domenica 2 marzo 2014

Le donnine di Amun (e le altre): co-evoluzione del segno 'ankh e del segno a Tanit

Riprendiamo altri due articoli dal blog di Gianfranco Pintore, non più accessibili nella loro interezza. Per il semplice motivo che ho finalmente sviluppato le idee per scrivere la terza parte. Forse. AB

Le “donnine”di Amun (e le altre) in Sardegna. 1a parte

di Atropa Belladonna, 25.03.2012

Su diversi scarabei sardi campeggia un particolare segno, molto famigliare: la ’ankh, il geroglifico per “vita” (figura 1). A volte esso assume tratti che lo rendono pressochè indistinguibile dal segno a Tanit. In qualche caso lo si ritrova come parte di un trigramma che rende facilmente Amun (JMN in egiziano) per crittogrammi acrofonici (fig. 1c-e) (rif. 1g, ndr);  in altri casi si trova al centro di un arrangiamento simmetrico che a prima vista può sembrare puramente e solamente decorativo, ma che non lo è (fig. 1h-l). 


Figura 1: a. Metropolitan Museum, strato di fondazione del tempio di Hatshepsut(ca. 1473–1458 a.C.); b. Museo di Portland, Oregon (3), scrittura crittografica di Amun; c.Monte Sirai (4)d.Tharros(4); e.Tharros (4); f. collezione Magnarini, nr. 03.17 (2), forse cipriota del 728-525 a.C.; g.Kition (4, fig. 31);  probabile lettura incrociata, crittografica: Amun (JMN) per 3 volte ( dall’ alto in basso, da dx a sin. e da sin a dx); h. Nora (4, fig. 30);   i.Tharros (6); l.Tharros (6)

Per capirlo dobbiamo rammentarci che nella crittografia amunica, alcuni segni sono polivalenti  e possono rendere una qualsiasi delle lettere  J, M, N (1b,c)(1g, ndr). La ’ankh è uno di questi, assieme alla penna maat, all’ ureus, alla corona del basso Egitto, al segno nfr, al cartiglio  (Figura 2) (5).  Negli scarabei 1c e 1d, il cesto nb vale come al solito N, mentre è impossibile decidere il valore della penna maat e della ‘ankh (J o M): il risultato non cambia e, molto probabilmente, la lettura Amun va fatta in ambo i sensi. Per analogia con lo scarabeo trovato nello strato di fondazione del tempio di Hatshepsut, dove quella sorta di scettro dovrebbe valere J (da Jaret, la dea del latte) e per la somiglianza della penna col segno J (ger. M17) è forse più probabile che in 1b,c,d  la penna valga J ed il segno ad ’ankh renda, in questo caso la M. Nel sigillo 1e, visto il valore acrofonico unico di M per la tavola da gioco (ger. Y5 = Mn , 5) , la ’ankh ha verosimilmente il valore N (Tavola 1). 
    Nella riga di sotto gli scarabei 1f ed 1h, hanno come indicatore inequivocabile la barca solare, logo/avatar di Amun (-Ra), così come nell’ 1i Amun è scritto, in alto, in forma semi-crittografica: non vi è quindi dubbio, come sottolinea Magnarini,  che la combinazione penna-’ankh-penna renda Amun; come lettura, 1f ed 1i sono quindi identici. La disposizione simmetrica suggerisce che la lettura vada fatta in  ambo i sensi, rendendo Amun per 3 volte. In 1g, il logo in alto non è completo, c’è solo il disco solare che vale la solita J (da jtn = disco solare), e la lettura dall’ alto in basso rende Amun coinvolgendo anche il cesto Nb: avremmo quindi una lettura incrociata ed Amun ancora per 3 volte. Un pò più complessi sono 1h e 1l, dove elementi aggiuntivi  si trovano al di sotto del trigramma penna-’ankh-penna: una linea ed un cesto nb nel primo, forse un complemento fonetico (n) ed nb = signore; tre linee nel secondo, a me non chiare, forse una reiterazione del complemento fonetico n o un qualche altro significato legato al  numero 3.

Tavola 1: segni multivalenti della crittografia amunica ed altre scritture del nome divino (si veda anche il post "I critto-rebus di Amun-Re, del 28.05.2013, ndr)


A ben guardare però, alcune delle’ankh sugli scarabei sardi sembrano più dei segni a Tanit, nello scarabeo 1d addirittura con le braccia alzate. Però  esso ha un marcatore in più che lo ricollega al segno egizio: la “testa” grossa e che si fa appuntita verso il basso.Nello scarabeo 1h invece le braccia non ci sono, permane il triangolo ed è presente una sorta di farfallino, elemento che pure compare, seppure ridotto, nelle ‘ankh egizie: anch’ esso un vero e proprio ibrido ’ankh/Tanit.
        Da dove arriva ed a quando risale questo concetto? non so voi, ma a me questi ibridi rimandano immediatamente all’ antropomorfo di Wadi-el-Hol, sovrastante una sibillina scrittura in alfabeto proto-sinaitico (figura 2a) (7).  Un altro segno ibrido si trova tra gli 80 scarabei della giara di Montent, ritrovata chiusa ed intatta a Byblos nel tempio di Baalat-Gebal (8), datata tra il 2000 ed il 1800 a.C. per quanto ne so, sono gli scarabei più antichi trovati in terra siro-palestinese e seguono di pochissimo la comparsa degli scarabei in Egitto (fine del primo periodo intermedio, 2181-2055 a.C.). (Solo 3 sugli 80 scarabei recano il segno ad ’ankh, gli altri scarabei sono per la maggior parte di tipo Hyksos, con cerchielli e volute).  Neppure dobbiamo pensare che un segno simile fosse estraneo al repertorio egizio: lo abbiamo già incontrato, parlando della “scrittura con oggetti”, nell’ antico Regno (1b). Un altro segno ibrido (e straordinario), si trova inciso su una placchetta in pietra rinvenuta di recente a Beth Yerah (la casa del dio Luna), nella Palestina del nord. Risale a ca. il 3000 a.C.


Figura 2.a. Wadi-el-Hol (1850-1700 a.C.); b. Giara di Montet, Byblos, Nr. 23 (2000-1800 a.C.); c. Giara di Montet, Byblos, Nr. 27;d. recipiente rituale in grovacca, composto da ’ankh + Ka (Egitto, 3100-2900 a.C.); e. placchetta di BethYerah  (presso il lago di Tiberiade), ritrovata nel 2009, forse un oggetto egizio risalente al 3000 a.C.


Figura 3.a.scarabeo da Tharros, base (9); b.Sigillo anatolico, 3000-2000 a.C. (10); c. manico di giara dal tophet di Tharros (11): secondo Gubel il segno centrale è una Tanit; d. manico di giara da La Serreta (Cartagena): un vaso tra i segni punici B ed N (11).

Lo scarabeo da Tharros in fig. 3a reca, secondo C. Manca (9): “il simbolo di Tanit con la parte inferiore composta da due triangoli, che risultano l’ uno sotto l’ altro. Si nota la mancanza nel triangolo superiore, della base.”. A parte l’ ovvia considerazione che se un triangolo manca della base non è più un triangolo, questa configurazione a me ricorda la riproduzione di un sigillo anatolico del III millennio a.C. (fig. 3b) (10). Mi ricorda anche altro (la Tanit a gambe aperte sopra il Toro delle tavolette di Tzricotu) ma questo lo riservo per la 2a parte. In figura 3c, segni su un manico di giara dal tophet di Tharros, datato tra il IV ed II sec. a.C. (11). Gubel identifica il segno centrale come Tanit, non commenta sui segni a fianco di esso, ma paragona l’ insieme ad un manico di giara da Cartagena (fig. 3d). A dire il vero non ho ben compreso il suo argomentare.

La storia del segno ‘ankh/Tanit scritta in Sardegna?
Non sono certo la prima a pensare di rintracciare la storia di questo segno antichissimo. So bene che non ce la farò, perchè l’ impresa è titanica ed ogni volta che penso di averci capito qualcosa, arriva qualche altra sorpresa. Non tratterò l’ argomento qui, lo farò alla prossima puntata. Ma dò un anticipo: la potente figura 4 è stata presa dal riferimento 12, che a sua volta l’ ha presa da un lavoro di Ronzevalle del 1932.

Figura 4:’ankh, pseudo-’ankh e segni a Tanit (12).

Purtroppo la Sader non riporta nei dettagli nè le epoche esatte dei vari segni nè il luoghi di ritrovamento. Le scritte a mano di Ronzevalle mi fanno stare male perchè sono scritte in piccolo ed in francese. Però un pò ci capisco: a destra vi sono segni a Tanit provenienti dall’ Africa e dalle colonie fenicie; a sin., dall’ alto, si distinguono nomi reali e segni su scarabei ed amuleti egizi; segni su scarabei, scaraboidi et. al dalla Palestina/Fenicia/Siria; segni su monumenti ittiti e siro-anatolici; infine segni su monete (?) dalla Fenicia, da Cipro e dall’ Anatolia. La Sader parla di “‘ankh, pseudo-’ankh e Tanit”, proponendo per essi un’ origine in comune (12).
A questa figura, già esplicativa, mi sento di aggiungerne una seconda che riporta alcuni tra i migliaia di "potmarks" dell' Egitto predinastico/dinastico arcaico (fine IV millennio-inizio III a.C.). Ronzevalle non poteva certo conoscerli nel 1932, ma basta cliccare su "basic signs", gruppo XLIX e si trovano tutti questi esempi (Figura 5). 

Figura 5: Potmarks egizi di fine IV-inizio III millennio a.C. Gruppo XLIX (segno “quasi” 'ankh). Si noti l’ associazione con un motivo ad alberello, identico a quello presente sulla pietra di Norbello

Si possono individuare alcuni marcatori, in parte già visti qui:
1. le gambe aperte
2. le gambe serrate a “palo”
3. il corpo a triangolo
4. il “farfallino”
5. le braccia alzate
6. le braccia spalancate oppure un “farfallino" schematizzato
7. le braccia in giù
8.  la forma e grandezza della testa
9. elementi aggiuntivi
10. Il capovolgimento
11. La “mostruosità”
12. I seni

Si noti (dalle figure 1-5) che si osserva per alcuni marcatori una prevalenza, ma non una esclusività, sia di tempi che di luoghi. In Egitto, ad esempio, è raro il tipo con marcatore 6, ma non del tutto assente. Così come nelle “colonie” è raro il tipo a gambe aperte, ma non del tutto assente. I marcatori 7, 10, 11, 12 mi sembrano finora limitati alla Sardegna.  Tutto questo lo vedremo meglio alla prossima puntata, ma intanto una domanda, anzi due o tre: vista una certa intercambiabilità/origine comune/sovrapposizione tra il segno a Tanit e la 'ankh egizia, cioè il geroglifico per vita, cosa c’è da stupirsi se in una tomba a monte Sirai si trova una Tanit capovolta, una non-vita? (anzi, da quanto mi risulta se ne trova una anche nella necropoli di Tuvixeddu) (13).  Nella più genuina tradizione sarda del “capovolto” delle statue stele e dei graffiti neolitici? E vista la variabilità dei segni in figura 4, perchè i segni a Tanit di Tzricotu (figura 6) sono, per alcuni, inaccettabili? E perchè ogni segno a Tanit sardo deve essere per forza ascritto all’ ambito fenicio-punico, quando questo segno va in giro, anche su documenti scritti ed in tutte le sue varianti, da molti secoli prima che queste culture vedessero la luce? 



Figura 6: alcuni segni a 'ankh/Tanit su documenti sardi arcaici

Perchè bisogna stupirsi se alcune figure su stele di Sulci tengono in mano un oggetto che Bartoloni identifica con la Tanit ma che Moscati ascrive al segno egizio ’ankh?Ancora, come si fa a non capire che quella Tanit disarticolata sullo scarabeo di Tharros di fig. 3a (ridisegnato in fig. 6) ci sta dicendo che il triangolo non è un gonnellino, o un “volume compatto”, ma qualcos’ altro, un segno taurino di antichissima origine, qui estremamente stilizzato? l’ insieme è  non diverso dall’ immagine famigliare della dea con le gambe aperte sul toro. Certo, quelle di Tzricotu hanno i loro problemi, “avvinghiate” come sono ad altri segni di scrittura, come del resto ce li ha la figura di Wadi-el-Hol (fig. 3a).... (continua).

Riferimenti
(1) A. Belladonna, http://gianfrancopintore.blogspot.com a.La crittografia del dio Egizio Amun in Sardegna 08.01.2012; b.Scrivere con gli oggetti: in Egitto lo facevano già 5000 anni fa 18.01.2012; c. Un’oca, il re adorante, la penna, la barca: nel nome del dio nascosto 30.01.2012; d.DiTharros&Amun. E di altri luoghi11.02.2012; e.Un paio di scarabei sardi. Ed un paio di idee sulle date 05.03.2012; f. Gli “omini” di Amun negli scarabei sardi 16.03.2012. (per un compendio vd: 1g. A. Belladonna, Gli scarabei sigillo della Sardegna e la scrittura segreta del Dio nascosto, monteprama.blogspot.it, 26 OTTOBRE 2013)
(2)F.Magnarini,  Uno sguardo su una collezione di scarabei , 2005, a cura di Archeogate
(3) John Sarr, 2001, Gayer-Anderson Scarab. Collection in the Portland Art Museum, Portland, Oregon USA.
(4)G. Hölbl, ÄgyptischesKulturgutimphönikischen und punischen Sardinien, Band 1 (Leiden: Brill 1986)
(5) Egyptian Hieroglyphs in EGPZ/BMP http://www.egpz.com/resources/pdf/EGPZ-BMP-0.1.pdf
(6) C. Orcurti, Scarabei egizii trovati in Sardegna, BAS 1957, 86-98.
(7) Gordon J. Hamilton, Huron University: London, Ontario (Canada), From the Seal of a Seer to an Inscribed Game Board: A Catalogue of Eleven Early Alphabetic Inscriptions Recently Discovered in Egypt and Palestine, 2010, Letter http://bibleinterp.com/PDFs/SealOfASeer.pdf
(8) Tufnell O., Ward W. A. Relations between Byblos, Egypt and Mesopotamia at the end of the third millenium B.C. A Study of a Montet Jar. In: Syria. Tome 43 fascicule 3-4, 1966. pp. 165-241.
(9) C. Manca, Gli scarabei: affinità tra mondo egizio e mondo fenicio punico, (2011) Tesi di Laurea, Università degli Studi di Sassari, Relatore P. Bartoloni
(10)  G. Sanna, SardôaGrammata, 2004, S’ Alvure ed.
(11) E. GubelThe Iconography of Inscribed Phoenician Glyptic , in:  Studies in the iconography of Northwest semitic inscribed seals, 1993, Universitaetverlag Freiburg and Vandenhoeck&Ruprecht, Goettingen.
(12) Sader, H.  2005 Iron Age Funerary Stelae from Lebanon. Cuadernos de Arqueología
Mediterránea, vol. 11. Publicaciones del Laboratorio de Arqueología de la UniversidadPompeuFabra de Barcelona
(13) A. Stiglitz, Il “segno di Tanit” in Sardegna: contributo al catalogo, in Quaderni della Soprintendenza archeologica per le province di Cagliari e Oristano XVI, 1998, 43-50. 



Nel suo bell' articolo del 2006, Orly Goldwasser fa una cosa oltremodo interessante (1a). Seguendo il suo modello secondo il quale i segni del proto-sinaitico derivano dai geroglifici egizi, mette a confronto i segni alfabetici delle miniere di turchese, con i contemporanei geroglifici delle scritte egizie: non generiche ma proprio quelle del Sinai. Fatalmente giunge per queste ultime ad alcune scritte che appaiono in qualche modo contaminate dal gusto cananeo e le attribuisce a persone poco famigliari con i geroglifici. In polemica con Rainey, che invece sostiene che li conoscevano benissimo per poterci giocare in quel modo e re-inventarsi una scrittura che avrebbe rivoluzionato il modo di comunicare: l’ alfabeto proto-sinaitico. Lasciamo la disputa, nota come "Who really invented the alphabet-illiterate Canaanite miners or Northwestern Semite sophisticates?", a questi due giganti (2) e più modestamente occupiamoci del nostro segno ’ankh/Tanit-simile, quello che abbiamo chiamato, per comodità, “donnina”: appartiene o no al repertorio proto-sinaitico e affini? da dove deriva e come si è evoluto?
Goldwasser fa derivare il segno dell’ antropomorfo a braccia alzate, la lettera semitica H, dal suo più ovvio precursore egizio: A28 (più qualche variante), determinativo per rallegrarsi, gioire, ballare, fare lutto (Fig.1).

Figura 1: esempi di grafemi antropomorfi incorporati in iscrizioni (con l’ eccezione di Conca Illonis su cui permane grande incertezza). Il Medio Regno si estende ca. tra il 2055 e il  1650 a.C. (XI-XIV dinastia). E’ lo stesso periodo entro cui rientrano le scritte di Wadi-el-Hol e delle miniere di Serabit-el-Khadim.

Il tutto sembra ragionevole, ma non le consente di spiegare in modo soddisfacente tutti i “grafemi umani” del proto-sinaitico fuori dal Sinai, in primis quelli di Wadi-el-Hol: alcuni si ricollegano a forme particolari dei geroglifici A1, A17, A84, ma non la loro “testa grossa” e tanto meno il segno composito che campeggia nel testo 2. Ricordo che Wadi-el-Hol si trova nel cuore dell’ alto Egitto, non lontano da Luxor e la scrittura ivi ritrovata è probabilmente alfabetica, legata al proto-sinaitico ma con caratteristiche proprie: secondo Hamilton ha  preceduto temporalmente quelle del Sinai (3), mentre secondo Goldwasser ne fu una scopiazzatura o/e la testimonianza che esistevano più sistemi alfabetici, correlati ma distinti (1a). Entrambi però riconoscono che è difficile dire se le scritte di Wadi-el-Hol siano puramente alfabetiche o se contengano principi dello script egizio, come i determinativi (classificatori, con un termine più moderno). Sui grafemi umani di Wadi-el-Hol Goldwasser scrive inoltre: “La variazione dell’ uomo con le due braccia alzate assomiglia  di più al grafema cananita H, in quanto ne mantiene la parte più importante: le braccia alzate squadrate" (1a).
E’ forse questo il momento in cui il segno ad ’ankh/Tanit  venne incorporato in un sistema alfabetico e si fuse con quello maschile/asessuato del geroglifico A28 e affini? Il momento in cui l’ omino si fuse con la  donnina? Fu a questo punto del rebus che mi tornarono in mente le parole che Lilliu scrisse sugli antropomorfi del peso da telaio di Conca Illonis, da lui tentativamente datato alla fase post-Ozieri/eneolitica: “La forma di sole-cerchio con tondino centrale è identica a quella del geroglifico egizio per il “sole” col significato di eternità. In due scomparti – uno su d'unafaccia e uno sull'altra – è lo zigzag, il serpente, a indicare la Dea. [...]Le due figurine restanti, con le estremità piegate ad angolo retto in opposizione simmetrica alle braccia parimenti sollevate (in una disegnate due dita a ypsilon della mano) sono assessuate. Non si esclude però che anche in queste silhouette si possa ipotizzare la Dea”(4). Lilliu non poteva conoscere la scritta di Wadi-el-Hol, pubblicata da Darnell nel 2005 (5), ma ipotizzò per quel pezzo un legame con un geroglifico egizio. Impossibile però, vista l’ unicità dell’ esemplare, trarre conclusioni stringenti, seppure la somiglianza con l’ antropomorfo di Wadi-el-Hol sia suggestiva, così come la forma a Y delle dita di una mano, riscontrabile anche in alcune scritte proto-sinaitiche (Fig. 1)(1b). 

Figura 2: alcuni segni a ankh/Tanit su documenti sardi arcaici. A destra in basso, schema della Tanit capovolta della tomba Nr. 5 di Monte Sirai

Fatto è che la contaminazione alfabetica tra il geroglifico A28, ed affini, e la nostra donnina rimase immortalata nella scritta di Wadi-el-Hol (presumibilmente inizi del II millennio a.C.)(3) ed ancora più di frequente nei documenti sardi (figura 2). Confermando l’ idea che il sistema scrittorio nuragico fu forse il primo ad evolversi dal proto-sinaitico (5), o dal “proto-sinaitico fuori dal Sinai”, quello che è testimoniato a Wadi-el-Hol ed in altre locazioni egizie. E mentre nel Sinai l’ omino asessuato rimase predominante e non si sa se servisse da determinativo o solo per rendere il segno H, nello script sardo avvenne l’ opposto: il grafema umano mantenne in modo elettivo le caratteristiche della ’ankh/Tanit, della donnina, e divenne il determinativo “H” della divinità androgina (6). Si noti ad esempio l’ antropomorfo con la “testa grossa” ed il triangolo, dal nuraghe Aiga (fig. 1).Perfino l’ omino più omino, quello di Is Locci Santus, reca una reminiscenza della ’ankh/Tanit: forse è proprio in ricordo di questa connessione non alza le braccia ma le spalanca. Si nota immediatamente come sia applicabile a questa selezione il sistema dei “marcatori” introdotto nella prima parte e su cui torneremo in seguito.
1. le gambe aperte
2. le gambe serrate a “palo”
3. il corpo a triangolo
4. il “farfallino”
5. le braccia alzate
6. le braccia spalancateoppure un “farfallino" schematizzato
7.le braccia in giù
8. la forma e grandezza della testa
9. elementi aggiuntivi
10. Il capovolgimento
11. La “mostruosità”
12. I seni

Uno dei marcatori più caratterizzanti della produzione sarda è “la mostruosità”, cioè i tratti del volto  e/o del corpo che a volte appaiono decisamente anomali, rendendo la figura essenzialmente di sesso indefinibile (fig. 3a,b), animalesca (fig. 3c) o quanto meno strana (fig. 3d).



Figura 3. a. Idolo antropomorfo sul frammentodi vaso nuragico da Santa Anastasia di Sardara (7) e b. Stele di epoca  punica nr. 49,dal tofet di MonteSirai (8); definito dal Moscati “deformazione antropomorfa del segno di Tanit”; c. concio inserito nel muro esterno della chiesa di San Pietro di Bosa, con lettere dello script nuragico (9a);d. antropomorfo su oggetto in terracotta, con lettere dello script nuragico (9b); e. sigillo da el-Lahun (Kahun, Egitto XII dinastia), recante segni di una scrittura sconosciuta (10).

In questo quadro si riconsiderino le osservazioni di S.Moscati : nelle “stele senza nicchia, solamente incise, l’iconografia è ormai del tutto distaccata da quella tradizionale, tracciata in maniera popolaresca ed impressionistica che evidentemente si lega all’ambiente sardo locale. Così, ad esempio, nella figura della stele 49, dalla testa abnorme per grandezza, dal corpo di schema trapezoidale, dalle braccia filiformi piegate in alto:  può trattarsi di una deformazione antropomorfa del segno di Tanit” (fig. 3b) (8).
In alcuni casi l’ associazione del “mostro”  con segni di scrittura è palese (fig. 3c,d), una situazione simile al famoso sigillo dal Kahun pubblicato da Petrie nel 1921 (fig. 3e), risalente all’ epoca della XII dinastia (1991-1807 a.C.) e rimasto indecifrato (10).

La storia del segno ’ankh/Tanit scritta in Sardegna? (II)
Il capitolo 9 di SardôaGrammata (6) affronta l’ argomento forse più ostico di tutto il libro. Il titolo stesso del capitolo racchiude le conclusioni, per lo meno parziali, cui Gigi Sanna giunse nel 2004: “La Dea Partoriente o Grande Dea anatolica e la dea sarda (Y-Ana) neolitica ed eneolitica”. L’ analisi muove dalla constatazione che le tavolette di Tzricotu presentano segni Tanit-simile (Fig. 2), ma sono paleograficamente databili a diversi secoli prima di quanto si faccia risalire, normalmente, l’ iconografiadella divinità fenicio-punica(VII-VI sec. a.C.). Inoltre Gigi Sanna rimarca che il segno fenicio-punico ha il corpo a triangolo e non le gambe aperte come nelle tavolette, volendo quindi rappresentare una divinità differente, molto più arcaica e legata alla cosiddetta Dea partoriente, o Grande Dea doppia della vita e della morte, raffigurata a Chatal-Huyuk sopra le teste di toro e con le gambe divaricate (Fig. 4a)


Figura  4: alcune testimonianze dello sviluppo dello schema dalla Grande Dea al segno ’ankh/Tanit. a. Chatal Huyuk; b, c. lingotti di Serra Ilixi; d. Tzricotu, A3; e. Senorbì: f. Karalis; g. Tharros (dal rif. 6, pg. 387).

Ovviamente non è tutto, altrimenti i suoi avversari lo avrebbero già perdonato! G. Sanna va oltre e  giunge alla conclusione che il segno a Tanit dello script Nuragico sia in alcuni casi "scomponibile" in 3 elementi con valore logo-pittografico (figura 5): un simbolo solare/luminoso (la "testa"); un segno a triangolo riconducibile al Toro (il corpo a triangolo); la bipenne, il segno della dualità (il "farfallino" o le "braccia spalancate"). Da quest’ ultima, il segno del due, deriverebbe il suono B per acrofonia di bidente, una parola di origine indo-europea (6). L’ accorpamento dei tre componenti risulta quindi come il segno più forte e rappresentativo dello script religioso Nuragico, un vero e proprio simbolo schematico della divinità YHW che dà la vita e nel contempo leggibile come Nul.’ak ’ab He (la luce del Toro, padre Lui) (6, pg 183). Esso ripercorre lo schema tripartito delle statue-stele, delle tavolette di Tzricotu e quello concettuale dei tre monumenti: il nuraghe, segno fallico, taurino e solare (la Vita); la tomba dei giganti (la tomba del toro, la Morte); il pozzo sacro della bipenne (la Nascita).



Figura 5: la proposta scomposizione del simbolo schematico della divinità nuragica- omologo al segno’ankh/Tanit - nei suoi tre componenti (6).

Ha un senso quello che sostiene Gigi?  vi sono altre prove che questo segno possa essere una composizione? e, soprattutto, è un segno su cui convergono diverse culture con significati in qualche misura simili? e in quali modi fu reinterpretato dalle diverse culture che lo utilizzarono? vi sono dei marcatori e dei significati che caratterizzino specificamente ed esclusivamente un dato luogo ed un dato tempo? Forse la cosa più semplice è partire proprio da quest’ ultima domanda e la risposta è, come ci si poteva aspettare: no. Perché, ovviamente, ogni evoluzione non è lineare, né nei luoghi né nei tempi. Basterebbe considerare che la parola “vita” si rende nei geroglifici egizi ed in quelli anatolici con un segno simile, ma non uguale (Figura 6): il primo, almeno nella sua forma standard (ger. S34), presenta il marcatore 2 = le gambe chiuse a palo (ma si vd. la figura 7 per le varianti); il secondo (ger. anatolico H369) il marcatore 1 = le gambe aperte.


Figura 6: i segni standard per “vita” nei geroglifici a. egizi (’ankh) e b. anatolici (II millennio a.C.)

Per fornire un altro esempio,  non è affatto vero che il triangolo chiuso del segno ad ’ankh/Tanit sia limitato all’ epoca ed alla cultura fenicio-punica (anche se è prevalente), così come non è vero che il segno a Tanit fenicio-punico abbia sempre il “triangolo” (anche se questa forma è la più frequente): a volte ha anche le gambe aperte e, viceversa, alcuni esempi di ’ankh egizie hanno il corpo a triangolo proprio come la più famigliare Tanit (Figura 7). Un’ altra testimonianza straordinaria è resa dai segni ’ankh “disarticolati”. Altri sembrano proprio straordinari ibridi tra una bidente ed una ’ankh. La documentazione che assieme a Romina Saderi ed altri amici abbiamo raccolto, è enorme e non posso ovviamente mostrarla tutta. La figura 7 ci serva solo da punto di partenza, ponendo però al contempo un punto ben fermo: il voler ricondurre per forza all’ ambito fenicio-punico ogni segno a Tanit rinvenuto in Sardegna è chiaramente uno sforzo inutile.  E non c’è certo da stupirsi né delle donnine a gambe aperte di Tzricotu, né delle altre di figura 2. Non so se abbia ragione Gigi Sanna a ricondurre l’ origine del segno ’ankh/Tanit all’ Anatolia del Neolitico, fatto è che il segno era presente, nelle sue varianti, nei sistemi scrittori del Mediterraneo fin dalla fine del IV -inizio III millennio a.C..



Figura 7: a. potmarks egizi predinastici (fine IV mill. a.C.) (11); b. la palette di Heluan ka, Egitto, I dinastia (3050-2890 a.C., 12); c. la palette di Bet Yerah con un segno ’ankh (al più tardi 2800-2600 a.C. , 13); d. segni a Tanit e monogramma di Arados, costa libanese (V-II sec. a.C., Museo del Louvre http://cartelfr.louvre.fr/cartelfr/visite?srv=car_not&idNotice=26040 ); e. Sigilli a bottone, Egitto, Antico Regno (Inizi III millennio a.C., 14); f. Giara di Montet, Byblos, Nr. 23 (2000-1800 a.C.) (15); g. Palestina, XVII-XVI sec. a.C. (16) (’ankh capovolta); h. Siria, XX-XVIII sec. a.C. (16) (’ankh capovolta  e con elementi aggiuntivi);  i. Sigillo da Medinet Habu, 1182-525 a.C. (17), ’ankh con testa e corpo a triangolo; l. Scarabeo da Medinet Habu, 1324-1070 a.C., ’ankh disarticolata (17);  m. Creta, dal “deposito dei geroglifici di Knossos”, 1900-1700 a.C. ca. (18)

Ma, a mio avviso, una domanda importantissima è la seguente: è plausibile, che il corpo-triangolo di Tanit sia correlato al  Toro? la risposta tenterà di darcela, nella terza parte, un’ antichissima divinità egizia: Bat.

Riferimenti
(1)a.O. Goldwasser, Canaanites Reading Hieroglyphs. Horus is Hathor? - The Invention of the Alphabet in Sinai, Egypt and the Levant 16, pp. 121–160, 2006;b.H. Grimme, AlthebräischeInschriftenvom SinaiAlphabet-Textliches-SprachlichesmitFolgerungen, 1923, Hannover (per foto e disegno di S350 in fig. 1)
(2) Forse hanno un pò ragione tutti e due? Forse bisognerebbe distinguere tra invenzione ed utilizzo. E’ utile, in questo senso, pensare al moderno textese degli SMS: chi inventa e reinventa il codice(o meglio i codici), manipola una o più lingue in modo a volte strabiliante, arricchendo inoltre i testi di ideogrammi e numeri. Non necessariamente chi lo usa e lo diffonde ulteriormente è così versato in materia linguistica, ma il processo è ovviamente non lineare. Il limite è solo imposto dai segni disponibili nel telefonino o nel computer. Per il proto-sinaitico non bisogna dimenticare il background, cioè un repertorio di segni preesistente nella cultura cananea, come dimostra il fatto che alcuni segni sono pressochè inspiegabili usando solo il repertorio egizio (1a). Quello che sta emergendo sulle origini della scrittura nell’ ultimo decennio, impone l’ uso di una estrema cautela nel porre un limite temporale all’ indietro.
(3)Gordon J. Hamilton, Huron University: London, Ontario (Canada), From the Seal of a Seer to an Inscribed Game Board: A Catalogue of Eleven Early Alphabetic Inscriptions Recently Discovered in Egypt and Palestine, 2010, Letter,
(4)Nr. 181 del catalogo:  G. Lilliu, Arte e religione della Sardegna prenuragica Delfino editore, 1999
(5)DARNELL, John et al, "Two early Alphabetic Inscriptions from the Wadi el-Hol", The Annual of the ASOR 59 (2005) 63-124.
(6) G. Sanna, SardôaGrammata, 2004, S’ Alvure ed.
(7) A. Taramelli, "Il tempio nuragico di S. Anastasia", in Scavi e scoperte:1918-1921, Collana  Sardegna archeologica. Reprints, a cura di A. Moravetti, Carlo Delfino Ed., 1984 
(8)S.Moscati, Fenici e cartaginesi in Sardegna / Sabatino Moscati ; a cura di Piero Bartoloni. - Nuoro : Ilisso, 2005
(9) G. Sanna
(10) W.M. Flinders Petrie, The Alphabet in the XIIth Dynasty, 1921, in: Ancient Egypt, 6: 1-3.
(13) Raphael Greenberg, David Wengrow & Sarit Paz, Cosmetic connections? An Egyptian relief carving from Early Bronze Age Tel Bet Yerah (Israel), Antiquity Volume 084 Issue 324 June 2010
(15) Tufnell O., Ward W. A. Relations between Byblos, Egypt and Mesopotamia at the end of the third millenium B.C. A Study of a Montet Jar. In: Syria. Tome 43 fascicule 3-4, 1966. pp. 165-241.
(16) B. Teissier, Egyptian Iconography on Syro-Palestinian Cylinder Seals of the Middle Bronze Age, Vandenhoeck & Ruprecht GmbH & Co KG, 1996
(17) Emily Teeter, Scarabs, Scaraboids, Seals, and Seal Impressions from Medinet Habu, (2009), Oriental Institute Publications 118, Chicago
(18) Paul Yule: Early Cretan Seals: A Study of Chronology. (Marburger Studien zur Vor- und Frühgeschichte, 4.) Pp. xiv + 246; 41 plates, many text figures. Mainz: Philipp von Zabern, 1980. DM. 135