mercoledì 30 aprile 2014

Poi il buio

di Sandro Angei

Gli occhi corvini scrutano il passato oltre la linea dell’orizzonte, lo sguardo vola radente la linea del cielo dalla spuma del mare verso i lentischi, salendo il lieve declivio che la torre interrompe: baluardo di un tempo passato, che grida agli occhi la potenza di un popolo fiero, che lì cercava risposte alle proprie domande; e la mente ritorna ai tempi passati: -scrutò il cielo e in cuor suo sperava che quella coltre si squarciasse nel ribollire di nubi, poi di colpo una saetta folgorante trapassò una breccia  tra forme vorticose di vento infuriato e di colpo la torre si illuminò, poi più nulla; rivolse lo sguardo al quel cielo di nubi sconquassate e in un batter di ciglia il vento maestro liberò la gloria divina, nutrimento per madre terra, dei suoi figli e  dei sentimenti di un popolo fiero. Il raggio di luce punse gli occhi corvini, chiuse le palpebre, lui che non distoglieva lo sguardo né dall’orrore, né dal terrore, poi con movenza arcigna volse lo sguardo alle spalle, le lunghe vesti aleggiarono lievi e ricaddero con movenza soave sugli schinieri di duro cuoio, mentre la macchina, urla bagliori di luce, trafitta dal prorompente spirito di “he”… l’innominabile che si manifesta tramite il suo occhio, che intercede per lui e permuta l’insopportabile potenza divina, in eterea immagine del toro che nasce “Ancora una volta “he” si è rivelato a noi, gli auspici sono buoni!”, urlò con piglio maestoso-.   
Poi il buio, nuovamente gli occhi corvini scrutano il passato oltre la linea dell’orizzonte e nella mente irrompe la voce roca della pizia: “Verrà un giorno da terre lontane un vento impetuoso che spazzerà via tutti noi, scaccerà “he” dalla sua dimora terrena e il toro mai più rinascerà!”
Terribile profezia l’oracolo proferì.

   Poi il buio ed ancora gli occhi corvini scrutano il passato oltre la linea dell’orizzonte: -navi fraterne arrivarono, volti di padri, di fratelli, di figli, di giovani donne dallo sguardo diverso e figli di giovani donne dallo sguardo pure diverso, idee… di un popolo diverso.

   Passarono molte lune; giorni prima dell’evento solenne, anche loro videro i preparativi: bisbigliarono in lingua diversa, poi il giorno arrivò ed “he” si manifestò ancora una volta, con tutta la sua potenza sfolgorante; noi cantammo e ballammo tutta la notte, al suono di canne soffiate, le lodi ad “he” e loro… parlarono in lingua diversa.

Molti di noi col passare del tempo iniziarono a pensare in lingua diversa, mi derisero e infine mi scacciarono e dalla rupe dove la pinnetta diventò mio giaciglio, vidi sorgere l’orrenda macchina che non chiedeva ad “he” di manifestarsi per esser lodato… ma usato, asservito, addomesticato quasi, al volere di un pensare diverso. Ed ecco che l’orrenda macchina ed “he” diventarono un tutt’uno d’arcano, che scandisce con precisione assoluta i tempi di chi con travaglio chiede frutti alla dea madre e di chi vive d’armenti che la stessa madre gli dona: tutti contenti erano. L’orrenda macchina issarono di fronte al nuraghe, bocca contro bocca, quasi a succhiar via da esso l’alito di “he”, l’issarono verso il cielo e chiusero l’occhio ricettore: da allora “he” mai più si rivelò nel tempio a lui dedicato. Da allora… nuraghe non si costruirono più.

   Ed ora eccomi qui, figlio del figlio di colui che credeva in “he” e che non distoglieva lo sguardo né dall’orrore, né dal terrore; eccomi qui a ricordare un glorioso passato fatto di mille e mille nuraghi, di navi veloci che fino a Troia ci portarono e fin da tempi remotissimi l’oro nero portarono attraverso il pelago e dopo, nei medesimi tratturi di mare, ci spinsero verso la stella che indica boréas, oltre Kirne e ancora più su, dove cercammo il metallo a noi caro.
   Eccomi qui a plasmare ricordi di eroi che austeri salutano “he”, navicelle di bronzo in ricordo di avventure e sventure in terre lontane e piccoli simulacri di torri da offrire ad “he” il giorno del toro che nasce, perché io so quando nasce, io so come  costruire un nuraghe, io so come costruire una nave, io so chi erano quegli eroi austeri!

Millenni son trascorsi dal quei tempi gloriosi, il tempo a nascosto gli eroi, il sapere e le storie, ma ancora gli occhi corvini scrutano il passato oltre la linea dell’orizzonte e io, figlio del figlio di colui che plasmò ricordi di eroi, volgo lo sguardo che vola radente la linea del cielo, dalla spuma del mare verso i lentischi, salendo il lieve declivio che l‘orrenda macchina interrompe, ammezzata però dalla supponenza di costruttori arroganti che imitarono, quasi a sbeffeggiare, il tempio di “he”.
Poco più in là, il ventre materno svetta imponente nella sua potente architettura, la luce di “he” lo sovrasta e fulgido risplende il nuraghe nella linea del cielo; una lama di fiamma saetta dal limitare di nubi, sfiora l’orrenda macchina  e guizza dall’occhio del nuraghe che permuta “he” in figura radiosa all’interno di esso e pian piano, scandito dal mio profondo respiro, il toro prende forma e rinasce al solstizio d’inverno per tutti noi, per i nostri figli e i figli dei nostri figli.

   Gli auspici sono buoni.