sabato 7 settembre 2013

Quando le parole sono macigni

Daniela Virdis è una che con le parole ci sa fare: applica all' analisi dei testi la moderna lessicologia, utilizzando i corpus ed i software più aggiornati. Analizzando con i suoi metodi di indagine i 4 articoli dedicati alla Sardegna che sono stati pubblicati  sul   National Geographic Magazine tra il 1916 ed il 2005, c'è rimasta un pò male (1). Un esempio del doloroso stupore della ricercatrice è il seguente: 

In fact, as if to counterbalance its positive connotation, modern is sometimes utilised along with and in contrast to its antonyms or near antonyms old, old-time, hazy (past), uncultured, medieval in such strings as

                                  The sense of art in these uncultured people makes a modern painter
                                  wonder . . . (Costa 1923: 56);
                                  Castello . . . retains even in modern times many traces of medieval
                                   life (Costa 1923: 25);
                                  The main roads are traversed by a great number of modern vehicles,
                                  and in this district the old Sardinian cart is seldom seen
                                  (Costa 1923: 72),

and is mainly employed to indicate the authors’ great surprise and amazement at the existence of anything up-to-date on the picturesque island.

E ci rimane tanto più male perchè Guido Costa è sì cittadino USA come gli altri tre autori, ma nato a Cagliari. Dopo la sua attenta analisi lessico/statistica, incluso il testo più temporalmente vicino a noi di Buettner (che nel 2005 ancora si permette scivoloni del tipo:  "In their isolation native Sardinians became genetic incubators" These Sardinians also benefit from their genetic history" "Somewhere in this genetic mix may lie a combination that favors longevity"), la studiosa conclude: Linguistic and lexical scrutiny of the corpus constituted by the four National Geographic Magazine articles about Sardinia has uncovered the authors’ subjective worldview and viewpoint on the island and its inhabitants. Not only are they free to move to Sardinia and to misrepresent it, but they also form and pronounce an unfavourable and unsympathetic opinion on it, presupposing it is correct and presenting it as such to their addressee. However, such an allegedly informed and considered opinion turns out to be realised by a wide variety of negative stereotypes about the islanders’ backward civilisation, biological diversity, barren and remote land, picturesque costumes and traditions, criminal nature, namely stereotypes about any feature which typifies Sardinian identity. These biased stereotypes reveal the partial and even racist ideology of the authors, which is founded on the implicit assumption that some political, economical, social and cultural systems are more advanced and modern than others, and that all are hierarchically organised in an ideal ladder with the US at the top. Therefore, it is according to natural law that the authors — Americans or writing from an American perspective — presuppose they have, among others, the natural right to move to and visit the countries with systems distinct from that in the US, to criticise those countries and their inhabitants, and to misrepresent them as inferior and as an economic, social and cultural, if not political, colony. Although an unbiased and objective representation of what is considered as the other may not be achievable, Guido Costa and the other three authors demonstrate, by writing their articles, that they are not aware of Sardinia’s identity, and that they ignore Sardinians’ just right to be described by trying to avoid hackneyed stereotypes and tired clichés.

Ora, la dottoressa Virdis per me ha pienamente ragione, ma è anche vero che sul pittoresco e folkloristico, quella rivista fonda la sua ragione di essere, ed è anche vero che tre dei quattro articoli citati sono scritti nella prima metà del XX secolo e che chi scrisse non viveva in Sardegna, ma era americano. Con tali scritti si vuole dare l'impressione, secondo Virdis, che l'unica grande cultura sarda fu quella nuragica, dopodichè la Sardegna venne e viene percepita da fuori come una terra culturalmente in perenne decadenza: al massimo una curiosità etnica ed una fonte di guadagno e speculazione.

Ma non è cosi, in realtà  basta leggere alcuni degli scritti dell'archeologia sarda, per vedere dissiparsi perfino la cultura nuragica! Un esempio? Virdis fa notare che usare la parola "nativo" ha una connotazione negativa (negatively laden), per lo meno nel contesto di quegli articoli. Lo stesso dicasi per "indigeno" (dipende dal contesto anche per questa parola), che di nativo è sinonimo. Il vocabolario ci dice:

Ovviamente il vocabolo non ha di per sè un significato negativo, se non nell' accezione, spesso ancora usata nel linguaggio parlato, di "primitivo, poco evoluto, selvaggio": ma da come viene a volte utilizzato negli scritti, assume una sfumatura discretamente sinistra, in perfetta linea con quello che descrive Virdis per i testi del National Geographic. E questo non viene prodotto da viaggiatori di lontani paesi quasi 100 anni fa, ma in tempi attuali dai  massimi esponenti della cultura storica ed archeologica della Sardegna (non tutti, per fortuna)! 

Vediamo qualche esempio, dove la parola "indigeni" viene usata per inveterata  abitudine, quasi senza accorgersene, mentre poteva essere agevolmente sostituita con Sardi. Usata, aggiungo, dalle stesse persone che mai e poi mai userebbero la parola indigeni per riferirsi agli amatissimi oggetti di culto che rispondono al nome di Phoinikes (ma cosa sono?), Cipro-Minoici, Levantini, Romani o Etruschi. E' l' accostamento tra "indigeni" e le identità, nominate e definite, degli "altri", che colpisce. 



Impressionante vero? Per non parlare dell'accostamento tra analfabetismo e resistenza che fa Attilio Mastino (e non leggete quell' articolo se siete impressionabili).

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Ovviamente c'è molto di più e oltre: la scarsa considerazione per le antiche culture sarde si è estesa ai Sardi contemporanei; e perfino a chi se ne interessa, da fuori o da dentro che sia.  In che senso? nel senso che vengono (veniamo) trattati come dei fessi, cui si può raccontare di tutto purchè si abbia la medaglia giusta: altrimenti come si spiegherebbero le perle illustrate qui sotto? 



Sorvoliamo sulle acrobazie epigrafiche, ma quale principe nuragico si sarebbe fatto seppellire in una tomba fenicia, portandosi dietro suppellettili sue proprie? perchè dovrebbe fare una cosa del genere (e perchè glielo lascerebbero fare i "Fenici"), nel momento forse più significativo della sua vita-dopo la nascita- si va a far seppellire in una tomba forestiera, solo per seguire la moda? e non uno, ma ...plurale, principi nuragici.

E quel "nonostante" nel commento al lingotto da Cagliari (Giorgino), non è forse equivalente a the authors’ great surprise and amazement at the existence of anything up-to-date on the picturesque island? 

E' vero, ha ragione Virdis ed ha fatto molto bene a far notare la biased representation della Sardegna, operata da una delle più autorevoli riviste del mondo: le parole possono pesare come macigni, tanto più quando ciò che vogliono comunicare è "detto-non detto", accennato appena, seminascosto tra le righe.
Ma vogliamo cercare di non farci schiacciare? Vogliamo provare a non farci l' abitudine a quel lessico ed a queste solenni ed altrettanto devastanti prese per il naso?

(1) Daniela Francesca Virdis, Twentieth-Century Sardinia in The National Geographic Magazine: A Lexical Analysis of a Biased Representation”, in G. Marci and S. Pilia (eds), Minori e minoranze tra Otto e Novecento: Convegno di Studi nel centenario della morte di Enrico Costa (1841-1909), Cagliari (Italy): CUEC, 2009, pp. 129-148, ISBN 9788884675675.