venerdì 31 gennaio 2014

Architettura megalitica delle piramidi

(dal libro “l’Architettura dell’Arcanodi Danilo Scintu)

LA NASCITA DELLE PIRAMIDI.

La forma piramidale. 

Un’analisi architettonica delle antiche civiltà che costruirono le forme piramidali, porta a trovarsi dinanzi ad elementi e prove che sembrano testimoniare stretti rapporti di parentela culturale fra i popoli divisi, non solo da confini terrestri ma anche da confini marini, persino oltre gli oceani.        

Grazie alla maggiore antichità dei suoi monumenti e l’enorme concentrazione di questi in tutto il territorio, la fonte di origine del megalitismo è senza dubbio l’Europa occidentale. Le opere megalitiche dell’Egitto e del Medio Oriente come Hattusa, o quelle del Perù e del Messico o della Cambogia, hanno con i modelli europei delle straordinarie somiglianze, benché la loro erezione sia generalmente fatta risalire a millenni più tardi. 


Gli antichi tumuli dolmenici dell’Atlantico non solo erano luogo di sepoltura nel loro interno, ma anche terrazze sopraelevate che presiedevano con la loro monumentalità, al simbolo della magnificenza umana. La forma del tumulo ancestrale d’Europa, il cui archetipo è la “collina sacra” ed il “grembo materno”, lentamente assume nel tempo espressioni sempre più geometrizzate, passando in pianta dalla forma circolare a quella trapezoidale e triangolare e da questa, alla forma rettangolare e quadrata come le piramidi. 


       Da sinistra verso destra: tumulo di Silbury Hill, Gran Bretagna; Cairn di Barnenez Francia; tumulo a cuneo della Polonia; dolmen di Sion, Svizzera.

Dai dati forniti dall’architettura, durante il Calcolitico avvenne il secondo irradiamento della cultura megalitica europea. Essa dopo il continente e le isole occidentali interessò le sponde del Mediterraneo orientale e ottocento anni più tardi di Malta, si attestò a Creta ed in Egitto. Ad esempio, gli elementi di unione dell’Egitto con la cultura megalitica europea sono tanti, a partire proprio dall’architettura che li rende unici. I  miti sulle divinità raccontati nelle leggende egizie, narrano della loro origine su un’isola primordiale nel “mare occidentale”. Da quanto ne sappiamo sulla civiltà egizia, tale contatto si può collocare alla fine del quarto millennio e perdurò per tutto il terzo e il secondo millennio con le dinastie dei Faraoni. 
Nel secondo millennio, quando nell’Europa del nord si era ormai giunti alla stasi dell’architettura dolmenica e al suo riutilizzo, nelle isole del Mediterraneo occidentale di Sardegna, Corsica e Baleari lo sviluppo del muro ciclopico, impiegato per il rito e lo studio delle stelle, invece continuò. Fu l’opera di un popolo che seguì la strada dell’evoluzione, sia nel campo sociale che in quello artistico ed architettonico.

      Da sinistra verso destra: Nuraghe Orolo di Bortigali; Casteddu di cucuruzzu Corsica; Talaiot di Torrellò Minorca.

W. Scott Elliot (1997) un esponente della “Società Teosofica” di madame Blavatsky degli inizi del secolo scorso, afferma che “ i sardana erano gli antichi akkadiani che ebbero come loro patria d’origine la Sardegna, poi si diffusero in tutto il Medio  Oriente da cui poi discesero i Semiti.” 
Alla fine del Calcolitico e il primo periodo del Bronzo, nuclei megalitici dolmenici sono sorti anche in Palestina e sulle coste della Turchia e della Grecia. Le stesse aree hanno in comune inoltre, la tecnica ipogea delle grotticelle artificiali, importata probabilmente assieme al megalitismo. Sappiamo che queste opere erano già diffuse nell’area mediterranea, numerose soprattutto in Sardegna con circa 3500 esempi, menzionabili tra le più antiche e monumentali.

  
  Tomba ipogea di Montessu, Villaperuccio Sardegna 

L’epoca del Rame rappresenta per il traffico marittimo del Mediterraneo il primo vero “boom” del commercio internazionale, avvenuto principalmente tra le sponde orientali ed occidentali - quelle a più alto grado di sviluppo. Questo spiega la presenza di gruppi megalitici stabili sulle coste orientali del Mediterraneo, che costruirono i loro sepolcri lontano da casa. Dalla Bibbia e dai racconti egiziani sappiamo che erano i Phelesep i Filistei, i Sardana, i Tirsenoi ed altri ancora, appartenenti alle isole occidentali, dagli egiziani questi popoli delle isole erano chiamati i Popoli del Mare. 
È un periodo molto oscuro e lontano quello del Rame e del Bronzo, poiché vengono poste le basi delle prime civiltà orientali che inventarono la scrittura cuneiforme, figlia del simbolismo pittografico Neolitico europeo. Secondo l’ortodossia accademica, al pari della scrittura la prima forma piramidale nacque in Sumer già dal 3500 a.C. con la piramide di Anu ad Uruk, ma nuove datazioni al C. 14 in Sardegna, collocano la costruzione della piramide ciclopica di Monte d’Akkoddi circa 500 anni prima (Contu E. 2000).


 Piramide di Anu (3500 a.C.) Uruk, Iraq.

Questo fa supporre che dalle tecnologie megalitiche occidentali, i Sumeri appresero l’essenza simbolica della forma a piramide tronca e la possibilità di adempiere al culto, arricchendolo di forme architettoniche monumentali. Così, malgrado si riproducano forme simili all’Europa, sembra che la tecnologia megalitica o ciclopica presso i Sumeri non venne impiegata; oltre ad essere molto più faticosa dell’uso di mattoni di fango, essa non entrò mai a far parte di quell’area culturale. Le stesse divinità adorate dai Sumeri hanno, secondo i loro scritti, provenienza occidentale. Per quanto generale questo assunto, gli dèi sorprendono anche nell’abbigliamento perché sono in genere dotati di copricapo cornuto, rappresentati nelle placche e nei sigilli. 
Questa usanza del copricapo cornuto la ritroviamo anche in Egitto, dove Hator la Dea Madre era rappresentata con le fattezze umane dotata di corna, oppure come una vacca. Dai bronzetti ritrovati in Sardegna, a fare uso del copricapo cornuto già in antichità erano i guerrieri, arcieri, frombolieri, opliti, fanti e marinai, quelli che secondo quanto narra la storia egizia invasero l’Oriente a più ondate nel secondo millennio. 
La forma piramidale con rampa, assieme alla funzione religiosa e a pochi altri elementi, uniscono il popolo megalitico ai costruttori di ziggurat. Grecia, Israele, Libano e parte della Turchia furono i luoghi ove si concentrarono la maggior parte dei monumenti ciclopici di tutto l’Oriente, nel III e II millennio prima di Cristo. Infatti grazie all’architettura ciclopica e alle nuove datazioni, è ipotizzabile un nuovo irradiamento della civiltà europea in quel periodo verso l’Oriente, attestandosi saldamente prima a Creta, poi a  Micene e Hattusa. 

                        Da sinistra: Tholos di Knonossoss; porta dei leoni di Micene; galleria e porta ciclopica di Hattusa

Sempre grazie all’architettura appare evidente che un terzo irradiamento della civiltà megalitica, interessò dalla metà del secondo millennio anche le sponde degli oceani del globo, arrivando nelle Americhe, nell’Africa e nell’Asia. Per questi popoli ancora nello stadio primitivo, i contatti col ciclopismo e col megalitismo comportarono a partire dal 1500 a.C. un cambiamento drastico della loro cultura. Dopo millenni di lenta evoluzione in Messico ad esempio, adorarono la Dea madre, costruirono i loro edifici e modellarono la società in funzione del ritorno di un Dio bianco, secondo le leggende arrivato tempo prima dal mare a bordo di un vascello luccicante come il serpente. 
     
La Dea di Tatlilco e una  piramide olmeca. 

In quel tempo in tutto il pianeta il megalitismo si diffonde in vaste aree, giungendo nel primo millennio a.C. sino in Micronesia, Giappone e Corea, impossessandosi con la religione femminina delle menti degli uomini. È come se ad un certo punto della storia la lampada accesa in Europa, dopo migliaia di anni, irradiò la sua luce in tutto il mondo. Popoli diversissimi fra di loro, distanti oceani e montagne, danno vita alla grande avventura culturale della civiltà megalitica che li porterà a migliorare la loro sussistenza con l’allevamento e l’agricoltura. Nei due versanti dell’Atlantico come anche in altre parti del mondo, l'ingegno umano si fonde in un tutt’uno nell'ideazione di strutture architettoniche, politiche e sociali, simili. Non solo, popoli lontanissimi fra loro percepiscono ed elaborano miti, dèi ed eroi identici. 
Possibile che si tratti solo di una coincidenza culturale? O forse, si nasconde qualcos’altro come la diffusione della cultura, delle espressioni mitologiche e dell’architettura?
A mio parere, le conoscenze architettoniche e mitologiche simili che ho riscontrato fra i vari popoli del mondo, sono il prodotto di scambi di sapere e di idee avvenuti nel corso dei millenni, prima in occasione di viaggi esplorativi ed in seguito coi rapporti commerciali. La navigazione rappresentò il vettore principale di diffusione del megalitismo all’interno del continente europeo e solo la navigazione può aver consentito il contatto e lo scambio col resto del mondo.
È però da chiedersi ancora: quale cultura europea avrebbe dato vita a quelle dell’America o dell’Indocina? 
In Indocina ad esempio, si costruirono le grandi piramidi a gradoni di Angkor Wat e Angkor Tom ed era diffusa da migliaia di anni prima l’architettura dolmenica, assieme ai menhir e alle pietre graffite, incise con simboli e coppelle della Dea. 

 
La piramide tempio di Angkor Watt.

In Messico gli Olmechi costruiscono le loro prime piramidi intorno al 1300 a.C., circondandole di enormi teste di basalto dai tratti negroidi e disponendo sulle terrazze stele riportanti un uomo bianco avvolto da un serpente. 

    
Da sinistra: stele olmeca del dio bianco; testa  negroide di la Venta, Messico.

Questi popoli lontani eressero opere simili all’architettura megalitica del continente europeo, soprattutto piramidi e muraglie per forma e tecnologia simili agli edifici sorti millenni addietro soprattutto in Sardegna, Corsica e Baleari. 
Morfologicamente gli edifici americani potrebbero somigliare anche alle architetture in fango delle piramidi medio orientali, ma a differenza di queste furono erette anche con la pietra. I templi a gradoni in pietra dei Maya del Messico, per forma e tecnica sono simili alla piramide a gradoni egizia di Saqqara, ma oltre all’assenza della rampa quelle egizie erano monumenti funerari non templari. 
L’amore per i blocchi dalle dimensioni ragguardevoli posti in opera alla maniera poligonale, è poi uno degli elementi che avvicina enormemente il megalitismo del Perù alle tecniche murarie impiegate dai popoli Pelasgi della Sardegna, dell’Italia centrale e della Catalogna con le loro ardite muraglie dai massi poligonali. Queste civiltà sfidarono i normali canoni della razionalità, se confrontate con i mezzi allora a disposizione di tali popoli. 

       
Da sinistra: la muraglia megalitica di Monte Baranta di Olmedo, Sardegna; muro del fossato della città di Tharros, Sardegna; Muro megalitico della città di Cosa, Toscana; Mura di Olerdola, Catalogna.

Le mura andine di Sacsayhuamán, di Ollantaytambo e di Tiahuanaco, testimoniano la grande affinità culturale con l’Europa anche attraverso la presenza dei decori, quali coppelle e protuberanze mammellari sulle pietre posate al suolo o sui muri. Sorprendentemente gli stessi segni che hanno caratterizzato la religione della Dea Madre europea, sono diffusi in ciascun continente in luoghi non lontani dal mare o raggiungibili dai fiumi navigabili.

     

Le mura andine di Ollantaytambo a sinistra e di Sacsayhuamán a destra.

 Sono identiche persino le conoscenze astronomiche, talmente evolute da permettere di comprendere il cielo in maniera precisa portando a concepire calendari solari e lunari di eguale durata (N. Di Pasquale 2004). La mostruosità dell’operato costruito, affiancato dallo studio e l’allineamento degli astri, permise di superare sfide che persino oggi con tutta la tecnologia a disposizione, sembrano impossibili da eguagliare. Le espressioni proprie della cultura megalitica europea, nelle Americhe sono individuabili con facilità soprattutto in Messico e Perù, luoghi che diedero origine ai grandi imperi Maya e pre-Inca alla fine del primo millennio - inizi della nostra era. Fanno parte di questo grande sistema anche i solchi scavati sulla Pampa di Paracas, Ica e Nazca, che tanto somigliano ai solchi presso gli ipogei di Sardegna, Malta e Baleari, con il loro andamento per linee parallele o a formare triangoli e trapezi, come i dolmen della costa atlantica e della Europa centrale. 
          
Da sinistra: il candelabro di Parcas e i geoglifi di Nazca.

Sono strabilianti anche le somiglianze delle imbarcazioni del lago Titicaca in Perù, le balsas, realizzate anch’esse con essenze vegetali e la medesima forma delle imbarcazioni egiziane e sardana: i papiri e i fassonis. Identici sono anche gli strumenti musicali realizzati con canne parallele che producono suoni simili. L’affinità culturale di queste genti con quelle del Mediterraneo occidentale e con l’Egitto, è tale da venir presa in seria considerazione poiché l’arco di tempo che separa le rispettive civiltà, è abbastanza ampio da permettere una digestione degli insegnamenti raccontati dal loro mito, amalgamati dalle lacune del tempo.

      Da sinistra: balsa del lago Titicaca; papiro egiziano; fassoni della Sardegna.

Tutto questo, a mio parere ha un luogo d’origine, che dopo lunghi viaggi ho scoperto essere più vicino di quanto avessi mai immaginato. Nell’isola dove vivo, la Sardegna, sono presenti i segni dell’uomo lasciati in tutti i periodi nella sua lunga storia. L’isola durante il Neolitico Finale e nel Bronzo, sviluppò una grande civiltà marinara che nel secondo millennio si tramutò in talassocrazia con il dominio del mare. La sua flotta costituita di veloci e capienti navi a vela, è raccontata dalla moltitudine di bronzi riproducenti queste imbarcazioni, ritrovati principalmente in Sardegna, ma anche all’interno di mausolei etruschi, oltre che in Calabria, Cipro, Creta ed in Medio Oriente. 
Proprio in Sardegna le datazioni archeologiche confermano la più antica piramide del mondo, essa è tanto simile alle piramidi americane da ipotizzare un diretto contatto tra questi popoli e dalla quale si generarono il mito del serpente piumato del Messico e del Perù: la piramide di Monte d’Akkoddi.

Monte d’Akkoddi: la prima piramide di pietra.

La piramide di Monte d’Akkoddi, è al centro di una vasta area ricca di testimonianze neolitiche, vicino a numerose necropoli ipogee tra le quali quella di su Crocefissu Mannu coi suoi solchi orientati, a poca distanza dal mare. 

 
La piramide di Monte d’Akkoddi 

Inizialmente prima degli scavi era diffusa l’idea che Monte d’Akkoddi per via dei poderosi massi emergenti dalla terra, fosse un nuraghe o qualcosa di simile, sovrapposto a dei resti più antichi. A tal punto che gli archeologi si affannarono a ricercare l’accesso al corridoio e alla cella dell’interno, presenti in genere nelle antiche torri. Solo più tardi Ercole Contu (2000), quando intraprese i primi scavi, comprese che si trattava di un tronco di piramide in grandi massi di pietra calcarea. La piramide è delimitata da una camicia muraria di enormi pietre, a sostenere una terrazza sulla quale era un sacello (un tempio costruito in sommità), la piramide col sacello, secondo l’archeologo, era un luogo di celebrazione dei rituali religiosi. 
Questa costruzione orientata nord-sud, ha a meridione una lunga rampa d’accesso innestata alla forma tronco piramidale. Poiché era qualcosa di simile a quello che in ambito mesopotamico viene definito ziggurat, gli archeologi furono convinti di trovarsi di fronte all’edificio di una colonia sumera. 
Naturalmente non tennero conto che le ziggurat sumere erano in terra cruda, mentre quella sarda fu realizzata in pietra con la tecnica ciclopica. Sono molte in fondo le differenze formali con le ziggurat sumere, oltre al materiale ad esempio, la loro ripida scalinata d’accesso contrasta con la lunga e dolce rampa di Monte d’Akkoddi. 
Dalle datazioni delle ceramiche ritrovate in sommità e sulla rampa del monumento riferite alla cultura neolitica di Ozieri, Monte d’Akkoddi è datata al 3950-4100 a.C. e non può avere discendenze mesopotamiche, perché è precedente di alcuni secoli, almeno 450 anni (Contu E. 2001). 
Finora la piramide più antica del mondo era considerata la ziggurat in terra cruda di Anu a Uruk in Mesopotamia datata al 3500 a.C. La tecnica ciclopica della piramide sarda, assieme al menhir posto a sinistra e alla tavola dolmenica di ragguardevoli dimensioni a destra posti a corredo dell’impianto, riportano ad un periodo assai più arcaico di quello sumero. Dunque a giudicare dalle datazioni, dalla morfologia e dalla tecnica costruttiva, la piramide sarda deterrebbe il primato di antichità nel mondo. 
La piramide tronca di Monte d’Akkoddi fu oggetto di rimaneggiamenti e ingrandimenti per oltre mille anni. In questo lasso di tempo, essa vide sui ciclopici muri perimetrali un rifascio ancora in grandi massi poliedrici e si accrebbe di altri dieci metri per lato, elevandosi anche in altezza grazie al raddoppio della lunghezza di rampa. La prima rampa di 25 metri di sviluppo, fu costruita con la stessa tecnica lapidea, innestata a sud della parte tronco  piramidale. Essa esercitò al contempo la funzione di piano inclinato, per edificare il resto dell’edificio principale ed il sacello. La piramide arcaica, sottostante l’attuale, era una struttura a base rettangolare prossima al quadrato di 23x27 metri. La sua terrazza era raggiunta dalla lieve pendenza della rampa e sulla sommità ospitava la cella, il principale luogo di culto denominato “il tempio rosso”. Era questo un grande spazio di circa 94 metri quadri di forma rettangolare, ancora oggi ben visibile, realizzato con le proporzioni auree di 12.5x7.5 metri, esternamente e internamente dipinto di un acceso rosso ocra. Di questa struttura rimangono le superfici intonacate ed affrescate di rosso del muro perimetrale e del pavimento, con il varco dell’accesso fiancheggiato anteriormente da due buche di palo di un piccolo protiro. 

     
Vista aerea da sud di Monte d’Akkoddi e ricostruzioni ideali.

Tutta l’antica fabbrica rappresenta uno stupefacente prototipo di architettura neolitica, il cui modello lo troviamo diffuso secoli dopo in Mesopotamia ed in Egitto e più tardi anche nelle Americhe ed in Indocina. Anche in Messico si costruirono piramidi tronche col sacello di sommità, ma qui il rosso delle pareti era ottenuto col sangue dei nemici sacrificati al Dio bianco kukulcan, il “serpente piumato”. Come è accaduto più tardi in numerose piramidi del Messico, anche in Sardegna intorno al 3300 a.C. ebbe luogo il processo di ringiovanimento dell’architettura di Monte d’Akkoddi. Esso avvenne con un maestoso rifascio murario che interessò la rampa e la piramide, consentendo l’innalzamento del piano terrazzato col nuovo sacello posizionato sopra quello più antico. Tutto il costruito dell’edificio piramidale che vediamo oggi, ricalca dunque l’antico impianto costituito dai medesimi elementi e in più sulla sommità venne riutilizzato il vecchio sacello rosso come ipogeo del nuovo. 

   
Da sinistra: vista aerea da nord di Monte d’Akkoddi e vista del versante ovest con le due camicie murarie

La collocazione del nuovo sacello sopra il preesistente, determinò un leggero disassamento del tronco di piramide sopra quello più antico. Il tronco di piramide oggi visibile, misura alla base 37x31 metri nel versante settentrionale e in quello orientale. L’aggraziata rampa orientata a sud con un lato lineare ed uno curvo si allarga man mano che procede in altezza. Essa è lunga ancora oggi complessivamente 41,50 metri alla base, esattamente 50 braccia megalitiche. L’ampliamento in larghezza invece, passa da 8 all’imposta a 16 braccia nel punto di appoggio della rampa sul lato meridionale della piramide, misure del rapporto proporzionale di due a uno, significativo perché simbolo dell’unione con il divino. La lunghezza dell’insieme della fabbrica è di circa 79 metri e l’area totale occupata è di quasi 1600 metri quadri.
La pelle muraria della rampa e del tronco di piramide dei due edifici  sovrapposti, è in calcare bianco sotto forma di grandi massi poliedrici, simili per tecnica costruttiva all’architettura ciclopica dei primi nuraghi a corridoio della regione. Essa riveste in modo eccellente tutto lo sviluppo della rampa e del tronco di piramide. Ciascuno dei massi è posto intenzionalmente a “squame”, ovvero i blocchi superiori non poggiano sulla giuntura dei due conci inferiori. Il risultato estetico è come se la “pelle lapidea” di calcare bianco e luccicante  fosse costituita da tanti “pilastri” addossati l’uno all’altro, a formare quasi una pelle di serpente. In origine il contrasto dei muri bianchi appena cavati della piramide tronca e della rampa con il rosso ocra del sacello di sommità, creava assieme agli arredi dell’intorno un grande effetto emotivo.


Il muro di Monte d’Akkoddi all’innesto del podio con la rampa.

La piramide di Monte d’Akkoddi è il primo tempio piramidale che la civiltà del pianeta produsse in pietra, esso era coevo alle ipogee domus de Janas e ai dolmen cupolati e a corridoio dell’isola. È senza dubbio il prodotto di una cultura esclusivamente dell’Occidente d’Europa, poiché è marcatamente ciclopico negli apparecchi murari e megalitico negli arredi sacri dell’area, come il grande menhir e la tavola dolmenica posti ai piedi della rampa. Tutta la composizione planimetrica della piramide è infatti arricchita da importanti elementi dell’intorno, a mio parere significativi per comprendere la religiosità del luogo, in quanto essi suscitano ulteriori interrogativi riguardo lo svolgimento dei rituali sacri. La visibilità dei grandi oggetti di pietra, venne studiata e calibrata dai progettisti a partire dall’imposta della rampa, in una visione prospettica ove tutti gli elementi incorniciano il grande volume della piramide. 
La prospettiva ottica che si ha del monumento dalla rampa ascendente, è mirabilmente arricchita infatti da tre giganteschi megaliti, atti simbolicamente ad affiancare il rito religioso e caratterizzare la sacralità dell’intero impianto. Tra gli oggetti che compongono il complesso, sulla sinistra a 2\3 della rampa è un monumentale menhir squadrato in origine alto sei metri del peso di 6 tonnellate. Sul lato opposto è adagiata una tavola dolmenica pesante una decina di tonnellate, di forma quasi quadrangolare ma con gli angoli smussati, posata su quattro ortostati e decorata da coppelle e da sette fori posti a perimetro del grande masso. 
All’ingresso est dell’area sacra fu ritrovato un masso ovoidale, posizionato oggi all’imposta della rampa, di forma quasi sferica, finemente lavorato a martellina è ricoperto di piccole ma perfette coppelle. La medesima pietra sferica ho potuto notarla anche nei pressi di alcune piramidi Maya del Guatemala e dell’Honduras, posizionate poco distanti tra la fitta vegetazione. 

      
Gli arredi megalitici dell’area sacra di Monte d’Akkoddi

La similitudine di Akkoddi con le piramidi americane è sorprendente sia per la tipologia costruttiva di rampa e sacello sia per l’uso dei massi impiegati, mentre risultano esigui i parallelismi morfologici con le ziggurat prodotte dalla civiltà sumera. Come detto la ziggurat di Anu ad Uruk, venne realizzata con una sola terrazza priva di gradoni, il corpo di fabbrica è un poligono irregolare in parte concavo, con la rampa che gli si affianca lateralmente. 
Una certa similitudine per l’uso dei canoni architettonici del tronco di piramide e della rampa ad esso ortogonale, invece è possibile individuarla nelle ziggurat di Ur e di Babilonia di epoca però molto più tarda. Le ziggurat di Enanna e di Enki a Ur risalgono al 2050 a.C. mentre quella di Etemenananchi di Babilonia fatta erigere da Nabucodonosor, risale addirittura al 600 a.C., circa 3400 anni dopo Monte d’Akkoddi. La somiglianza della piramide sarda con questi monumenti è dunque limitata all’utilizzo dei soli elementi architettonici di podio tronco piramidale, rampa e sacello di sommità, mentre la tecnica megalitica e ciclopica non ebbe la stessa fortuna. L’utilizzo del mattone di fango a Sumer, però permise senza grande sforzo costruttivo e tecnico l’elaborazione di forme molto complesse e monumentali, arrivando a realizzare edifici a gradoni alti alcune decine di metri. Le dimensioni di pianta delle ziggurat sumere non si discostano comunque molto da quelle di Monte d’Akkoddi: quella di Anu ad Assur misura  39x36 metri, quella di Tukuli a Ninurta  è di 30x30 metri, solo quella più recente di Babilonia è di 91x92 metri. Come nell’isola del Mediterraneo occidentale anche in Mesopotamia le piramidi erano impiegate come templi per il culto della fecondità e della fertilità, il sacello era considerato la casa terrena della divinità posto a contatto con il cielo. 

     
Da sinistra la piramide di Ur prima del restauro e la ricostruzione ideale fatta da Saddam Ussein

Importanti elementi di raffronto con la piramide sarda, sono invece le piramidi gradonate dell’Egitto che, per quanto destinate a sepoltura e più giovani di 1200 anni, costituiscono una evoluzione del medesimo modello archetipo del tumulo tronco conico, la “collina primordiale”. La piramide di Zoser a Sakkara del 2700 a.C. è la più antica delle piramidi d’Egitto, come Monte d’Akkoddi conserva inglobata al suo interno un altro edificio più antico: una mastaba, un sepolcro tronco piramidale e una rampa. La rampa ai piedi delle piramidi egizie collega due templi: uno alla base della piramide e uno posto più a valle, realizzati con una tecnica megalitica sopraffina. Anche la piramide a doppia inclinazione di Dashur fa pensare che in origine fosse un tronco di piramide, sul quale venne costruita la nuova sommità con inclinazione e materiale diverso e anche qui ai piedi del monumento sono presenti la rampa inclinata e i due templi megalitici.



A sinistra la piramide di Zoser, a destra la piramide di Dashur

L’Egitto stupisce per il bagaglio di conoscenze e tecniche che impiega nell’architettura megalitica. È in pratica una cultura di concezione dolmenica che attecchisce e si sviluppa alla fine del IV millennio, sul limitare del deserto lontano dalla patria originaria. La particolarità dell’Egitto è che dopo Malta, i cui templi sono datati agli inizi del IV millennio, qualche secolo dopo divenne il nuovo “centro” della civiltà megalitica in Oriente. 
Quello che accomuna l’Egitto con l’Europa oltre all’evidente megalitismo, è la straordinaria concezione morfologica della piramide costituita in genere da un corridoio sotterraneo ad andamento inclinato, che giunge in una camera sepolcrale completamente o parzialmente ipogea. A ben guardare, il volume pieno della piramide come un dolmen ricopre il corridoio e la camera sepolcrale, era questo infatti il concetto basilare dell’architettura europea quando espresse il grande tumulo conico in terra e pietra, a coprire il corridoio e la camera dolmenica. Lo stesso concetto simbolico e religioso dell’arte megalitica e ipogeica occidentale, in Egitto viene dunque adottato totalmente ed evoluto sia nella forma che nella tecnologia, con il tumulo piramidale anziché conico. 
  

Sezione tipo di una piramide, come i dolmen presenta corridoi e camera sotto il tumulo regolare..

A Monte d’Akkoddi addossate alle murature sono stati rinvenuti oltre 6000 oggetti realizzati dall’uomo del Neolitico e una grande quantità di conchiglie d’alto mare ancora ammucchiate, a testimoniare i pasti rituali consumati nell’area sacra; sono questi ritrovamenti che hanno permesso la datazione tanto antica del monumento. In Sardegna si hanno notizie di altre piramidi esistenti sotto cumuli di terra e vegetazione, ma finora non sono state interessate da scavi di verifica. Senza postulare un teorema sulla tecnologia impiegata nelle murature, a mio parere nel tempo il megalitismo dei primi dolmen ha ceduto il passo lentamente all’opera ciclopica, una tecnologia meglio rispondente alle esigenze di monumentalità. Con il ciclopismo si poterono raggiungere altezze che giungevano al cielo già in epoca arcaica. A Monte d’Akkoddi come altrove nel Mediterraneo occidentale, il megalitismo restò in auge grazie al rituale, sotto forma di altari e di arredi sacri. Lo sviluppo della tecnica ciclopica in Sardegna applicata alla cosmogonia della montagna o della collina e alla geometria sacra, permise la nascita della prima piramide: il modello architettonico più enigmatico della storia dell’umanità. Dopo Monte d’Akkoddi, i monumenti piramidali con rampa furono costruiti un po’ in tutti i continenti, esprimendo con le medesime morfologie un culto comune in auge nei millenni successivi.
La storia dell’umanità è dunque tutta da riscrivere e alla luce delle nuove tecnologie e delle ricerche sull’architettura, è possibile oggi definire nuovi ed importanti ambiti culturali trascurati per lungo tempo. La storia dell’architettura mette in relazione tecnologie costruttive, forme espressive e periodi temporali, in modo da coadiuvare gli studi archeologici del settore. Non molto distante dalla piramide sarda risalente al medesimo periodo è presente una monumentale area sacra, ove invece la tecnica ciclopica è frammista a quella più monumentale megalitica e la forma del complesso è forse più misteriosa.

Danilo Scintu.