martedì 13 maggio 2014

L'evanescente statuaria monumentale fenicia

Cosa successe dopo queste  commoventi ed ispirate affermazioni, lo sappiamo (si legga questo racconto, purtroppo non di fantascienza). 
Ciò che però mi ha colpito di più in questo trafiletto è l' affermazione: [..] Sì, parliamo dei Fenici che diffusero nel Mediterraneo la grande statuaria"! Francamente ho pensato subito che fosse uno scherzo del quasi primo di aprile, poi però ho pensato: non dirà sul serio? Poichè io la grande statuaria fenicia non la conosco e poichè in storia dell'arte non sono stata mai tanto brava, mi è venuta improvvisamente la voglia di saperne di più di tali monumentali opere tramandateci via Mediterraneo. Ed ecco cosa ho trovato su un sito, appunto, di Storia dell' Arte (mio il grassetto):

MATERIALS AND METHODS. The Phoenician coast did not afford any favorable stone or marble for the use of sculpture. The local stone was far inferior to the corresponding material used by the Egyptian and Assyrian artists, and when a very choice work was to be executed the material was imported from Egypt. In the sixth century importation of marble from Greece commenced, and after that period was quite frequently used. But the sculptures in stone, such as the anthropoid sarcophagi, statues of gods, the stela, and architectural decorations, form a very incomplete series, and one that does not represent at all continuously the history of Phoenician sculpture. The history is represented much better by small sculptures in bronze and in terracotta. Phoenician monuments in these two materials are found in almost every country where the Phoenicians had settlements or commercial relations. The main centres, however, were Syria, Cyprus, and Sardinia. The bronzes were generally of a very crude type, poor in execution, and were in the style which was imitated very largely throughout the mainland of western and northern Asia. The most common figure reproduced was that of a standing warrior. If the Phoenicians were comparatively unsuccessful in the casting of metal, they excelled in the engraving and hammering in relief of various metals, a branch of industrial art in which they produced many exquisite works, especially the bowls and platters of silver and bronze in the manufacture of which they had a monopoly throughout the East. Analogous to this work was that of the great shields in bronze, whose design in circular bands was very similar to that of the bowls, and brings Phoenicia into closest relation with early Greek art, as, for example, the Corinthian school of vase painting.

Dal cui paragrafo, in bella mostra sul sito didattico, si evince che i Fenici erano ben lungi dall'essere raffinati cultori della scultura monumentale, ma erano piuttosto amanti della piccola statuaria in bronzo e terracotta. Una singola fonte non è mai sufficiente, e quindi vediamo cosa dice Sabatino Moscati nel suo libro The Phoenicians, 2001, I.B.Tauris  (mie le sottolineature): 


Ha letto prof. Tronchetti, che trova spiritoso mettere i boxer al boxer di Monte Prama? non esisteva alcuna tradizione della "grande statuaria" fenicia, ve ne sono solo attestazioni sporadiche: un torso da Tiro assegnato da Moscati al VII-VI sec. a.C. e la statua di Sarepta (VII-V- sec. a.C.). Dato che lei e colleghi tendete a datare le statue tra il X e VIII sec. a.C. , ci spiega come hanno fatto i Fenici ad importare in Sardegna e non solo! a diffondere addirittura in tutto il Mediterraneo, la grande statuaria? Capirei che lei avesse scritto: I Sardi nuragici presero l' idea della grande statuaria dall' Egitto; pur non avendo prove concrete, sarebbe stata un'affermazione meno ridicola, visto che gli Egizi fecero grandi statue per tutta la durata della loro storia millenaria e che se non mi sbaglio si affacciavano anche essi sul Mediterraneo terrestre, e non su quello di Marte come sembrano credere gli archeologi della Sardegna.
Rileviamo comunque un disaccordo in seno agli specialisti: Raimondo Zucca non crede, come invece fa (a volte) Carlo Tronchetti, che gli artisti siano "sardi, nuragici, che copiano in grande dai bronzetti". Infatti sostiene che:"Questo emporio fenicio (di Tharros, ndr) dovrebbe essere responsabile della diffusione nel «cantone» nuragico del Campidano di San Marco de Sinis del prestigioso scaraboide della tomba XXV di Monte Prama, uno dei pochi aigyptiaká attestati in centri indigeni sardi, e soprattutto dell’ideologia della statuaria monumentale accolta in seno alla bottega responsabile della scultura di Monte Prama, forse anche grazie a un artifex levantino (Tharros Felix/4, 2011)". 
(Emporio fenicio di Tharros che, vale la pena ricordarlo, ancora latita: ma ha già scritto la storia. Anzi, addirittura la fantastoria: assieme alla famosissima "Tharros, città fondata dai Fenici" e città che mai fu trovata.)

Prima o poi -prima che poi sarebbe meglio-bisognerà pur decidere cosa scrivere sui libri di storia dell' arte: non si può certo continuare a definire le statue come "uno degli episodi più importanti dell'arte antica mondiale" senza dire il perchè, senza ipotizzare neppure cosa possano essere-nella realtà dei fatti-questi signori scolpiti nella pietra con gusto crudo e raffinato assieme. Bisognerà pur scrivere, a chiare lettere, che questi semi-umani sono sia un pò giganteschi sia un pò animaleschi e con gli occhi a geroglifico. E che ripercorrono, alla moda nuragica, l' ideologia egizia della realtà divina oltre l' apparenza e del faraone figlio terreno di Dio.

Oggi si scrive, un pò dappertutto, che per i Giganti del Sinis comincia una seconda vita, o affermazioni simili: posso avere un pò di timore, viste le premesse?