lunedì 24 febbraio 2014

Riti del Goceano

Per Gianfranco: gli sarebbe piaciuto, questo racconto. 

*di Gotianu Minore

Deo so Gotianu, fizu de Goto Minore, naschidu nel centro più importante del Goceano.
Non so se voi riferite la vostra origine ad Adamo ed Eva o, più laicamente, a quella Lucy africana di oltre un milione di anni fa. Noi del Goceano non siamo né di questi, né di quelli. Siamo diversi, siamo figli dei nostri padri, nipoti dei nostri nonni e pronipoti dei nostri bisnonni, così a seguire sino al primo abitante del Goceano che non era certamente Adamo, né Lucy. 

Il nostro territorio è aspro, non solo perché pieno di scarpate, ma anche all’assaggio sa di pera selvatica acerba, acidulo e astringente come nessun altro in Sardegna. I nostri sentieri si arrampicano sui monti e tracciano solchi tra i cespugli, una volta da oriente verso occidente, poi subito all’incontrario. Questo fa sì che, a qualsiasi ora li percorra, per un tratto avrai il sole di fronte, per il tratto successivo ti verrà da dietro. I nostri sentieri tagliano i versanti dei monti così che tu, quando percorri il primo tratto, ti trovi a poggiare il piede destro più in basso di quello sinistro così che ti tocca di lavorare d’anca per stabilizzarti. Al contrario nel segmento successivo, col piede destro in alto il lavoro d’anca spetta a quello sinistro. Siamo così abituati a lavorare d’anca che spesso continuiamo a farlo anche quando percorriamo la via principale del paese che, ripeto, è il più importante della zona, ma solo perché ci viviamo noi e perché ci hanno vissuto i nostri anziani. Noi ancheggiamo anche da fermi, ancheggiamo in chiesa, ancheggiamo anche in sogno. Per noi, ballare la lambada è un modo per riposarci.

Ci è capitato  in sorte un territorio povero di ruscelli e di sorgenti: averne una nella proprietà è come tenere un tesoro sotto il materasso. In altri tempi, a dire degli anziani, ci furono lotte tra i villaggi per appropriarsi delle sorgenti ma, sempre a detta degli anziani, risultò vincitore sempre il nostro villaggio. Così vincitore che, a furia di rubargli i terreni, abbiamo costretto il paese più vicino in spazi così ridotti che hanno dovuto costruire il cimitero nel nostro agro: ogni volta che vi portano un morto devono chiedere il nostro benestare. 
E noi? Certo che glielo diamo, ci mancherebbe! Forse che non li vorremmo vedere tutti morti? 
Ci tocca di accontentarci di vederli morire uno alla volta, ma spesso è capitato di seppellirne anche tre insieme. E se avevano sparso sangue, non erano morti di incidente stradale.
Una volta, tanto tempo fa, mio nonno era ancora ragazzo, quelli del paese vicino si erano opposti: figuriamoci! Nella notte, piazzammo i nostri uomini a ogni incrocio delle loro strade così che nessuno, prima del levar del sole, poté uscire di casa per andare in campagna o solamente a prendere l’acqua o il foraggio per le bestie. Qualcuno tentò di fare lo spiritoso, mostrando il suo temperamento ribelle: bastò mettergli la canna del fucile tra la nuca e la quinta vertebra lombare che gli si infiacchirono le gambe! Il parroco consigliò di denunciare l’accaduto ai carabinieri, ma il sagrestano, nostro compaesano sposato e trasferito al paese vicino, glielo sconsigliò vivamente. Anche perché la stazione dei carabinieri è nel paese nostro. 
Ma perché dico queste cose? 
Non solo per dimostrare che portiamo pistoccu in bertula, ma siamo superstiziosi. Molto superstiziosi.
Per esempio, quando andiamo a presidiare armi in pugno un paese vicino, e qualche volta lo abbiamo fatto non per scopi benefici o dimostrativi, gli uomini di guardia non si distraggono dalla loro missione neanche per pisciare. Né si fermano nel camino di ritorno perché lascerebbero le loro tracce. Quando rientrano in paese, vengono accolti nella piazza dove è sistemata una grande vasca. Una volta entrativi, gli uomini danno libero sfogo ai bisogni, naturalmente senza sbottonare i pantaloni, essendo disdicevole mostrare i loro organi riproduttivi. In questo modo però essi uscirebbero dalla vasca con i pantaloni bagnati e qualcuno potrebbe ridere di loro. Per paura del peggio, il resto degli abitanti che hanno atteso in casa l’evolversi della situazione nel paese vicino, hanno trattenuto i loro liquidi e infine li hanno raccolti in lavamani che poi verseranno sopra gli eroi della notte, fra grandi risate. 
In questo modo nessuno distingue chi e dove era pisciato prima o dopo. 
Il capocaccia, per sostanziare una tradizione, insieme all’urina gettò nella vasca il proprio anello d’oro. Ad uno ad uno, uomini e donne, giovani e vecchi, sposati o solamente fidanzati, lo seguirono, buttarono i loro anelli, gli orecchini e anche i bracciali, d’oro o d’argento che fossero. Gli uomini uscivano dalla vasca per andare a lavarsi nel rubinetto della piazza, mentre tutti gli altri frugavano con le mani fra l’orina fresca, in cerca del proprio oggetto. Naturalmente difficoltoso imbattersi nel proprio gioiello così che se ne recuperava uno qualsiasi e poi, nella festa che seguiva, si andava in cerca dello scambio giusto, perché ciascuno tornasse in possesso del proprio. 
La gente mangiava, beveva e ballava in piazza, divertendosi fino al tramonto della Luna.
Diventò ben presto la festività preferita: non si doveva pagare un predicatore che ricordasse ai paesani i loro peccati, né si invitava alcuno di fuori, perché non c’era un santo a cui invocarsi. 
Così è nata la festa di Cussèmiu-custètuu, Quellèmio-questètuo. 
È vero che quelli dei paesi vicini ci sminuiscono e ci prendono in giro con la storia della festa di Piscia-e-pappa, ma è tutta colpa dell’invidia.
Sono fiero di essere un uomo del Goceano. Lo ero anche a vent’anni quando conoscevo il mare solo per sentito dire. Lo sono ancora di più ora che ho visto il mare e ho attraversato l’Oceano. 
Sì, sono fiero e so di avere una buona ragione: per seppellirmi non devo chiedere il permesso a nessuno.


*Racconto partecipante al concorso Scritturiati (MP)