giovedì 6 marzo 2014

Incroci

*di Fabio Martello

ignoriamo tutto o quasi tutto, e non soltanto degli incontri, avvenuti o mai avvenuti, tra singole persone di tempi diversi, ignoriamo tutto o quasi tutto delle vie che portano da un tempo all’altro, vie che investono non solo l’individuo ma intere masse, intere civiltà, interi popoli, vie che ci rimarranno per sempre oscure, le loro imperscrutabili od ingegnose o casuali geometrie,  e nessuno, d’altra parte, che si accinga all’indagine, che insegua la preda, che si metta sulla pista su cui impazziti e folleggianti pattinano e talora rotolano, in assenza, per la verità, di un vero e proprio attrito radente, i tempi, i molteplici e folli e deliranti tempi che in questo o questi mondi ci sono toccati in sorte, tempi che ci sfuggono sempre dalle mani, tempi di cui non ci accorgiamo mai veramente, così come non ci accorgiamo mai veramente di vivere, poiché senza coscienza del tempo non c’è nemmeno coscienza di vita, una vita che perciò stesso liquidiamo come vita-non-pervenuta, o come vita-connotata-da-un-grado-ontologico-tutt’al-più-supposto-o-supponibile, tutt’al più, nessuno, in ogni caso, che tampini le sgangherate ed accalcate vagonate di tempi dirette verso quella non catalogabile destinazione chiamata esistenza, qualunque cosa voglia o non voglia significare, poi, questa parola, esistenza, tutti questi puttaneschi e clowneschi caravanserragli di tempi ammassati gli uni sugli altri ci resteranno per sempre ignoti, nonostante gli esempi
di interscambi più o meno virtuosi di incroci tra un tempo e l’altro non manchino di far mostra di sé, un solo esempio potrebbe bastare per tutti, a tal proposito, a tal proposito basterebbe citare l’inintellegibile ed innominabile vis a tergo che governa gli interscambi spazio-temporali tra il Veneto degli anni venti trenta quaranta del novecento e i paesi balcanici a-partire-dagli-anni-novanta-del-novecento, pensiamo a quanto è accaduto o sta ancora accadendo alla luce di questo diabolico oppure inenarrabile oppure beffeggiatore (oppure) interscambio di spazi e tempi tra il Veneto e i paesi balcanici, interscambio che dissesta, o forse ridefinisce, o forse interroga solamente, quell’oscuro equilibrio su cui da sempre si devono reggere le piagge comprese tra i sempre poco blasonati paesi balcanici e il nostro languente e ipercinetico Veneto -  basterebbe un solo esempio di questo genere, basterebbe. Quale d’altro canto la ragione per cui tutti i veneti o buona parte dei veneti fingono di meravigliarsi se non addirittura di scandalizzarsi all’immigratorio passaggio della gente balcanica di questi ultimi anni, quando in realtà sanno perfettamente, i veneti, che queste presenze, questi teschi squadrati dagli occhi chiari o meno chiari, queste anime decise e diffidenti non sono se non gli stessi veneti che popolavano il Veneto negli anni venti trenta quaranta del ventesimo secolo dopo Cristo.  Non si deve forse a questo – sempre meno esclusivo – segreto quel vero e  proprio processo di distruzione in atto, in tante famiglie venete, delle foto dei nonni o bisnonni in vita negli anni venti trenta quaranta del ventesimo secolo dopo Cristo, nonni o bisnonni di cui bisogna assolutamente distruggere le tracce, le sia pur infinitesimali prove d’esistenza? - ogni minimo ritratto dei nostri avi vivi in quegli anni deve andare a fuoco, o tritato, o ingoiato, nessuno, nessuno al di fuori del Veneto deve sospettare quanto è accaduto e sta tuttora accadendo, vale a dire che le facce balcaniche circolanti nel Veneto a-partire-dagli-anni-novanta-del-novecento altro non sono che le autoctone facce che circolavano nel Veneto negli anni venti trenta quaranta del novecento, è un segreto che deve rimanere nascosto, necessariamente nascosto, quelle avite facce di cui oramai non conserviamo più alcuna prova nelle case venete, in virtù di un compulsivo e al tempo stesso sonnambolico processo di distruzione tuttora in corso ai danni delle foto che le ritraggono ed anzi ritraevano, quelle avite facce sono le stesse facce che a un dato momento ci siamo ritrovati qui, nel Veneto, intendo dire, in questo indecifrabile o fin troppo decifrabile Veneto, a partire da un qualche momento di questi ultimi decenni, quelle facce larghe e con gli occhi azzurri, o meno azzurri, così come le braghe, le scarpe, le canottiere, i paltò dei nostri avi degli anni venti trenta quaranta del novecento, sono  le stesse braghe, le stesse scarpe, le stesse canottiere, gli stessi paltò indossati dagli uomini e dalle donne balcaniche che, a partire da un qualche infinitesimale momento di questi ultimi decenni, hanno cominciato a visitare, dapprima, e dimorare, dipoi, in questo nostro indecifrabile o fin troppo decifrabile Veneto. Sono i bizzarri circuiti che nessuno si spiega e tantomeno spiega, questi, eccetto qualche solitario scienziato o scientista con facoltà di parola in materia di tempi, nessuno che stani le leggi che regolano le sempre progressive ed imperscrutabili dinamiche dei tempi, nessuno

*questo racconto partecipa al concorso "Scritturiati"