domenica 29 giugno 2014

Il primo bronzetto di E. Borowski e le statue di Monte Prama secondo J. Thimme

di Atropa Belladonna

Nel 1980, tra il 18 aprile ed il 13 luglio, si svolse a Karlsruhe in Germania (Badischen Landesmuseums) una grandiosa mostra dal titolo Kunst und Kultur Sardiniens vom Neolithikum bis zum Ende der Nuraghenzeit (Arte e Cultura della Sardegna dal neolitico fino alla fine dell'epoca nuragica) (1a). Faceva seguito ad una dozzina di altre mostre in altrettante città europee,  iniziate a Venezia nel 1949 e finite ad Amburgo nel 1955.
Il curatore di Amburgo, al Kunst und Gewerbe Museum,  fu Jürgen Thimme, lo stesso archeologo che organizzò e curò la mostra di Karlsruhe nel 1980. Questa serie di installazioni fece conoscere i bronzetti sardi al mondo, ma mise anche su di loro un'impronta mai del tutto svanita: nei cataloghi e articoli di allora si legge che i Sardi iniziarono a fare bronzetti solo dopo l' incontro con i Fenici, i quali avrebbero insegnato loro la tecnica della cera persa (sic!): "Diese Figuren sind alle erst nach 1000 v.Chr. entstanden, nachdem die Sarden von den Phöniziem die Bronzegusstechnik der verlorenen Form erlernt hatten." 
La mostra di Karlsruhe comprendeva nel 1980 tre grandi aree contributive: i bronzetti provenienti dai musei nazionali di Cagliari e Sassari, quelli in prestito da musei sparsi nel mondo (da Cincinnati fino a Leningrado), e quelli provenienti da collezioni private. Tra questi ultimi, che formavano il corpus più rilevante, spiccava la collezione di Elie Borowski: un mercante d'arte di cui abbiamo già parlato e futuro fondatore del Bible Lands Museum di Gerusalemme, collezione messa insieme tra il dopoguerra e il 1960. Spiccava tanto che Thimme vi dedicò  un catalogo a parte (1b). La collezione Borowski di antichità sarde comprende 89 pezzi tra cui 8 di epoca prenuragica e 81 di cultura nuragica (10 in terracotta e tutti datati con la termoluminescenza, ed il resto in bronzo: questi ultimi quasi tutti analizzati nella loro composizione chimica). 

Borowski fu uno dei primi collezionisti (se non il primo in assoluto) a rigettare vigorosamente l' idea di J.J. Winckelmann del 1776 che i bronzetti sardi esprimessero un modo di pensare ed una tecnica "barbarici": un'idea che l'archeologia europea fece sua per quasi due secoli, senza troppo investigare; perfino Lilliu la riprese più volte nei suoi scritti.
E' Borowski stesso a raccontare, nella prefazione al catalogo (1b, Vorwort des Sammlers, pg. 7-8), il suo incontro con l'arte degli antichi Sardi: "La storia di come è nata  questa collezione di arte nuragica è un esempio parlante di come il destino venga spesso determinato dal caso. Nell'epoca del secondo dopoguerra, l'intenzione consapevole di mettere insieme una tale collezione  sarebbe stata votata al fallimento: all'epoca l'arte sarda, e nella fattispecie quella di epoca nuragica, era praticamente sconosciuta nell'ambiente archeologico internazionale e solo visibile nei musei della Sardegna. Alla fine degli anni '50, mentre vivevo a Basilea, mi chiamò un giovane uomo che conoscevo di sfuggita. Mi chiese di incontrarlo urgentemente perchè doveva mostrarmi qualcosa di importante. Arrivò all'appuntamento con un pacchetto avvolto in carta da giornale, da cui estrasse con molta cura ed attenzione una statuetta di bronzo. Analizzai la figura con la mia lente di ingrandimento, in ogni dettaglio: sotto la corrosione diffusa e la patina di incrostazione, si riconoscevano i lineamenti marcati di un viso severo. La postura eretta, la testa che si ergeva su un alto collare e ornata di ciocche avvolte in trecce, il ritmo e le proporzioni, fornivano alla figura un qualcosa di nobile. La sua segreta identità "divina" veniva svelata dal copricapo cornuto, attributo divino nel Vicino Oriente già dal III millennio a.C.. Sembrava che la statuetta, con la sua mano tesa, volesse implorarmi di preservarla dall'essere per sempre dimenticata. Quindi seguii il mio istinto e la presi per la mia collezione. Nel laboratorio della maison Andrè di Parigi, la statuetta "malata" venne riportata a nuova vita dalle mani sapienti ed attente di Andrè Lorenceau ed oggi si mostra in tutta la sua maestosità." (traduzione da pg. 7 del rif. 1b).

Ecco svelato il segreto della statuetta, che tanto ha colpito i nostri lettori per la sua lucentezza (fig. 1). Una statuetta per modo di dire: è alta 22.8 cm. E' stata restaurata, con grande cura (forse calcando un pò la mano) e perfino analizzata nella composizione metallica.


A sin. il bronzetto che fu il primo oggetto nuragico della collezione Borowski, prima del restauro (nr. 19 della collezione). A destra dopo il restauro. Altezza = 22.8 cm. Qui sotto il toro, di cui abbiamo già parlato, con lo strano "avvolgimento" sul corno sinistro, simile a quello dell'elmo del bronzetto arciere.  

Fu in quel momento che Borowski fece una sorta di scommessa sul valore e la bellezza dell'arte nuragica. Borowski, da questo bronzetto in poi, si innamorò senza riserve dell'arte nuragica: tanto da dedicare la sua collezione "sarda" al figlio Seev Reuben, morto prematuramente nel 1973 (1b. pg. 8).

A pg. 8 scrive che questo suo innamoramento ebbe così poca eco nel mondo archeologico, che agli inizi si limitò a diffondere i suoi reperti solo presso i pochi studiosi che mostravano di voler capire un tipo di arte totalmente al di fuori dei loro canoni "classici": uno di essi fu appunto Jürgen Thimme, un altro fu Ernst Petrasch, direttore del Badischen Landesmuseums,  l'unica istituzione museale tedesca che collezioni ed esponga antichità nuragiche.

Jürgen Thimme e le statue di Monte Prama

All'epoca in cui Thimme scrive della collezione Borowski (1983), le statue di Monte Prama sono ancora in frammenti dentro cassoni nei magazzini del Museo di Cagliari o in mano a privati. Alcuni pezzi sono esposti al Museo ed all'epoca ne avevano scritto solo Giovanni Lilliu e Carlo Tronchetti. Nell'introduzione al catalogo 1b, Thimme ne parlò in poche ma lucide righe:
[...] Lilliu ha pubblicato la prima relazione sulle sculture, datandole all' VIII sec. a.C. sulla base di comparazioni stilistiche e tematiche con i bronzetti, e interpretandole come figure mitiche o come antenati eroici da venerare. L'impressionante monumentalità che la cultura nuragica ha portato nell' architettura del II millennio a.C., acquista nelle sculture di pietra dell' VIII secolo una rinnovata vitalità. Anche se lo stile delle statue appare in qualche modo rozzo, esse rappresentano un'enorme perfomance dal punto di vista spirituale e artistico. Soprattutto se si pensa   che all'epoca nè i Greci nè gli Italiani avevano ancora compiuto il passo verso la grande statuaria. La storia millenaria della Sardegna è ricca di tali performance creative.[..] (Rif. 1b, pg. 47).

Con una onestà ed una visione lucida che mai ho riscontrato negli scritti di altri archeologi, Thimme coglie, con poche ed essenziali frasi, sia la ricchezza creativa delle statue (ed il loro toccante messaggio spirituale ed artistico) sia il loro essere diverse, in qualche modo apparentemente "rozze": di questa diversità, di questo loro essere "altro" rispetto all'arte classica abbiamo scritto anche su queste pagine nel post "Umano sarà lei!" del 4 maggio 2014.

1. J. Thimme, a. Kunst und Kultur Sardiniens vom Neolithikum bis zum Ende der Nuraghenzeit (Bildhefte des Badischen Landesmuseums Karlsruhe) Karlsruhe, C. F. Müller 1980, Austellung: April 18-July 13 1980; b. Kunst und Kultur Sardiniens vom Neolithikum bis zum Ende der Nuraghenzeit: Sammlung Elie Borowski, Hirmer Verlag, Muenchen, 1983