venerdì 17 gennaio 2014

Il Risotto di Occam

*di Emilio Vicari

Immagine dal sito mammafelice.it
L’altro giorno ero in cucina che guardavo il telegiornale e mi preparavo il pranzo. Risotto al guanciale: una pentola per il riso, una per il brodo e una padella per il guanciale (preferisco rosolarlo a parte). A un certo punto, mentre ruotavo sapientemente la padella, questa si è incollata alle piastre dei fornelli elettrici. Provo a sollevarla, girarla, le do un colpetto sul lato: niente. Il coltello con cui ho appena sminuzzato lo scalogno, che tengo nella mano libera per darmi un contegno, vola verso la pentola del riso e ci si attacca, sdeng, come se l’avesse lanciato un televenditore di coltelliere magnetiche. Sul tetto scoppia un boato di crollo, che mi fa pensare a un paracadutista obeso dalla mira scarsa. Calmo, mi dico, sei un uomo di scienza: fai come quel tizio, Guglielmo di Occam, che tra tutte le possibili spiegazioni eccetera eccetera. Bon. Osserva. Il coltello con cui ho tagliato a cubetti il guanciale, che stava a lato dei fornelli, è rimasto dov’era; la televisione ha smesso di funzionare; la mano, mentre tento – invano – di ruotare le manopole, si scalda dall’interno, come in un forno a microonde. Conclusione più plausibile: la prima metafora è quella giusta, come sempre.
Il televenditore di coltelliere: un campo magnetico spazialmente limitato e fortemente direzionale si origina dal mio forno a incasso, sotto la cucina, e attira tutto ciò che di metallico si trova sopra di esso. Provo ad aprire il forno: niente, lo sportello è bloccato. Dovrei chinarmi a guardare dal vetro, ma mi cadono due calcinacci in testa: il paracadutista obeso (che in realtà, secondo la mia teoria, non può che essere l’antenna della televisione) sta per sfondare il soffitto della cucina; o forse, considero a parziale rettifica, si sta staccando la cappa. Poca roba, per ora, sufficiente a farmi uscire dalla stanza, non certo a distogliermi dall’indagine. Vado in sala, prendo un libro e una chiave, torno sulla soglia della cucina e li lancio una dopo l’altro, con l’intenzione di sorvolare i fornelli. Il libro cade nel secchiaio, due metri più in là; la chiave, appena entra nella no-fly zone, schizza verso il basso e si tuffa nel brodo. La teoria regge, il soffitto un po’ meno. Sembra che il campo magnetico stia aumentando d’intensità: il piano della cucina si sta inarcando, come a trattenere il forno a incasso dallo spiccare il volo. E’ una lotta tra carpentiere e falegname, tra calcestruzzo e legno. Sale un ronzio, che forse è fuori, forse nella mia testa. Lo scienziato s’arrende e lascia spazio all’uomo ancestrale, al timore reverenziale per il fuoco e la tempesta. Il legno è sempre più curvo; dall’altra parte del soffitto rumori di lamiere contorte. Vedo tante stelle, poi il buio.

*

Mi risvegliai non so quanto tempo dopo, la guancia appiccicata al pavimento impolverato. Impiegai un attimo a capire dov’ero, e perché. Senza tirarmi su da terra volsi lo sguardo all’intorno. Nessuno – pareva – s’era accorto di nulla; forse perché vivo da solo in cima a una collina, e il più vicino dei miei “vicini” sta a quattro chilometri. Pregi e difetti dell’eremitaggio. La cucina? Scomparsa. Cioè, capiamoci: qualcosa c’era ancora – pezzi di intonaco e di cemento, cocci bianchi di piatto e rossi di tegola, il frigorifero solitario nel suo angolino – ma il piano con le piastre e il secchiaio, il forno, la lavastoviglie e i pensili collegati se n’erano andati, presumibilmente passando dalla voragine che s’era aperta nel soffitto. Tra i detriti, dove un tempo c’era il forno, giaceva bianca e improbabile una busta. Mi alzai a fatica, mi avvicinai combattendo il capogiro e la raccolsi: era una busta piena di denari, lo si capisce subito. Erano pezzi verdi e gialli; non pochi, ma lì per lì non seppi dire se sarebbero bastati a risarcire del danno il mio locatore. Assieme ai soldi trovai un cartoncino scritto con una grafia tanto curata quanto bizzarra:

SORRY, BUT BETTER SAFE THAN SORRY
 -- T.T.

Che simpaticoni, pensai. Un gioco di parole intraducibile, che suona più o meno come ci dispiace, ma prevenire è meglio che curare. Chi cazzo era questo T.T.? Basta, dovevo chiamare il centotredici. Per fortuna che mi son preso i fornelli elettrici, pensai di sfuggita guardando la giungla di fili che spuntava dal muro. Ero confuso. Il centotredici. Impianto elettrico andato. Cellulare? Cellulare. Funziona! Macchina diabolica.

*

Le forze dell’ordine, dopo il sopralluogo, mi hanno ringraziato per averli prontamente avvertiti, e caldamente consigliato di far finta di niente; hanno parlato con il proprietario della casa, adducendo spiegazioni balorde accompagnate da un ben più gradito risarcimento danni. La busta me l’hanno prima requisita, poi restituita, con i soldi ma senza bigliettino. Sul giornale locale non c’è traccia dell’accaduto, figuriamoci su quelli nazionali. Però...
Ho guardato su internet. Tra le tante notizie passate sotto l’uscio ne ho trovata una che sospetto mi riguardi. In breve, un asteroide ferroso dal nome astruso, che ogni tot anni passa da queste parti e che avrebbe forse impattato la Terra tra qualche migliaio di anni (con una probabilità dello zero virgola), ha imprevedibilmente deviato il suo percorso; questa deviazione, causata dall’impatto con ignoto qualcosa, ha modificato in maniera lieve ma decisiva le traiettorie dei passaggi futuri, scongiurando oltre ogni dubbio la catastrofe. Sempre invocando Guglielmo e il suo rasoio, mi vien da dire che quel qualcosa era la mia cucina, attirata a gran velocità verso l’asteroide grazie a un potente elettromagnete, messo nel mio forno da un T.T. (Time Traveler?) un po’ artigianale la cui esistenza è stata messa opportunamente a tacere dalle autorità; e che ora i chicchi ancora al dente del mio risotto si trovano in orbita parabolica verso il vuoto interstellare, assieme alle padelle dell’IKEA e ai cubetti di guanciale.
Ho controllato la lista dei corpi celesti a moderato rischio impatto: il prossimo farà capolino tra sei mesi, giusto in tempo per la disdetta del contratto di affitto. Va bene salvare l’umanità e tutto, ma la casa solitaria in cima alla collina, che oggi sento in modo sinistro molto simile a un osservatorio astronomico, la lascio volentieri a qualcun altro, assieme al discutibile hobby di arredare asteroidi.
Better safe...


*Racconto partecipante al concorso Scritturiati (MP)