent'anni prima, dallo stesso Emilio Lussu con la famosa metafora del 'gatto' contrapposto alla 'tigre' siciliana.
   Ricordo che il grande studioso e  uomo politico oristanese era molto contento di quel Congresso della svolta perché si realizzava quello che, per non poco tempo, era stato oggetto di discussione teorica 'eretica' continua (dico 'eretica' perché molto contrastata dall'ortodossia dei vertici del partito) con politici suoi amici oristanesi o dell'oristanese. Alludo in particolare a persone che forse alcuni di voi avranno conosciuto. All' avv. Angelo Corronca, al fratello Batore, al prof. Atzeni,  all' avv. Emanuele Cau e ad Italo Ortu .
   In particolare con Corronca ed Atzeni era solito passeggiare e discutere per lunghe ore nella via Bellini. E io ho ben presenti certi incontri tra gli amici di partito  e soprattutto quelle lunghe passeggiate durante le quali da lontano, ancora studente all'Università,  sentivo (io allora abitavo in quella via) la voce sonora e sempre appassionata dell' avv. Corronca che, come sanno gli storici dei movimenti e dei partiti in Sardegna, fu, insieme al fratello (residente a Scano Montiferro), uno dei leader dell'ala non indipendentistica ma separatistica del partito. Un'ala molto piccola, presente in Sardegna a 'macchia di leopardo', ma vivacissima intellettualmente, a tal punto che, pur soccombente di lì a poco tempo, contribuì nel momento più drammatico del partito sardo (si toccò in quegli anni il minimo storico dei voti e fu eletto un solo consigliere regionale) a far eleggere alla segreteria colui che fu l'autore della nota Lettera ai Sardisti (con venature di concezione separatista) , ovvero l'on. Michele Columbu.

 Il Giorgio Farris indipendentista e teorico dell'indipendentismo non fu mai un fervente e dichiarato separatista. L'ipotesi separatistica del Corronca lo suggestionava e lo attirava non poco. Ma una certa sua concretezza e la sua visione non limitata ma complessa del mondo, il suo 'regionalismo non chiuso' e il suo 'internazionalismo non di maniera' - per parafrasare le parole di Antonio Pigliaru - lo portavano a rifiutare o almeno, a limitare notevolmente, la strategia politico-partitica più radicale.
   Giorgio non tendeva mai a ridurre il suo orizzonte politico e a chiudersi. E per capire questo basti solo pensare alla ammirazione che nutriva per due grandi intellettuali: uno del passato e uno del suo presente, per due studiosi e due 'uomini politici' assieme che ideologicamente e per collocazione partitica 'italianista' molti sardisti erano soliti non apprezzare e talvolta a disprezzare. Alludo ad Antonio Gramsci e a Giovanni Lilliu. Giorgio Farris  ammirava di entrambi l'intelligenza, il rigoroso metodo scientifico e l'arte raffinata dello scrivere. Per questo li citava continuamente. Ammirava di essi il 'sardismo'  che per tanti aspetti essi non rifiutavano e che anzi avevano fatto proprio contribuendo in qualche modo a legittimarlo per 'autorità' e  ad esaltarlo.
    Il Lilliu teorico della 'costante resistenziale' dei sardi e il Gramsci ( non  il giovanile 'a mare sos continentales' ma il pensatore maturo della valorizzazione, senza se e senza ma, della lingua sarda e della celebrazione dell'isola, poeticamente rievocata nella prosa virilmente drammatica delle 'lettere ai familiari' spedite dal carcere), non potevano non riscuotere le sue simpatie. E i suoi quadri e i suoi scritti storici, se è vero che parlano di Simon Mossa, il teorico algherese, il primo grande teorico dell'indipendentismo sardo, parlano molto spesso anche di Lilliu e di Gramsci. Quasi per un continuo monito, presente soprattutto nella rivista Quaderni Oristanesi, perché i sardi 'fratelli', non solo i 'sardisti fratelli',  anche se divisi da angolazioni politiche differenti e spesso antitetiche, non commettessero l'errore (lui nei colloqui lo chiamava 'bestiale')  di ripudiare il meglio delle riflessioni teoriche sulla Sardegna, non coltivassero l'odio nefasto di parte, badando ognuno al proprio campicello e ignorando quello dell'altro.
  L'ho già detto a Glilarza e lo ripeto: chi conosce la bellissima china intitolata 'Gramsci a Ghilarza', così apparentemente semplice, così nuda, con il giovane Gramsci assorto nella lettura e seduto su di una solida pietra che spicca per monumentalità 'naturale'  nel paesaggio arido, comprende in virtù del linguaggio pittorico simbolico, il perché del suo  attaccamento al sardo illustre,  fondatore del Partito Comunista  Italiano in quell'anno 21 del secolo scorso (che era anche l'anno della fondazione del Partito dei Combattenti e poi del Partito sardo d'Azione),
  Così come chi osserva il suo insistere sulle epiche battaglie medioevali (sia nei quadri così come nei saggi) capisce che esso è esito dell'ideologia della 'resistenza', quella così sapientemente enfatizzata e storicamente  sorretta dal Lilliu, un invito a non mollare nel presente così come i Sardi 'balentes non avevano inteso mollare nel passato.
   E - si badi - nessuna 'mitopoiesi' nei suoi lavori; ovvero nessun tentativo meschino di truccare le carte così da rendere gloriosi ed esaltanti avvenimenti storici di una epopea sarda mai esistita. Perché Giorgio oltre che essere un archeologo preparatissimo (è stato colui che ha scoperto e scavato  la basilica paleocristiana di Cornus)  era anche uno storico che sapeva il fatto suo e era in grado di agire sempre criticamente, cioè di pronunciarsi sui dati, entrambi più o meno oggettivi, ma mai da scienza esatta, delle fonti storiche e di scavo.
    Nessuna 'mitopoiesi' dunque, anche perché tutto quello che suonava di innaturale e di falso veniva subito scartato, allontanato, ripudiato perché ignobile per uno che concepiva lo studio della storia e del passato in funzione della politica aperta sempre alla verità . A quella verità che sapeva difficile da raggiungere ma che comunque, senza eccessiva passione, andava ricercata ed, una volta intuita o ben capita, tutelata il più possibile, con tutte le forze. Contrastando anche forze smisuratamente più potenti.
   Per questo, se mi è concesso dire qualcosa di molto stretto e quasi di privato nei nostri colloqui, Giorgio come Direttore della rivista 'Quaderni oristanesi', volle essere sempre informato e ci incoraggiò continuamente sulle nostre difficili e contrastate scoperte, mi spinse (dopo la scomparsa di Gianni Atzori)  ad insistere su certi esiti della ricerca e circa i pronunciamenti, anche quando potevano apparire azzardati perché certi reperti, oggi molto noti, erano allora delle semplici fotografie.  Mi piace ricordare a tutti che quando ebbe in mano il famoso sigillo bronzeo di Tzricotu di Cabras – correva l'anno 1998 – non ebbe dubbi sul significato dell'oggetto e si schierò apertamente sulla sua autenticità; incurante e anzi seccato  del giudizio attendista e di perplessità di Lilliu che pur per lui era sempre dotato dell'autorevolezza del 'maestro'.
    Sì, ebbe in mano l'oggetto, e fu uno dei tre o dei quattro che lo poté ammirare in casa sua prima che il signor Andrea Porcu lo consegnasse definitivamente ad un piccolo funzionario oristanese della Sovrintendenza. Ho ben fisso nella memoria quel momento: per qualche minuto non parlò, attentissimo com'era nell'esaminarlo nei minimi particolari (Giorgio era espertissimo nell'esaminare i metalli). Poi commosso ( devo dire che non ho mai visto il nostro caro amico così commosso) disse: ' E' straordinario. Questo oggetto nuragico ha un altissimo, incommensurabile valore politico'.
    Proprio così, disse 'politico'. Io pensai che volesse dire culturale e storico, o entrambe le cose. Ma non ci feci gran caso, anche perché la breve conversazione scivolò sul grosso mistero della consegna di un solo oggetto e non di quattro o di più ancora, come ci si aspettava dai calchi  dei bronzi fotografati.
  Solo oggi, a distanza di 15 anni, data la 'reazione' e la polemica rovente in corso, tra possibilisti e negazionisti ad oltranza (sino ad esternazioni con insinuazioni da codice penale), capisco  perfettamente perché disse 'politico'. Quella scoperta, quel piccolo oggetto, tra l'altro (il molto altro riguardante gli aspetti peggiori della natura umana) sconfessava e  poneva di fatto in crisi, con un colpo solo, la teoria consolidata  della Sardegna nuragica barbarica e chiusa in sè stessa, della Sardegna incapace, tra l'altro, di dotarsi di un mezzo scrittorio di qualsiasi natura, laica o religiosa che fosse. Poneva soprattutto in crisi la pervicace teoria, tipica di certi ambienti internazionalisti della sinistra accademica sarda, della continua 'mitopoiesi' ovvero della falsa e biasimevole  produzione degli intellettuali e degli storici sardisti ed indipendentisti, sempre protesi  alla ricerca di un passato di civiltà 'superiore' mai esistita, parto - a loro dire -  di pura fantasia. 
Figura 2: La tavoletta-sigillo, in bronzo, denominata A1 da Tzricotu di Cabras, immagine tratta da G. Sanna, Le follie son come le ciliegie. L'una tira l'altra, gianfrancopintore.blogspot.it, 11.02.2010
    Oggi capisco bene il significato di quella parola. C'era di mezzo l'ideologia e  la politica partitica e non solo la cultura. Giorgio aveva capito subito che quell'oggetto del tutto straordinario e impensabile  avrebbe trovato una tremenda ostilità, non sarebbe 'passato' così facilmente, pena il risveglio dell'anima critica del 'sardismo' che avrebbe potuto contare e far leva, con la scoperta di ulteriori documenti (quelli che in gran numero ora si scoprono), non solo sui dati dell'archeologia ma anche sui dati scritti del proprio passato, bello questo o brutto che potesse essere stato.
   Oggi Giorgio non c'è più a parlarci di dati politici e, apparentemente, solo culturali; ma la sua intelligente riserva sulla politica, non certo neutra, della cosiddetta scienza accademica, la consapevolezza della sua inevitabile furente reazione di fronte alle dure novità, devono essere  portati alla nostra attenzione e alla nostra riflessione. 
   Ci ha insegnato che anche con  un breve commento su di un piccolo oggetto si può dire tanto sulla problematica e sul dibattito di ieri e di oggi  circa la 'realtà' del nostro passato.
  Giorgio era uno storico che indagò continuamente e con tutte le sue forze su quel passato; non si fece mai incantare da nessuno e di quel passato scrisse e 'dipinse' molto, con razionalità e sentimento assieme, perché comprendeva, forse molto meglio di altri, che per ogni popolo, quindi anche per il suo popolo, il popolo sardo, il passato è anche e soprattutto il presente, l'ossigeno indispensabile senza il quale l'identità si offusca sempre di più e l'estinzione diventa inevitabile. E si diventa 'altro'.