giovedì 16 gennaio 2014

IL POZZO DE IS ARRACUS O DE GIAPAUSTINU

di Graziella Pinna Arconte

Betilo basaltico sagomato a "mezza T": parte dei pochi resti del pozzo di Is Arracus a Torre Grande di Cabras (OR). In alto a sinistra, i pilastri a T di Gobekli Tepe, la città millenaria in Turchia (ca. 10000 a.C.). Foto di Stefano Sanna.

Il Sinis di Cabras, come tutti sappiamo, è uno scrigno del tesoro di inestimabile valore. Ogni pietra, a saperla ben guardare, è leggibile e ha una storia da raccontare. E questa vicenda che mi accingo a narrare ci parla, per l’ennesima volta, del vergognoso stato di degrado e abbandono in cui versano i siti più sacri ed eloquenti della nostra millenaria civiltà.
E’ una storia che sta tornando in auge in questi giorni, grazie al reportage fotografico dell’amico Stefano Sanna, ma che, per quel che mi riguarda, risale al lontano 1989.
Io e Nino abitavamo, allora, nella borgata marina di Torre Grande, a un paio di km. da Cabras. Nel batterci per la riqualificazione ambientale e il rilancio turistico del posto, incappammo anche nella discarica abusiva che vergognosamente connotava la pineta in ingresso alla borgata, venendo da Cabras. 
L’allora sindaco di Oristano mandò una squadra a ripulire il sito e, con nostra grande sorpresa e sdegno, scoprimmo che sotto una indicibile montagna di rifiuti d’ogni genere (materassi, lavatrici, ferro, scarti di costruzione abitativa, televisori ecc …) era sepolto un pozzo palesemente antichissimo, i cui betili a doppia ghiera (bassi, d’arenaria e tronco-conico-trapezoidali davanti e alti, di basalto a forma di mezza T dietro, inscritti in una sorta di muretto a secco, erano rimasti ancora, miracolosamente in piedi, nonostante le ingiurie dei barbari e di una ruspa adoprata nelle operazioni di rimozione dei grandi detriti. Perfino gli operai cercarono di non infierire oltre e, anzi, ripulirono con molta cura il sito che, benché chiaramente deturpato, ridondava dell’antico splendore e al solo vederlo incuteva un senso di inaudita armonia. Sapemmo dagli anziani che trattavasi del Pozzo di “Is Arracus” o di “Giapaustinu”, (nella parlata “Serracus” o “Sarracus”). Sapemmo che Is Arracus, dove ancora, peraltro, sgorgava l’acqua sorgiva, era stato uno dei pozzi più generosi della zona; da esso, generazioni di acquaioli avevano portato la fresca acqua nelle brocche, coi loro carri, nei paesi della provincia; ch’era stato sede di culto e processioni e che era stato in funzione fino agli anni sessanta, essendo stato edificato su una mizza – sorgente d’acqua dolcissima secoli e secoli addietro, quando l’acqua era sacra per tutti, qui in Sardegna.
La nostra indignazione era alle stelle! 
Come avevano potuto, le persone di una certa età, consentire un tale abominio? 
Nino presentò un esposto – denuncia alla Procura della Repubblica. 
E, come dicevo, l’allora sindaco Mura mandò un gruppo di operai, in forze, per la “pulizia” del sito. Furono rimossi quintali di rifiuti.

Ecco l’articolo del 7 giugno 1989 con la foto del sito appena liberato dai rifiuti, ma non ancora riordinato.


Ed ecco il pozzo come appare in una foto d’epoca degli anni ‘30/’40, messa gentilmente a disposizione di Stefano Sanna da Roberto Marras:


Nella foto d’epoca non si vede la retrostante mezzaluna di mezze T basaltiche, rette da un mezzo muretto a secco, che formavano un ampio semicerchio, delle quali ora è rimasto solo un esemplare, tristemente capitolato nell’erba, come mostra questa foto di Stefano Sanna:


Certo è che la struttura originaria somiglia inconfondibilmente a uno dei pozzi sacri di  Göbekli Tepe, la città millenaria datata 12.000 anni, risalente alla fine del Mesolitico o all’inizio del Neolitico, riportata alla luce in Turchia,  sulla catena dei Monti Taurus (altra coincidenza?) a 18 Km. a nord-est dalla città di Sanliurfa. Città che, notizia assai singolare e molto interessante, fu abbandonata volontariamente 8.000 anni a.C. e ricoperta di terra dagli stessi uomini che l’avevano abitata!

Ecco un interessante accostamento di Stefano Sanna tra la foto di Is Arracus e Göbekli Tepe:


Altri, nel 1989, si presero il merito del ripristino del sito di Is Arracus, ma fu un’operazione del tutto effimera, dato che dopo che la mia famiglia andò via dalla borgata, il sito precipitò di nuovo nel degrado.
Ecco, dunque, senza proferir altre parole, lo stato in cui versa oggi questo sacro sito, visibile attraverso le foto di Stefano Sanna, dalle quali, peraltro, si evince la notevole riduzione dei betili, alcuni dei quali sono rovesciati sull’erba e gli altri ... probabilmente andati ad abbellire qualche cortile?






Grazie a Stefano Sanna per la gentile concessione delle foto.


Infine, per chi avesse voglia di vedere il sito può andare a vedersi questo puc.