mercoledì 29 gennaio 2014

Questione sarda, questione italiana … e questione europea (vasto programma)

di Francesco Masia

Noi sardi: forse è perché siamo pochi in un vasto territorio, che finiamo per distinguerci tra noi così spesso e unirci così di rado. Ci si attacca al proprio campanile, alla propria parlata, alle proprie ricette, ai propri usi; potremmo crederlo in radice giustificato dal fatto che in ciascun lembo di territorio, col suo terreno e il suo clima e quindi le sue particolari micro-varianti di flora e fauna, quegli usi e quelle ricette dovevano essere davvero i più appropriati al contesto. 
Contemplativi, di Ovidio Piras

Comunque siamo pochi e abbastanza divisi in un vasto territorio, un territorio che almeno in periodi passati è stato anche discretamente isolato. Forse è per questo che le influenze esterne facilmente ci hanno trovato e ci trovano in soggezione: noi, pochi, incertamente uniti (più spesso) e insulari, posti a confronto con le idee, le manifestazioni culturali, il potere economico (quando non anzitutto militare) di popoli che per il solo presentarsi in Sardegna, superando il mare (e con qualche pretesa), dovevano trovarsi in stadi discreti della loro parabola di civiltà, di potenza, in genere di cultura (conoscenza di culture altrui e consapevolezza della propria), accompagnati perciò dalla sicurezza e dall’orgoglio della propria identità. 

Dal combinato cronico, ho idea, delle nostre intime soggezioni e delle altrui sicurezze (o di quelle che noi facilmente avvertiamo tali) può allora essere scaturita la permeabilità dei sardi agli influssi stranieri: una permeabilità che nei casi e nei periodi migliori porta ad integrare nella propria cultura elementi nuovi attraverso una loro attiva elaborazione (si veda, se vogliamo, la stessa ricettività per i codici scrittori assorbiti e rielaborati, come crediamo, fino all’età romana; o l’architettura delle chiese giudicali, o la scienza giuridica filtrata nella Carta de Logu); ma anche una permeabilità che nei casi e nei periodi peggiori porta ad assecondare le altrui politiche colonialiste (e a ostacolare i moti resistenziali), ad assorbire in pochi giorni qualsiasi accento diverso dal proprio, a vietare il Sardo ai figli (senza bisogno di precise leggi centraliste), a considerare e usare “pastore” come un epiteto offensivo, ad avvertire il nuragico come una imbarazzante eredità di pietrame, a non accendersi di alcuna curiosità sulla propria storia quando non se ne trovi altro che ridicole tracce tra quella che ci impongono i testi scolastici (curiosità che sarebbe solo il primo passo per arrivare ad accendersi di indignazione).

Così si raggiunge il paradosso di stranieri in Sardegna che sviluppano una tale conoscenza della cultura e della civiltà sarde  da sopravanzare la nostra, rovinata dall’inconsapevolezza identitaria dei più; stranieri che conoscendola giungono ad apprezzare e amare la Sardegna ben più di molti isolani, liberi (questi stranieri) da quell'avvertirla un po' madre e un po' matrigna, dalle braccia che avvolgono e trattengono, che proteggono e attutiscono, accolgono e separano.

Eppure sono convinto che molti tra i sardi che hanno nel tempo favorito la dipendenza da stati altri non fossero affatto digiuni della propria storia e nemici della loro gente, ma valutassero in piena buona fede un supremo bisogno per la Sardegna di protezione e tutoraggio (politico, militare, economico) nell’ambito internazionale. Se ci guardiamo intorno, delle isole a noi vicine è oggi indipendente solo Malta, dal 1964, per la fortunata vicenda del (per lo più) pacifico dissolvimento del Commonwealth Britannico (trapassato nell’organizzazione intergovernativa del Commonwealth delle Nazioni). La terza isola (per estensione) del Mediterraneo, Cipro, è una Repubblica indipendente (dall’Inghilterra, anche lei) dal 1960, ma solo il problema della sua minoranza turca (il 36% dell’isola si autodefinisce Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta dalla sola Turchia) impedisce la fusione anelata (dalla parte greca, maggioritaria) con la Grecia (e il trattato costitutivo blocca in questo stallo Grecia, Turchia e Gran Bretagna, che mantiene sull’isola due basi militari sovrane).

Bisogno di protezione e tutoraggio, ma non solo. La perfetta fusione del 1847 fu richiesta dai più che la intendevano come un’emancipazione rispetto alle differenze vigenti nel confronto con gli Stati di Terraferma del Regno di Sardegna (solo dopo, a giochi ormai fatti, in tanti si unirono ai per lo più oristanesi che già pensavano si stessero compromettendo nel lungo periodo le potenzialità dell'ormai ex Stato Sardo). E il riconoscersi, successivamente, nel regno d’Italia e non più di Sardegna sarà parso a molti sardi come l’aver guadagnato un posto in un condominio di diversi nel quale potersi considerare, per queste diversità, tra pari. Roma aveva dominato su tutto il Mediterraneo, quindi ogni regione poteva ricordarla come nemica; ma questa volta non era Roma a conquistare l'Italia, era l'Italia a guadagnare la sua capitale. Sotto Roma si radunavano con (evidentemente) nuove speranze realtà non poco disomogenee, tra le quali la Sardegna (al di là del metterci la propria corona) poteva a buon diritto sentirsi inclusa. E ancor più avremmo motivi di sentirci inclusi oggi, certo per il noto contributo dei sardi nelle battaglie che hanno dato onore all'Italia quando la si faceva unita (prendiamolo così, in blocco, questo contributo, con la sua retorica da una parte, il sangue vero nel mezzo, le pagine critiche dall'altra), ma anche per la storia antica che sempre più avviciniamo in cui i Sardi risultano la civiltà (dell'ossidiana e delle torri e dei metalli e delle navi nel Mediterraneo, più o meno narrata e mitizzata nei documenti antichi di tutte le altre civiltà dell'area) che perlomeno contribuì a inseminare la civiltà etrusca (che ebbe re scelti tra i Sardi), la quale a propria volta inseminò la civiltà romana (che ebbe re scelti tra gli Etruschi). La nostra posizione nel Mediterraneo ci ha messo in rapporti ora fertili e proficui, ora di sottomissione, con anche il medio oriente e l'Africa e la Spagna; ma la stessa posizione della penisola italiana (per non parlare della Sicilia) ha reso la storia di tutti i popoli italici (più numerosi delle regioni che si contano oggi) un susseguirsi, dopo la conquista romana (come per la Sardegna), di dominazioni straniere. Che poi la Sardegna nell'eccezionale periodo di indipendenza dei Giudicati (largamente coincidente con l'altrettanto eccezionale periodo di indipendenza dei Comuni e delle Repubbliche Marinare) abbia guardato anche (se non soprattutto) all' (entità geografica) Italia e sia stata vista anche (se non soprattutto) dall' (entità geografica) Italia, questo mi sembra non solo un argomento di propaganda della storiografia italiana, ma un fatto. 

E quanto alle secchiate di senno di poi sulla fusione o fregatura perfetta: ma non ricordano tanto i discorsi sul perché si è lasciata la Lira per l’Euro (e sulla proposta, quindi, di uscire dall’Euro)?

In genere le pagine critiche sulla perfetta fusione tratteggiano un notabilato sardo smidollato che ha abboccato a una propaganda sabauda di vuote promesse, subito tradite. A me pare non dovrebbe omettersi come avesse enormemente giocato in quel clima quanto montava in giro per l’Italia (il tricolore viene dal ‘700 e dalle campagne napoleoniche), con la Carboneria, nata nel regno delle Due Sicilie, che aveva già passato il testimone alla Giovine Italia (tra i suoi martiri Efisio Tola) e alla Giovine Europa. A me pare che la Sardegna promotrice della fusione perfetta possa leggersi come il primo stato dell’entità geografica italiana che ha espresso la propria volontà di unirsi (significativamente più di prima, nel suo caso) al regno di Sardegna, come gli stati che avrebbero votato nei plebisciti del ’48, del ’59 e del Marzo del ‘60, e al regno d’Italia, come gli stati che avrebbero votato negli altri plebisciti del ’60, del ’66 e del ’70.

Bisogno di tutoraggio e desiderio di emancipazione, dunque, ma non solo. Appunto perché anche a proposito di questa fusione potremmo sottolineare, in ambito italiano, una sorta di avanguardismo sardo; potremmo evidenziare che almeno molti suoi fautori non volevano tirarne le somme già nei mesi successivi, guardando al solo (ipotetico, nonché blandito) tornaconto per la Sardegna, ma miravano ancora a un maggiore tornaconto futuro, non secondariamente in termini di diritti, da condividere in un più grande stato dove stare con pari dignità. 

E non dovremmo dubitare che anche in altre regioni, gli stati dove poi si era espressa la volontà di adesione al regno di Sardegna e in seguito d’Italia, il dibattito sul “ci è convenuto?” abbia trovato ampio spazio. Non è, quindi, un po’ come per l’Euro (ossia per quella che è comunque, a oggi, la realizzazione più avanzata del progetto di Unione Europea)? Chi era favorevole ad aderirvi, lo era per raggiungere questi presenti o altri risultati? E se siamo a questi risultati, la “colpa” è da imputare a quanti vollero aderirvi, a quanti hanno gestito le fasi successive, o a quanti (noi compresi) non sappiamo affrontare il presente? E dalla crisi dell’Euro (o crisi economica europea, o crisi economica mondiale in Europa), che l’Italia soffre più della Germania, si esce con quale cambiamento: con più e meglio Europa (con il passo in avanti) o con meno Europa (il passo indietro, o il ritorno al futuro)? E mutatis mutandis (la perfetta fusione per l'Euro, ossia la Sardegna per l’Italia e l’Italia per l’Europa)?

Direte: guarda la Catalogna.

La Catalogna appare nella dirittura d'arrivo di un processo a lungo seguito con coerenza che l’ha portata, attraverso la maturazione prima dell’autonomismo e quindi dell’autonomia, alla maturazione dell’indipendentismo e quindi, forse (o quasi), dell’indipendenza. Io credo che la Sardegna debba ancora maturare un vero autonomismo (dietro la diffusione di una sufficiente consapevolezza identitaria nella maggioranza dei sardi) che dovrà tradursi in una reale autonomia, fin qui non adeguatamente attuata nemmeno entro i limiti consentiti dal proprio Statuto. Una autonomia che veda il Sardo lingua co-ufficiale e quindi lo faccia entrare nelle scuole (lo auspico da non-sardo-parlante, sebbene personalmente non saprei ribattere convincentemente agli scettici su quale Sardo, o sul come gestire tutte le lingue della Sardegna paritariamente ufficiali); una autonomia che dia o permetta di guadagnare più forza alla Sardegna per opporsi alle servitù che non gradisce (vuoi militari, vuoi industriali o agro-industriali, vuoi turistiche, vuoi dei trasporti). Che da una tale vera autonomia  la Sardegna potrà maturare ancora un diffuso indipendentismo non mi sento certo di escluderlo. È vero, però, che vedo nei rapporti storici tra le regioni della Catalogna e il regno di Castiglia differenze che mi paiono significative rispetto ai rapporti tra Sardegna e stato italiano (la Catalogna, per dire, non ha mai chiesto una fusione perfetta). E vedo differenze significative tra Spagna e Italia: soprattutto, lo stato italiano è un tale insieme di realtà storicamente differenti che il distacco di una regione non renderebbe più omogeneo l’insieme delle restanti; al contrario, aumenterebbe tra queste più i motivi di disunione che quelli di unione, in un rewind (un riavvolgimento) del risorgimento (anche senza i risvolti di sangue dell'ex Jugoslavia, che non immagino) in cui le regioni potrebbero staccarsi una dopo l’altra; e sarebbe arduo ipotizzare un ordine di disomogeneità secondo il quale dovrebbero, volendo, secedere.

Direte: è la sindrome di Stoccolma, l’ostaggio (il sardo) solidarizza con i rapitori (gli italiani). Oppure, peggio, è il delirio: pensare che il destino dell’Italia, già favorito da questa ancella, possa infine essere compromesso, per un intrigante disegno del destino, dall’autonomo determinarsi della sua regione più trascurata; pensare che questa debba sostenere, oltre i propri fardelli, anche quello di una malcerta unità italiana (ma allora è proprio un complesso, questo di Atlante). Non so, non ero proprio arrivato a pensarci prima di mettermi a scriverne, ma ad ordinare gli elementi uno dietro l’altro si possono immaginare (per semplicità) due scenari opposti: la Sardegna, per diverse trame già prima rotella, più o meno oscura e negletta, delle sorti italiane, sfila la propria carta e innesca il crollo, di seguito, di tutto il soprastante (opprimente) castello; oppure la Sardegna, fedele (altro complesso), non volta le spalle all’Italia e magari, presto o tardi, sarà spettatrice dello sfilarsi di altre regioni, del diverso sgretolarsi dello stato unitario, così che continuerà a essere dilaniata dal dibattito dei suoi intellettuali su quanto i sardi non sappiano essere sé stessi e con ciò riconoscere e perseguire il proprio interesse. D’altronde, osservo, la gloriosa indipendenza giudicale iniziò per la dissoluzione da cause esterne (l’espansione islamica che isola Bisanzio) dei legami di dipendenza dall’impero bizantino; dissoluzione che non può imputarsi ai Sardi, quindi, ma che i Sardi colsero come sappiamo (o come, purtroppo, molti non sanno; la storia insegnerebbe almeno che bisogna farsi trovare pronti, non con le armi nascoste, ma al contrario, evangelicamente, con l’olio per le lucerne).    

Si può infatti discutere se paragoni, invece, con l’Irlanda, o con la Scozia, debbano dirsi più calzanti di quello con la Catalogna. Non mi ci avventuro, ma di fatto, pur rispettando o anche apprezzando le colonne dell’autonomismo e dell’indipendentismo sardo (che tra l’altro conosco ancora di seconda mano; ovviamente me ne rammarico, non me ne vanto), continuo a sentirmi non meno vicino a quei sardi che in politica hanno generosamente speso il loro impegno anche nella dimensione italiana, non tanto per loro ambizione personale quanto per il genuino riconoscere un’ulteriore patria e ulteriori fratelli (non citerò presidenti della repubblica, perché penso a Enrico Berlinguer e Antonio Gramsci, sebbene conosca di seconda mano anche loro; so quanto sia discusso se nel pensiero maturo di Gramsci possa riconoscersi qualcosa più di un' apertura, ampia o meno, all'autonomismo, ma lo stesso non smetterei di guardare anche al dove e per cosa si è speso inoltre).  
I
o oggi, comunque (raggiunta da un pezzo la consapevolezza che erano fondati quei sospetti di essere un idiota, in gioventù, per come in fondo cercavo di distinguermi dall'idea che amiche e amici continentali avevano dell'archetipo sardo), mi sentirei a posto nel riconoscermi un sardo che onora (e insegna a onorare) la Sardegna e, con questo, arricchisce la stessa Italia del contributo che deve venirle da ogni sua parte, come penso debba augurarsi un siciliano ma pure un calabrese o un valdostano (senza contrapposizioni con l’estero, non fraintendiamoci). E un sardo che onori la Sardegna, come un toscano che onori la Toscana, amerà conoscere le radici della sua regione, coltivarne la storia, la lingua, vivificarne “gli usi e i costumi”, altrimenti nemmeno apporterà ricchezza all’Italia, quella ricchezza di diversità che ogni Paese deve rispettare, coltivare e valorizzare. 

Ecco, mi piace pensare che anche l’Italia, di sardi che non onorino la Sardegna, che non insegnino agli altri italiani ad onorare essi stessi la Sardegna (sottraendo tale compito a tanti stranieri già pronti a farlo per noi), in fondo non sappia che farsene.

Ora un punto dolente è che per onorare la Sardegna, oggi, dovrei mettermi in grado di conoscere l’offerta politica di queste elezioni, conoscere e confrontare i programmi (non sarebbe poco, ma ancora sarebbe il minimo), la biografia politica dei loro principali esponenti (magari soprattutto nel mio collegio), la storia politica dei rispettivi partiti e movimenti con le conseguenti motivazioni della loro presenza sulle schede. Al momento, confesso, sono lontano dall’avvicinare questi traguardi. E ho soprattutto un pregiudizio negativo circa, appunto, apprezzabili motivazioni per la presenza di così tante formazioni. Pregiudizio che, devo concludere, non mi aiuta ad affrontare il compito.

Tante liste perché, come sopra, ogni lembo di territorio stimola, con la differenziazione di usi e ricette, anche diverse visioni del territorio e della sua gestione? Dubito fortemente. Credo dovrei leggere anch’io, per capire meglio, “Storia di Mayta”, il libro di Mario Vargas Losa  la cui lettura ha reso il nostro Franco Pilloni pronto a non meravigliarsi dei divorzi tra gli indipendentisti, “dove si raccontano le motivazioni e i percorsi che portano al nodo della spartizione, senza che i protagonisti partecipino consapevolmente al dramma”.

E la zona franca mi ricorda, pure lei, l’Euro (per non dire, mutatis mutandis, la perfetta fusione). Nel senso che, alla luce dei miei saperi, non posso che affidarmi alla convinzione di quanti, apparentemente competenti, la promuovono o la svalutano, non mancando né gli uni né gli altri. E come per l’Euro, ovviamente, la stessa zona franca potrebbe realizzarsi e gestirsi in modi diversi, modi che richiederebbero analisi ancor più lontane dalle mie competenze per essere giudicati. E come per l’Euro, ancora, una zona franca che, realizzata, non portasse i risultati auspicati metterebbe davanti alle stesse domande: si era sbagliato, occorre tornare indietro, o spingersi più avanti?

Questa la versione di Francesco, scritturiato o meno (o più), magari melassa volgare e massificata, per quanto spiegata con impegno; comunque non arretrata, avverto, rispetto alle medie convinzioni autonomistiche o indipendentistiche dei sardi (al di là di come queste possano essere risultate nella foto di un sondaggio). 

Con tutto ciò, motivi per votare Gigi non mi mancano (per amicizia, vicinanza se non consonanza ideale e garanzia morale, ho scritto il 4 Gennaio). 

Accetta Gigi anche una simile manu tenta nel ballu tundu?