giovedì 7 novembre 2013

Tresnuraghes (Sardegna) e Pito (Grecia). Uno stesso dio androgino con uno stesso simbolo: la rete da caccia (II).

# Gigi Sanna e il codice nuragico

di Gigi Sanna  vd. I parte
   Il 16 giugno del 2011 abbiamo pubblicato, nel Blog di Gianfranco pintore, un articolo dal titolo ' Glozel, Maimoni di Cabras, Etruria: l'acrofonia e la spettacolarità della scrittura arcaica per immagini pitica, šerden ed etrusca'. Nelle more di un altro intervento circa l'uso dell' acrofonia sillabica (1) nella documentazione epigrafica etrusca, vediamo oggi di riprendere il suddetto articolo, riportando innanzitutto la immagine (fig.1) di quella piccola scultura custodita nel museo di Glozel (2) di cui abbiamo parlato più volte e che abbiamo detto essere niente altro che il prototipo di tante sculture successive della Grecia arcaica e classica, ovvero il prototipo delle sculture apollinee (3).
   In detta immagine, fornita di due tipi di scrittura, una lineare e una pittografica acrofonica che rende il nome del Lossia (4), si può facilmente notare che il dio Lossia o l' Ambiguo è munito non solo di pugnale (quello che tiene nella mano destra) ma anche di arco, dal momento che si nota che il lupo, che sta sotto i suoi piedi, è stato trafitto da una freccia (di essa si vede l' ἀκμἡ ovvero la punta).
   Ma dalla documentazione del sito archeologico di Glozel fornitaci dall'ampio Corpus des Inscriptions di Antonin Morlet veniamo a sapere, da tre chiari documenti, che il Lossia, non ancora l'Apollo della religione olimpica greca, è anche (e forse soprattutto) il dio che caccia con la rete. In un documento (Morlet, CDI, pl. XXXVIII, 2, p. 63) iscritto con immagini pittografiche e non (v. fig. 2), uno dei simboli forti della divinità ovvero l'asino selvatico (ὄναγρος) è associato alla rete (iterata due volte), oggetto che si trova tra delle lettere schematiche lineari con evidente valore acrofonico (5).

Fig. 2
  I documenti di Glozel sono caratteristici e inequivocabilmente 'apollinei' in quanto i pittogrammi (sempre o quasi sempre associati a delle lettere lineari) sono dati da degli animali o da oggetti sacri al dio (serpenti, cervi, asini, cavalli, anatre, frecce, fronde, cerchietti, spade). Anche la rete è un oggetto molto importante della 'religio', tanto che altri due documenti (v. figg. 3 e 4) in lingua greca, da noi decifrati (6), ci parlano con
chiarezza, stavolta 'apertis verbis', del valore di essa come arma del dio. Sono dello stesso tenore e graficamente simili ma non identici perché per quanto il testo sia graffito in entrambi nella ceramica su sette (7) linee e i grafemi disposti nello stesso modo, non sempre questi ultimi risultano gli stessi.
   Ecco cosa essi ci dicono, traducendo dal greco: Invio a Lui (il dio, il Lossia) il mio grido di IO affinché non sopraggiunga con la rete (ἑρίωι). E veloce sia il mio grido di IE! Il suo grido di salvezza (OE) potrebbe giungere se io invio subito il mio grido di IO e di IE!
   Credo che sia appena il caso di sottolineare che gli epifonemi di ἰή e ἰώ, cioè le invocazioni di disperazione
e di acuto dolore, sono tipici della letteratura tragica e paratragica greca. Comunque, si vedano le mie osservazioni e le argomentazioni in proposito (8), basate ovviamente sia sulla documentazione della letteratura greca classica sia sulla più arcaica documentazione di Pito/Glozel (9).
  Il Lossia quindi è un dio cacciatore assai temibile che può giungere da un momento all'altro e può avvilupparti con la sua rete. Bisogna lanciare tempestivamente il grido di aiuto perché egli risponda con il
suo avvertimento e soccorra il suo devoto, colui che lo conosce, lo teme e ne rispetta la misteriosa potenza.

Fig. 3                                                                         Fig. 4
   
L'iconografia greca arcaica e classica non sembra darci testimonianze esplicite, con statue o pitture vascolari (o su altro supporto), che il dio caccia con la rete. Apollo è ormai, nel mito comune elladico, il Dio con la spada d'oro e l'arco d'argento. Infatti, così è in Omero come sarà poi in tutta la letteratura e l'arte successiva della religione olimpica (v. figg. 5 e 6).

Fig. 5                                                        Fig. 6
   Eppure una testimonianza molto forte del suo terribile strumento di morte c'è e ben visibile, anche se l'ermeneutica riguardante le simbologie apollinee non si sia granché soffermata sul dato e non abbia (che io sappia) mai tentato di dare una spiegazione logica del perché della sua, quasi ossessiva, presenza. 
   La testimonianza è' data, come molti sanno anche se non intendono, dal famosissimo onfalos (ὀμφαλός) che si trovava nell' adyton o penetrale sacro del tempio del Dio a Delfi (Pito). L'ὀμφαλός, tradotto comunemente in greco con 'ombelico' ma in realtà un betilo/fallo, è avvolto costantemente da una rete, resa questa più o meno stilizzata o più o meno preziosa dall'artista (v. figg. 7 e 8).

Fig. 7                                                                      Fig. 8

    Non è chi non veda che sia il betilo sia la rete sono due simboli molto arcaici dell'antico dio semitico cananaico e poi biblico (10) e che la loro iconografia, con lo stretto abbinamento, alluda e alla natura solare (il betilo: beth -'El) del dio che divenne Apollo (dio appunto solare) e alla sua natura di cacciatore con la rete.

    Ma c'è dell'altro, perché l'antichissimo abbinamento onfalos - rete (ὀμφαλός - ἑρίον) resistette nella simbologia apollinea e non solo in quella dell' originario Lossia per un motivo ben preciso, che poi si perse
con l'andare del tempo: il normalizzarsi della scrittura e la perdita pressoché totale della memoria storica
della scrittura pittografica. Riteniamo di aver dimostrato non solo con la statuina in osso del Lossia 'chasseur'
(fig.1) ma anche con il ricorso ad altri documenti pitici rinvenuti in Glozel (11) e ai documenti della stessa
arte classica greca (12) che i greci, così come i nuragici (13), usavano l'acrofonia servendosi delle immagini
degli oggetti per rendere così, nascostamente, delle parole legate alla 'religio' ed al culto. Parole che, il più
delle volte, indicano la divinità o qualche aspetto di essa. In questo caso l'acrofonia di ἑρίον e di ὀμφαλός
servono a notare la voce EO che è quella del Dio Lossia quando (come si è visto dai due documenti
precedenti: figg.3 e 4) fa sentire la sua voce di liberatore e di salvatore. I supplici accorrevano e veneravano,
ovviamente tramite i sacerdoti (14), onfalos e rete del santuario delfico in quanto in essi si celava la parola
magica di soccorso di Apollo. E non è un caso che la memoria storica dei Greci, teste Plutarco (15), conservi un dato interessantissimo: la presenza della vocale E (epsilon) appesa (16) sotto il timpano e tra le colonne del tempio apollineo. E' evidente che la vocale E apud Delphos, l' acuto grido di invocazione e di dolore (come riferisce il lessicografo Esichio di Alessandria), è quella dei pellegrini e dei devoti che accorrevano al tempio, mentre la risposta a quel grido stava nell' OE del betilo e della rete, riposti nella parte più interna del santuario. E non è certo del tutto accidentale il fatto che mentre l' una è voce manifesta 'scritta' e ben visibile, anche da lontano, perché voce umana, l'altra invece, in quanto divina, è voce nascosta che non si può vedere scritta e che si può solo sentire e non sentire, tramite i sacerdoti o la Pizia, a seconda del responso negativo o positivo del dio.
    Quindi dai documenti pitici di Glozel e da quelli classici successivi riusciamo a capire che il dio greco Apollo è un dio anch'esso originariamente armato di rete, strumento come quello 'biblico' di Tresnuraghes,
che poteva far male e costituire una trappola mortale per gli uomini. Con l'avvento della 'religio' dorica il Lossia 'selvaggio' cacciatore della rete, si trasforma, annullando quasi del tutto nel tempo il particolare strumento venatorio. Non solo. Il dio che già nella antichissima statuina di Glozel mostra caratteri sia maschili che femminili, si sdoppia e diviene, da semplice Lossia (il dio obliquo o ambiguo) androgino, Apollo e Artemide. Il dio 'unico' semitico si sdoppia, si razionalizza radicalmente e si trasforma nei due 'normali' fratello e sorella figli degli dei olimpici Zeus e Letò. Perché è Zeus che comanda e bisogna subordinare alla sua potenza la potenza di un dio concorrente 'salvatore e liberatore', acclamato (16) come nessun altro dalle moltitudini,
   Ora non è chi non veda che il dio dell'originario santuario di Pito è androgino così come è androgino il dio del piccolo santuario nuragico scomparso di Tresnuraghes, oggi chiesetta intitolata a Sant'Antonio da Padova. Il tronco di cono o betilo, ovvero la lettera maschile yod, posto sulla testa della cosiddetta Tanit e lettera femminile 'he', cioè i due segni semi nascosti dietro la rete, sono più che evidenti indizi di androginia. Inoltre bisogna tener conto che sia le raffigurazioni della divinità sarda sia di quella greca arcaica ostentano senza veli l'androginia, disegnando, più o meno morbidamente e talvolta con crudezza, il doppio sesso della divinità. La statuina dello 'chasseur' di Glozel mostra, come si vede (v.fig.9), il sesso maschile assieme al nudo del seno femminile, così come l'aulete itifallico (Lilliu) sardo mostra non solo il sesso maschile ma anche quello femminile in virtù del seno vistosamente pronunciato (v.fig.10). Due raffigurazioni della divinità androgina identiche, due 'narrazioni figurative' della divinità che mostrano assoluta parentela e, sicuramente, una comune origine di credenze religiose.

Fig. 9                                                                 Fig. 10
Ma c'è di più per coloro che volessero mostrarsi scettici circa il motivo androgino a schema MF di
Tresnuraghes e quello della statuina di Glozel. Si prenda l'iconografia della figurina che insiste sulla rete da caccia e quindi la si paragoni con altri numerosi documenti presenti nel museo di Glozel, cioè con i famosi 'idoles bisexues' (v. figg 11 e 12), così denominati da tempo dall' ermeneutica archeologico - epigrafica francese, a partire dallo stesso famoso orientalista Salomon Reinach. Il crudissimo realismo (quasi insopportabile per i nostri occhi, avvezzi a veder nascondere e ingentilire il più possibile) degli oggetti votivi dell'antichissimo santuario di Pito credo che non lasci adito a dubbi circa l'androginia della divinità argiva micenea e non ancora dorica apollinea.
Ma il paragone tra l'immagine del concio della chiesetta di Tresnuraghes, dove lo schema sessuale MF è notevolmente criptato, e quella di Pito/Glozel ci permette comunque di capire facilmente che, sia pur in forma diversa, essi intendono dire esattamente la stessa cosa; anzi che intendono 'scrivere' la stessa cosa (v. tabella ). C'è differenza nel pudore della raffigurazione e nella 'scrittura' ma identità completa di contenuto.


  Scrivevano in coro, alla fine degli anni venti del secolo scorso, medici e studiosi della preistoria francesi (Seymour de Ricci, Tricot Royer, Loth, Jugeant, Audollent, Reinach, ecc.) che gli 'idoli fallici e a doppio sesso' (idoles bisexuées) rinvenuti in Glozel non avevano un riscontro in alcuna parte del mondo data la loro originalità e 'mostruosità' (17). E così si è continuato a sostenere sino ai giorni nostri. Eppure così non è perché l'archeologia sarda mostra ad abundantiam attraverso i monumenti, la piccola statuaria in bronzo, l'oggettistica e le stesse iscrizioni, la presenza continuata (forse a partire dal neolitico tardo) dello schema ad MF.

MONUMENTI:

Fig. 13. Betilo 'bisesso'                Fig.14 . Schema a MF Pozzo sacro                    Fig.15. Schema a MF di Gremanu di Fonni


BRONZETTI :
fig.16 Bronz. con schema MF               fig.17. Bronz. con schema MF                         fig.18. Bronzetto con 'idole bisexuée'


OGGETTI :

fig, 19. Talismano a schema MF                                                                  fig. 20. 'Fiasca del pellegrino' a schema MF.


ISCRIZIONI:
fig. 21. Coccio di Allai (?)   fig.22 (trascrizione)                 fig.23. Concio di Tresnuraghes   fig. 24. Ciondolo di Solarussa

  Se dunque le divinità greca di Pito e della Sardegna nuragica sembrano dire la stessa cosa, se le immagini sono espressioni grafiche, solo parzialmente diverse, di uno stesso concetto, da dove mai nasce questo straordinario modo di intendere e di riportare per iscritto la 'religio'? Insomma il Lossia di Pito e lo Yhwh della Sardegna nuragica, due divinità di ideologia 'razionalistico- naturalistica', entrambe androgine, entrambe cacciatrici, entrambe nascoste, entrambe terribili e ambigue, entrambe espresse spesso con mix di segni pittografici e di segni lineari, da dove e in quale tempo prendono le origini? I documenti greci e sardi possono, attraverso una rigorosa analisi comparativa, darci la risposta circa l'esatta collocazione geografica iniziale di una divinità potentissima, in espansione continua, capace nel tempo di far fondare santuari sia nell'Oriente sia nell'Occidente mediterraneo? Di una divinità in grado di sbaragliare in pochi secoli la concorrenza di molti altri dei e di imporre praticamente la sua unica presenza e il suo unico culto in un solo territorio, addirittura ad un unico popolo 'eletto'?
  Per cercare di rispondere a questa domanda, sarà bene (e lo faremo con un terzo articolo) parlare del fenomeno più vistoso e, direi, forse più controllabile dal punto di vista della ricerca scientifica, vale a dire della straordinaria scrittura che emerge dall'esame sia dei documenti di Pito, finiti in maniera rocambolesca (18) in Glozel, sia di quelli nuragici sardi.
  E', come vedremo, un sistema 'sacro', un codice alfabetico sempre coerente ed organico alla natura dello stesso antichissimo dio, caparbiamente ineffabile, del tutto ambiguo e perennemente nascosto. Una scrittura sempre 'manifesta', secondo il significato che da tempo abbiamo dato a questa parola (19) per cercare di spiegare la natura grafico-fonetica dell'alfabeto nuragico
 (continua).

Note ed indicazioni bibliografiche
1) La documentazione epigrafica etrusca non sembra riprendere l'acrofonia di tipo semitico (con partenza dal protosinaitico), basata cioè sul consonantismo, così come nel nuragico. Forse per motivi pratici legati alla diversità linguistica, con uso notevole delle vocali all'inizio di parola, gli etruschi preferirono ricorrere alla sillaba. Per cui, per esempio, si ha il PA di patna (patena, vassoio) e non solo la consonante P.
2) Vedi Morlet A., 1930, Le Chasseur de Glozel; in Mercure de France (15 Avril); idem, 1930, Le chasseur de Glozel, in Aesculape ( Mai); idem, 1965, Corpus des Inscriptions, Causse et Castelnau ed., p. 105; Hitz H.R. , 1998, Les Inscriptions de Glozel. Essai de dechiffrement de l'ecriture, II. Grands galets (pierres), post -a- masques en argile et Os, edition de l'auteur, CH – 4107 Ettingen.
3) Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore. Le lettere ambigue di Apollo e l'alfabeto protogreco di Pito, S'Alvure, Oristano, in part. pp. 383 - 403.
4) Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore, ecc. cit. pp. 400 - 402, tabb. 1,2,3.
5) Sanna G, 2007, I segni del Lossia cacciatore, ecc., cit. pp. 362 - 364, D69 (Morlet, CDI, pl. XXXVIII, 2, p. 63).
6) Sanna G., 2007 , I segni del Lossia cacciatore, ecc. cit pp. 297 - 300, D48 (Morlet, CDI pl. LVII, 2, p. 83) e pp. 301 -303, D49 (Morlet, CDI, pl. L, 2, p. 75).
7) Non sfugga il valore del 'sette' numero sacro, come si sa, di Apollo. V. Sanna G. 2007, I segni del Lossia cacciatore, ecc. cit. p. 163 e nota 11.
8) Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore, ecc. cit. pp. 95 -100.
9) Per qualche esempio della letteratura greca si vedano le esclamazioni in Eschilo, Persiani: vv. 282 e 231 (ἀιαῖ); v. 1039 (ἀιαῖ ἀιαῖ); vv. 569, 577, 651, 656 (ἠέ); v. 1004 (ἰὴ ἰή, ἰὼ ἰώ); vv. 1005, 1069, 1073 (ἰὼ ἰώ); v. 985 ( ); ecc. Per esempi della letteratura pitica di Glozel si vedano gli epifonemi ἰώ/ἰή in Morlet, CDI, pl. IV, 1 p. 26; CDI, pl. V. 5, p. 27; CDI, pl. V, 6 p. 27; CDI pl. VI, 7, p. 28; CDI pl. (v. Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore,ecc. ΑΝΑΘΗΜΑΤΑ I, pp. 189 - 196).
11) Sanna G., 2007,I segni del Lossia cacciatore, ecc. cit., ΑΝΑΘΗΜΑΤΑ 3 e 4, pp. 335 – 438.
12) Apollo di Manticlo di Tebe del VIII/VII secolo a.C. e Apollo del Pittore di Pentesilea del VI secolo a.C. (v. Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore, ecc. cit. ΑΝΑΘΗΜΑΤΑ 4, pp. 397 – 401.
13) Sanna G., 2004, Sardōa grammata. 'Ag 'Ab Sa'an YHWH. Il dio unico del popolo nuragico, 5. 183 - 236.
14) Solo i sacerdoti, come si sa, erano ammessi nella parte più interna del santuario dove svolgevano i riti quotidiani in onore del dio e dove recavano, con le offerte votive, gli attestati di supplica dei devoti e dei pellegrini.
15) Sanna G, 2007, I segni del Lossia cacciatore, ecc cit. ΑΝΑΘΗΜΑΤΑ 3, D 70, pp. 365 - 366.
16) Sull'etimologia della voce 'Apollo' v. ancora Sanna G, 2007, I segni del Lossia cacciatore, ecc. cit. cap. 7, pp. 172 - 175.
17) Sull'argomento si veda, Grivel J., La Prehistoire chahutee (Glozel 1924 -1941), L'Harmattan ed. 2003, pp. 49 -50 e note 61, 62, 63,64,65,66,67,68.
18) Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore ecc., cit. cap. 6, pp. 137 -157
19) Sanna G., 2007, Sardoa grammata, ecc. cit. Introduzione, pp. 16 -17.