venerdì 28 marzo 2014

Sbarco nel porto dei Giganti

di Giancarlo Negri*

Da questa schiena allungata di foca in poi bisognava risalire il vento, ché il maestro l’avevamo in fronte, teso come un giavellotto. Rimaneva sì e no una parasanga per arrivare all’altro capo montuoso che si sporgeva a guardare chi arrivasse e proseguire poi per le spiagge bianche, con le lave che avanzavano in acqua, dopo le terre rosse. Tra poco avremmo visto le sagome delle torri, perché volevamo raggiungere direttamente il Consiglio,  per dare la notizia sulla missione tanto attesa.  Nonostante la difficoltà a proseguire, il mare si manteneva navigabile. Ecco, adesso, il placido  golfo a dritta. Davanti, immenso, il vulcano. Oggi il fumo pare distendersi placido come su un’amaca allungata verso la pianura, a sonnecchiare. La prua di bronzo, a testa d’ariete, fende il vento teso e le vele strappano l’aria, tendendosi. Gli spruzzi mi raggiungono a tratti, come un lavacro.

- Meri Arké, il comandante vorrebbe vederla, prima dell’arrivo- disse l’attendente avvicinandosi al grande progettista, intento a guardare l’orizzonte,  la chioma ormai canuta ed una mano sugli occhi, accanto allo stocco del cavalletto che reggeva in alto  il grande anello .
- Grazie, lo raggiungerò non appena avrò scorto il terrazzo del primo nuraghe. Ormai è questione di pochi minuti . A che ora è previsto lo sbarco, ne siete informato?-.

Il luogotenente aguzzò meglio  la vista, che aveva sempre avuta come quella di un falco, spingendosi fuoribordo e si protesse il capo dal vento con la tunica pesante.
- Prima che il gran sole,( sia benedetta la sua luce!), scenda  sull’acqua, dietro l’isola - rispose il militare, piegando il braccio  sul petto in segno di commiato, indietreggiando e girando sui sandali. Le strisce di cuoio sfrigolarono sulle doghe salmastre.
- Ti ringrazio, luogotenente. E’ stato un bel viaggio. La pace sia con te.  Ti aspetta qualcuno, in porto? Non vedo l’ora di riabbracciare Sara  - disse, mentre la nave sfilava veloce sulla spiaggia con le arenarie dorate.
- Sì, architetto reale, la mia famigliola che non vedo da quattro mesi.

Appena iniziò a vedere le torri sui colli, allineate come in un viale sacro,  lanciare sprazzi infuocati, scese sottocoperta nel piccolo quadrato ormai quasi buio. Il comandante, un omone tarchiato e ciglia foltissime,  con braccia possenti, sorrise dolcemente nel vederlo.
- Tra poco sbarcheremo, architetto reale. Volevo solo dirti che forse sarebbe meglio concordare le nostre dichiarazioni. Al posto tuo, inoltre, non diffonderei  subito la notizia dei tuoi incarichi in terra di Canaan. Le fortificazioni di Gerico sono un argomento molto riservato. E da nessuna altra parte come in una corte le porte sono aperte. Qualcuno potrebbe essere geloso della benevolenza del D-o nei tuoi confronti. Rimani sul vago, non dare ancora nulla per confermato. Io ti appoggerò, con la mia testimonianza. Te lo dico, perché so che non sei addentro alle cose di corte e in quegli ambienti bisogna essere cauti – disse muovendo il braccio in circolo. La luce dello scarabeo saettò sulle lampade a olio, descrivendo delle ellissi concentriche.
- Ti ringrazio, capitano. Non è la prima volta che mi dimostri una vera amicizia. Farò tesoro delle tue sagge parole. Ma non ho alcuna convenienza a decantare i miei meriti. Le opere parlano da sole.
- E non dimenticarti i saluti del Giudice per il Gran Consiglio. Sapessi quanto ci tengono! La prossima luna partirà una speciale delegazione di scienziati che porterà con sé le nostre eccellenze tecnologiche in vari campi, dalla medicina alla viticoltura. Io sarò il capo della spedizione e imbarcheremo, questa volta, anche gli strumenti. 
- Come vanno gli scambi commerciali, quest’anno?
- Oh, benone. Da poco  sono entrate in servizio due nuove navi sulla rotta orientale e due su quella occidentale. Dovremmo accelerare i corsi per nuovi capitani.
- Saranno in molti ad attenderci?
- Credo proprio di sì. Tu sei il grande architetto reale!


*questo racconto partecipa al concorso "Scritturiati"