mercoledì 2 ottobre 2013

E se, il cielo non voglia! a S'Uraki si scoprisse qualcosa di nuragico?

Tranquilli: non ci arriveranno allo strato nuragico, perchè come scrisse Lilliu nel 1949, "un velo d'acqua" impedisce di spingersi in profondità. Ed i direttori degli scavi attuali, Alfonso Stiglitz e Peter van Dommelen, non hanno proprio nessuna intenzione di disturbare il sonno dei costruttori del megacomplesso del Sinis di San vero Milis: [..]Non stiamo cercando le radici del mondo nuragico, cosa che hanno già fatto Giovanni Lilliu e altri, ma vogliamo saperne di più sugli incontri culturali tra i residenti di tradizioni culturali nuragiche e sarde e chi arrivava dal mare[..] (2). Lilliu nel 1949 si stupì di trovare al nuraghe tale scarsità di resti nuragici (figura 1), ma, scrisse, forse lo strato nuragico non lo abbiamo raggiunto.



Figura 1: brani tratti dal rif. 1, al paragrafo dedicato al nuraghe S'Uraki. 
E se, per disgrazia, i nuragici - cioè i fantasmi che hanno costruito il complesso- si facessero vivi durante gli scavi, che so con qualche reperto di bronzo o di ceramica, cosa ne farebbero? Non rispondo della reazione immunitaria degli scavatori, che potrebbe avere conseguenze funeste, configurandosi come un vero e proprio choc anafilattico: gli incontri culturali che emergeranno dagli scavi si svolgevano tra locali elementi incorporei  (che tali devono rimanere) ed evanescenti individui che arrivavano dal mare cui invece gli scavi hanno il compito di dare corpo, carne ed ossa. E speriamo in qualche bella ricostruzione grafica, qualche bel modello folklorostico di questi incontri.
Speriamo anche che gli scavi vadano a riempire le vetrine del  Museo Civico di San vero Milis, entità platonica di cui Alfonso Stiglitz è direttore e responsabile. Se penso che ci sono andata, in luglio, piena di speranza, devo concludere che il solleone mi aveva sconvolto la materia grigia:  immaginatevi che pensavo di trovarvi esposto il modello di nuraghe di Serra 'e is Araus! Trovato proprio da Stiglitz nel 2000 e mai da lui pubblicato (2).
Figura 2. Da: A. Usai, Un modello di nuraghe da Serra 'e is Araus, (1, pp 264-265). Modello-altare con figure scolpite in bassorilievo. Altezza max, cm. 51; diametro max, cm. 92. In: Simbolo di un simbolo. I modelli di nuraghe, A cura di Franco Campus e Valentina Leonelli, Ara Edizioni, 2012. Il modello,, rinvenuto casualmente durante lavori agricoli,è stato recuperato dall' archeologo ed Ispettore Onorario per l' Archeologia Alfonso Stiglitz nel 2000, ma era finora inedito. 
Sul posto ho incontrato Peter van Dommelen in persona: non preoccupatevi, non gli ho detto cosa penso delle sue idee sui nuragici e soprattutto su Monte Prama; non gli ho neppure detto chi ero, perchè era così felice che qualcuno si interessasse al Museo! il quale però purtroppo non è aperto, anzi è vuoto. Però ha un direttore responsabile. Vuoto, ha detto proprio così, "ma speriamo di riempirlo con questi scavi!", ci ha confidato. Il che già mi suggerisce che verrà riempito con tutto meno che con reperti nuragici.  Ma io lo visiterò lo stesso, quando e se aprirà: e stavolta mi presenterò al direttore di pirsona pirsonalmente, come direbbe Catarella.

Mi chiedo se il museo sarà grande abbastanza per una cosa in particolare: i grandi falli di pietra, catalogati da Stiglitz come mensoloni .....cilindrici. Cosa avrà pensato chi arrivava dal mare  di questi assurdi mensoloni a sezione circolare? Probabilmente che  i residenti di tradizioni culturali nuragiche e sarde erano dei fessi, notoriamente analfabeti e facilmente irretibili.

Il nuraghe S'Uraki fu pomo della discordia nella polemica tra Sergio Frau e Alfonso Stiglitz nientemeno, uno degli attivisti più impegnati nella scomunica del giornalista di La Repubblica, il pregone come lo chiama lui in un libro che ho acquistato all' aeroporto di Cagliari. Ne riparleremo, perchè gli strali di Frau nei confronti di Stiglitz e di Giulio Angioni, suoi giurati ed instancabili nemici...beh, meritano.
(continua)

(1) Lilliu G. 1949, Scoperte e scavi di antichità fattisi in Sardegna durante gli anni 1948 e 1949, SS IX, pp. 399-406.
(2) Manuela Vacca, SE UN NURAGHE RACCONTA L'INTEGRAZIONE FRA I POPOLI,  L’Unione Sarda 25.07.2013, Domani il cantiere di S'Urachi, San Vero Milis, aperto al pubblico. Sul prato i frammenti di ceramica asciugano al sole dopo essere stati riportati alla luce. A San Vero Milis una quindicina di persone scavano tutti i giorni, tranne il sabato, vicino all'importante complesso del nuraghe S'Urachi, orgoglio del paesino dell'Oristanese.
E domani gli archeologi aprono le porte alla popolazione e ai curiosi che si affacciano sul perimetro. In occasione della manifestazione internazionale “Day of Archaeology”, sarà infatti possibile visitare il sito dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 20, con ingresso libero. «Non stiamo cercando le radici del mondo nuragico, cosa che hanno già fatto Giovanni Lilliu e altri, ma vogliamo saperne di più sugli incontri culturali tra i residenti di tradizioni culturali nuragiche e sarde e chi arrivava dal mare». Peter Van Dommelen, archeologo di origine olandese che da Glasgow si è trasferito negli Stati Uniti per lavorare allo Joukowsky Institute for Archaeology and the Ancient World della Brown University di Providence, ha un rapporto speciale con la Sardegna. Ci viene ormai da un ventennio, guidato da una curiosità formidabile per interrogativi sul passato delle civiltà del Mediterraneo. «A San Vero esiste un agglomerato intorno a S'Urachi e non è in sé una novità che ci siano case puniche intorno al nuraghe. Però proprio questo ci interessa: si tratta di forestieri oppure di abitanti che hanno adottato tradizioni puniche dopo un contatto con le popolazioni che venivano dal mare? Il nostro team è guidato da una serie di domande scientifiche, non dal monumento in sé: troppo spesso si scava perché c'è il monumento ma prima di farlo bisogna definire i quesiti di ricerca», spiega.
Il 3 luglio ha avviato la campagna nel ruolo di co-direttore assieme allo stimato collega sardo Alfonso Stiglitz. «È un caro amico che conosco da 15 anni ed è un piacere potere lavorare con lui e con un'équipe interdisciplinare e internazionale». Il progetto S'Urachi viene infatti intrapreso dal Comune di San Vero Milis e dallo Joukowsky Institute in stretta collaborazione con la Soprintendenza archeologica per le Province di Cagliari e Oristano e con il dipartimento di Preistoria e Archeologia dell'Università di Valencia.
Dalla Spagna il punto di riferimento è Carlos Gómez Bellard, che già aveva collaborato in Sardegna con gran parte del gruppo (a cui si aggiungono studiosi da Glasgow, Leicester, Leiden, Cagliari e Sassari) ora impegnato a San Vero. Van Dommelen specifica l'interesse: «Il mondo rurale e i suoi contatti, per esaminare quale fosse il significato per le comunità locali dall'età fenicia fino al periodo romano imperiale. Vogliamo capire se le attività svolte intorno al nuraghe S'Urachi siano le stesse del Terralbese, dove abbiamo indagato negli anni scorsi e dove però sembra ci fosse un insediamento più spiccatamente coloniale. Certo, siamo ancora agli inizi, ma sembra che invece qui il contatto culturale fosse misto».
È stato emozionante, dice, trovare un contesto domestico, un forno e i piccoli elementi della preparazione del cibo rimasti tra le ceneri: «È una vista diretta sulla vita giornaliera di 2500 anni fa». Il ritrovamento nei pressi di un basamento di cemento conferma che il nuraghe, come altri depositi archeologici, diventa più recentemente un luogo usato dagli abitanti per fare mattoni di argilla. Ma tornando a indagare le ere lontane diventano preziosi gli indizi contenuti nei resti di cibo. «Non studiamo solo la ceramica ma anche i minuscoli resti, con un setaccio millimetrico che esamina materiale naturalmente non interessante per il visitatore di un museo. Però ha grande valenza come dato scientifico. Infatti, mentre nelle fattorie puniche non si consuma manzo, qui stiamo trovando ossi bovini, più tipici della tradizione nuragica. I materiali saranno esaminati nel laboratorio paleoambientale di Valencia possiamo capire cosa veniva coltivato».
Il fascino della Sardegna per gli archeologi resta altissimo: «I resti archeologici sono relativamente ben conservati. Scientificamente è molto interessante non solo studiare il nuraghe per il nuraghe o la Sardegna per la Sardegna, quanto vedere il contesto più ampio del Mediterraneo». Giusto per ricordare che non eravamo soli.